Pagate per tenervelo!
di Simona Maria Frigerio
Prima ci hanno fatto spostare carte di credito e ogni possibile operazione bancaria e finanziaria sull’home banking, constringendoci ad avere uno smart phone, e a diventare amministratori e investitori dei nostri risparmi, facendo bonifici invece di assegni, pagando coi Mav e i Rav, imparando cos’è un CBill, operando indipendentemente per nostra comodità (secondo loro), per tagliare sui costi del personale e sugli affitti e le spese delle filiali (secondo noi).
Poi decidono che, per motivi di sicurezza non meglio precisati, ci vuole un Android 11 per continuare a operare e – per evitare che possiate usare un vecchio cellulare o un nuovo Huawei – Banca Intesa decide persino che non è più possibile scaricare la sua App (con la quale fate ormai tutto, compreso respirare) dalla Gallery del colosso cinese.
Alternative? Se avete un tablet, ad esempio, potete scaricare la App su quello ma, beninteso, una App per ogni tablet perché i loro programmatori non sono stati in grado (o qualcuno non ha pensato) di creare una App che permetta di passare da un utente a un altro (come consente perfino la App di Toscana Salute, sic! ).
Non contenti, sia Ing Direct sia Intesa San Paolo hanno deciso che i recalcitranti, che non vogliano acquistare un cellulare di ultima generazione (meglio Made in Us?) o abbiano solo un Pc, per collegarsi all’home banking via computer debbano pagare: 10 euro l’anno Banca Intesa, 6 euro Ing Direct.
Ecco le grandi banche che già lucrano sui titolari dei conti, ricambiandoli con interessi praticamente a 0; sui quali guadagnano investendo risparmi, stipendi e pensioni che manovrano a loro piacimento; che, nel caso di Intesa, già sono remunerati per la tenuta dei conti (quasi che avessero ancora sportelli e servizi per il correntista come vent’anni fa); e che adesso, per sostenere non si sa se le vendite di smart phone o la guerra US contro la tecnologia cinese, tentano di costringere i propri clienti – già vessati – all’acquisto di un nuovo cellulare (a stelle e strisce?), o li puniscono con un aggravio di costi (per fornire quell’sms che non è mai servito per entrare nell’home banking dal computer fisso e che, al contrario, spesso Intesa deve inviare – funzionando poco e male la sua App – quando deve dare l’autorizzazione a un acquisto con la carta di credito (e, al contrario, i clienti di Intesa ricordano ancora con sincero affetto l’efficiente chiavina, sic! ).
Conclusione? Personalmente, come consumatrice e avendo già visto in Oriente l’ultimo Huawei Nova 14: un cellulare dalla forma, dalle prestazioni e dal costo insuperabili, userò un vecchissimo tablet aggiornato Android 11 (ovviamente) per entrare gratis nella home banking e non lascerò la strada maestra della qualità orientale per inchinarmi ai diktat di Washington. Ma spero che tanti altri clienti di entrambe le banche si rendano conto non solamente di come sia inconcepibile chiedere alle persone di cambiare il proprio cellulare per continuare a fare le operazioni che hanno permesso alle banche stesse di risparmiare miliardi in affitti, stipendi e contributi dei propri ex dipendenti (esuberati, prepensionati e mai sostituiti); ma anche di come gli Stati Uniti (e le loro aziende, che sembra abbiano bisogno di questi mezzucci per battere la concorrenza cinese) per portare avanti i propri progetti egemonici non si peritino minimamente del consumatore, men che meno se europeo.
venerdì, 3 aprile 2026
In copertina: Il logo di Huawei

