Il diritto di ascoltare anche la verità degli altri
di Simona Maria Frigerio
Premessa. Lunga. Quindi, se volete solamente avere qualche delucidazione sul libro, andate direttamente alla seconda parte.
La Covid-19 ha fatto più vittime di quante si pensi. In primis si è trasformata una malattia in un nemico, introducendo il linguaggio bellicista – con termini quali coprifuoco, guerra al virus, distanziamento, eccetera – quando si sarebbe dovuto parlare di ricerca, cura e attenzione. In secondo luogo, si è creato il falso mito delle fake news – non nel senso che non esistano ‘bufale’: gli ‘errori’ volontari o meno dei giornalisti, anche di testate blasonate o di ‘Mamma Rai’, risalgono agli anni di piombo e, forse, anche a prima, perché la visione atlantista dell’universo/mondo ha condizionato intere generazioni di professionisti che, spesso, sono caduti nel tranello dell’appartenenza e della propaganda. Ma mai come in tempo di pandemia si è ricorso a tale termine per azzerare qualsiasi tipo di contro-informazione o critica all’operato del potere in carica – utilizzando i nuovi mezzi, quali l’algoritmo per de-indicizzare e, in pratica, cancellare dal discorso le opinioni dissenzienti. In terzo luogo, si è sostituito il dialogo, proprio di una democrazia matura, con il dualismo, che crea partigianerie e impedisce la risoluzione di qualsiasi conflitto perché chi ‘non è con me, è contro di me’.
Era ovvio che anche con la guerra in Donbass – che, ricordiamo, inizia nel 2014 e si protrae per otto anni con il silenzio/assenso se non con l’appoggio overt o covert di Francia, Germania e Stati Uniti (il «Fuck the EU!» (1) dell’allora Segretaria di Stato aggiunta, Victoria Nuland, è ormai ‘storia vecchia’, così come le dichiarazioni di François Hollande e Angela Merkel) – si sarebbero ripetuti i medesimi meccanismi: quasi che la pandemia fosse uno stress test per capire fino a che punto si sarebbe potuto spingere sull’acceleratore dell’impoverimento delle classi medie, il taglio del welfare state e l’annichilimento di qualsiasi forma di dissenso – individuale o collettiva.
Consideriamo l’atto di terrorismo contro il Nord Stream II, che per molti fact checker non è mai avvenuto o ne è stata responsabile la Russia, quando è ormai acclarato – da più fonti – che vi abbiano partecipato gli ucraini, e non è esclusa la longa manus di Washington (2). Oppure il silenzio su chi abbia colpito la petroliera Arctic Metagaz, che contiene centinaia di tonnellate di carburante e gas e che è diventata una minaccia di inquinamento per il Mediterraneo e l’isola di Lampedusa. Ma il problema è sempre lo stesso: essere alleati di chi dovrebbe far implodere la Russia perché l’Unione Europea si appropri delle sue risorse e, al contrario, continua a minare la nostra economia e i nostri approvvigionamenti energetici (con l’attiva collaborazione della stessa UE che, sanzionando la Russia, colpisce la popolazione, i lavoratori e le imprese dei Paesi membri).
La teoria dell’aggressore e dell’aggredito, quando la Russia è entrata in Ucraina, avrebbe dovuto essere controbilanciata dalla Responsabilità di proteggere (R2P), concetto giuridico adottato dall’Onu nel 2005, il quale stabilisce che “quando uno Stato non riesce (o non vuole) proteggere la propria popolazione da genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità, la responsabilità passa alla comunità internazionale”. Certo, la Russia non ha richiesto e tanto meno ricevuto l’approvazione dal Consiglio di Sicurezza ma, visto da chi è composto… Stati Uniti, Francia e Germania probabilmente non l’avrebbero autorizzata ad aiutare la popolazione russofona del Donbass. Eppure l’Europa ha subito iniziato a comminare sanzioni (a cui si sono uniti gli US) sebbene le stesse, per essere vincolanti e avere una legittimazione internazionale, dovrebbero essere comminate dall’Onu.
E così si è arrivati al doppio standard, e i ‘due pesi e due misure’ sono diventati palesi anche a un cieco oltranzista atlantista quando la Repubblica del Sudafrica ha accusato Israele di atti genocidari contro i palestinesi a Gaza, inclusi bombardamenti e restrizioni agli aiuti umanitari, di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja. Le Nazioni Unite non si sono mosse con legittime sanzioni contro lo Stato di Israele in difesa di Gaza e, ora, della Cisgiordania Occupata; così come non hanno difeso la popolazione palestinese con forze di interposizione (i famosi caschi blu che, negli anni, hanno perso credibilità di pari passo con la paralisi politica che sempre più affligge l’Onu). A seguire, si potrebbe sciorinare tutta una serie di azioni illegali commesse dagli Stati Uniti non solamente in epoca trumpiana ma che, con l’ultimo Presidente, sono diventate talmente plateali da rasentare la messa alla berlina del diritto internazionale: il bloqueo di Cuba, il rapimento del Presidente Maduro, la guerra non dichiarata contro l’Iran – ovviamente non per liberare le donne iraniane (che non baratterebbero mai l’hijab con la minigonna) ma per tagliare i rifornimenti energetici cinesi e minare i Brics. Brics che, del resto, si auto-minano da soli quando un Modi decide di non acquistare più petrolio dalla Russia o di andare in visita a Tel Aviv per rafforzare i legami, non solo economici, ma anche a livello di tecnologia e difesa con Israele.
Eppure di fronte all’enormità di questi fatti che stanno portando alla terza guerra mondiale, nemmeno più a pezzi, in Italia (e alcuni parlamentari anche in Europa) si preoccupano di ben altro: di impedire la proiezione di un documentario, di zittire uno storico, di vietare a un direttore d’orchestra di dirigere un’opera, o alla Russia di partecipare alla Biennale d’Arte di Venezia. Perché il pensiero binario è ormai diventato l’unica forma di ‘pensiero’.
Ciak, si censura!
La lunga premessa era doverosa per inquadrare la situazione che stiamo vivendo e la temperie nella quale si muove Vincenzo Lorusso, oltre che la ragione per la quale ha scritto questo libro e che si evince proprio dalla domanda posta nelle ultime righe, ovvero che, come per la Covid-19, se “in guerra, la verità è sempre la prima vittima”, la stessa “riuscirà a sopravvivere abbastanza a lungo da vedere crollare l’esercito dei propagandisti che l’ha ferita?”.
Il libro si compone di una serie di sinossi di documentari prodotti da Russia Today – non a caso l’introduzione è affidata a Ekaterina Yakovleva, Responsabile capo di RT Documentary e Direttrice del Festival di film documentari RT.Doc: Il Tempo dei Nostri Eroi. Ma vi è anche un’attenta disamina non solamente dei contenuti ma anche del contesto nel quale sono stati girati, con citazioni di parte dei dialoghi, e una descrizione puntuale ma anche emozionale degli spazi in cui si sono svolte tragedie i cui responsabili forse, un giorno, dovranno rispondere delle loro azioni e degli ordini impartiti. Tragedie che si sono volutamente ignorate e oscurate in Europa e, in particolare (vista la continua presenza di alcune voci censorie italiane), nel nostro Paese. Tragedie che potrete ri-vivere o con la mediazione della parola, leggendo il libro, o vedendo le immagini e ascoltando dal vivo le voci delle e degli intervistati, grazie a un QR Code che vi permetterà di accedere a una serie di documentari di RT – che comprende quelli analizzati da Vincenzo Lorusso, ma anche altri.
Il primo docu-video è quello su Selidovo, dove dal “22 al 27 ottobre 2024 i nazionalisti ucraini, in ritirata, […] hanno aperto il fuoco contro i civili”. E qui, a me, giornalista, viene in mente quale copertura mediatica ebbe la presunta strage di civili di Bucha (3) – tuttora non chiarita da un’indagine indipendente, di cui dovrebbe farsi carico più che mai l’Onu. A seguire, anche alcuni spaccati di vita vissuta durante la guerra civile, ossia in quegli otto anni che la stampa occidentale ha cancellato dalla storia ufficiale quando Mosca ha deciso di intervenire: in Donbass, ragazze nel fuoco si racconta: “Durante l’inverno dell’assedio del 2015, quando Kiev cercava di soffocare la Repubblica, ai cittadini del Donbass vengono tolte pensioni e sussidi, vengono bloccate le linee di accesso, vengono tagliate le vie di rifornimento. La strada della vita, schiacciata dai carri armati e colpita dall’artiglieria, resta l’unico passaggio verso il confine con la Russia”. E in Donbass, la guerra nascosta, l’analisi dell’atlantismo imperante si fa tagliente – soprattutto in queste settimane in cui prosegue lo sterminio dei palestinese e gli States con Israele stanno portando avanti una specie di guerra santa contro l’Iran, come ai tempi delle crociate, uccidendo civili e bambini, anzi bambine, come quelle della scuola di Minab: “L’umanità dell’Occidente è selettiva, la morte di un americano o di un europeo è una tragedia, ma in Iraq, Afghanistan, Siria, Palestina, in Russia, perfino in Ucraina, la gente può essere uccisa a milioni senza che questo susciti lo stesso scandalo. La NATO sostiene i nazisti ucraini, la banda occidentale di politici e generali, concentrata sugli investimenti militari e sulle risorse, non mostra alcun rispetto per la vita dei popoli che considera periferici” (e ivi pare di sentire un’eco di Samir Amin).
Di Maidan, la strada verso la guerra abbiamo scritto una recensione a cui rimandiamo (4), sia per non ripeterci sia perché non apparteniamo alla schiera dei propagandisti; mentre L’Isola della Fede ci invita a considerare un altro aspetto della guerra in Donbass, ossia quello religioso. Il nazionalismo in Ucraina è arrivato al punto da pretendere che la popolazione non pratichi più l’ortodossia russa ma si converta a una nuova chiesa: quella ortodossa ucraina (PCU), immediatamente riconosciuta come autocefala dal Patriarcato di Costantinopoli – il 6 gennaio 2019. Questa decisione puramente politica ha avuto ricadute, quali la requisizione o il sequestro delle proprietà della Chiesa ortodossa ucraina rimasta legata al Patriarcato di Mosca. Ma ha anche evidenziato il silenzio dell’Occidente che, come ha taciuto riguardo alla persecuzione di alcuni pope e al divieto di pratica religiosa per chi volesse continuare a professare la propria fede all’interno dell’ortodossia russa, così ha voltato la faccia dall’altra parte quando è stato ucciso Ali Khamenei, guida suprema degli sciiti. Perché se è vero che esistono morti di serie A e morti di serie B, esistono anche religioni e religiosi di serie A e di serie B. E qui apriamo una parentesi su colui che, per primo, denunciò questa amara verità: Noam Chomsky. Ci spiace, oggi, dopo la pubblicazione degli Epstein Files, ammettere che anche un fine intellettuale e un critico del sistema capitalistico neo-colonizzatore occidentale, come Chomsky, sia caduto nel trabocchetto da lui stesso denunciato: ossia la commistione tra potere e intellighenzia, che porta la seconda a identificarsi con gli interessi di una élite alla quale crede di appartenere, abdicando al suo ruolo che, nel caso dei giornalisti, è quello di essere i watchdog della politica.
In Ucraina, Stato terrorista, si ricordano i metodi di Kiev in questi anni che, se praticati da qualsiasi altro Paese non alleato con l’Occidente, sarebbero causa immediata di sanzioni, quando non micce per far deflagrare conflitti interni etero-diretti. Il documentario si concentra anche su come sia cambiata l’atmosfera a mano a mano che l’Ucraina si preparava al conflitto armato contro la Russia, e sul perché la SBU (la polizia segreta ucraina) abbia dedicato tempo e risorse a indottrinare i giovani, come spiega la psicologa Ekaterina Skulkina, responsabile del dipartimento di psicologia pratica nella DNR: “miti confezionati, figure semplificate, scorciatoie emotive che promettono identità senza fatica. I ragazzi, in ogni caso, cercano qualcuno da imitare. Non è una scelta, è un bisogno. E, se non trovano esempi positivi, se non incontrano adulti capaci di offrire senso e direzione, allora possono aggrapparsi a miti distruttivi con la stessa intensità con cui altri si aggrappano a un sogno”. La conclusione è allarmante perché anche in Italia potrebbe accadere altrettanto, visto che i nostri giovani sempre più affidano la propria crescita emotiva e intellettuale ai social, scambiando amicizia, condivisione, valori, ideali e socialità con un like o un emoticon: “La guerra non si combatte solo con i carri armati e l’artiglieria, ma anche attraverso telefoni, manuali scolastici, chat Telegram, offerte di denaro a minorenni e ricatti ai familiari dei prigionieri. In questo quadro, l’Ucraina è uno Stato terrorista che usa questi strumenti per colpire il Donbass e la Russia dall’interno, trasformando la vita quotidiana in un campo minato invisibile”. E qui torniamo ai tempi della Covid-19, quando il potere costituito è riuscito a trasformare il vicino in delatore, a far accettare che i coniugi camminassero a un metro e 80 centimetri di distanza, e i giovani – che non correvano rischi – si inoculassero un vaccino sperimentale (morendo) per ‘salvare’ il nonno (che magari nemmeno avevano). La forza della coercizione subdola di quel periodo ha saputo trasformarsi in una passiva accettazione di qualsiasi nefandezza hanno fatto Israele e gli Stati Uniti negli ultimi due anni. E domani potrebbe diventare la carota che, mostrata ai nostri figli, li invoglierà a imbracciare un fucile perché è solo un aborto patologico dell’Occidente pensare che se c’è la guerra in Donbass è perché gli slavi sono ‘diversi’, o gli ucraini sono ‘geneticamente predisposti’ a combattere o, comunque, meno ‘civilizzati’ dei nostri figli – che trascorrono il tempo, in camera loro, a chattare…
E chiudiamo (ma non perché non ci sarebbe altro da scrivere, bensì perché ha più senso che i lettori si affaccino su questa realtà per scelta e in piena coscienza) con Ucraina, i signori della guerra – un documentario dedicato al traffico di armi ma, soprattutto, al mercato nero che genera un enorme business per Kiev, come racconta un trafficante intervistato, il quale sostiene che: “dopo l’inizio della guerra, le forniture NATO a Kiev hanno creato un flusso parallelo e oscuro: parte di quel materiale viene sottratto, dirottato, compare sui mercati neri. Il percorso, sostiene il trafficante, passa dalla Turchia, dall’Iraq, e da lì in Siria e Libano. Le armi di medio e grosso calibro che lui compra arrivano così, «dall’Ucraina grazie alle forniture NATO»”. Mentre la UE dissangua i suoi cittadini per fornire armi e aiuti economici all’Ucraina in funzione anti-russa e dichiaratamente predatoria (sempre più predatoria, visto che adesso non si può più contare nemmeno sul petrolio del Golfo Persico; mentre il regime di Kiev manda a morire centinaia di migliaia di giovani che avrebbero potuto costruirsi una vita e un futuro, se avesse firmato quegli Accordi di Instanbul che garantivano l’autonomia del Donbass e la non adesione alla Nato dell’Ucraina), al danno si aggiunge la beffa: perché, nel frattempo, c’è chi si arricchisce col traffico illegale di armi, mentre qualcun altro si trastulla incontrando una star di Hollywood alquanto discutibile (5).
Imperdibile, infine, l’analisi approfondita di Anna Vavilova, intitolata L’esercito dei propagandisti, del 2024. Vi si narra di come, appena iniziata l’Operazione Speciale russa in Donbass, il racconto di ciò che stava accadendo sembrasse preconfezionato, pronto per l’uso. I giornalisti pareva sapessero già tutto e con chi schierarsi senza porsi domande. Nessun dubbio, mentre le poche voci dissenzienti erano allontanate, licenziate e i loro articoli cancellati dalla rete. Eppure, quando “la macchina dell’informazione ripete all’infinito queste formule, alcuni giornalisti, ricercatori e analisti, iniziano a fare una cosa molto semplice: leggere i documenti, seguire i soldi, guardare chi scrive i copioni. Quello che trovano dietro la retorica delle «democrazie che difendono l’Ucraina» non è un’improvvisazione nata nel 2022. È una struttura, una strategia, una vera e propria guerra dell’informazione, progettata da anni con manuali, budget e contratti che nulla hanno da invidiare ai programmi di armamenti”. E ancora: “Dal 2014, con Maidan e il cambio di potere a Kiev, gli ingranaggi si accelerano. Attraverso ONG, fondazioni, programmi del Dipartimento di Stato, della CIA e della NATO, si costruisce una rete di centri media, piattaforme, uffici stampa che iniziano a parlare all’Occidente con voce unificata. Non appena inizia l’operazione militare russa nel febbraio 2022, accade qualcosa di inedito: oltre 150 agenzie di pubbliche relazioni, soprattutto americane ed europee, firmano per collaborare con il ministero degli Esteri ucraino. Non si tratta di piccole realtà locali, ma di grandi nomi che operano tra Kiev, Lviv, New York, Copenaghen, Amsterdam, Tel Aviv, Los Angeles, Sydney, Vancouver, Chicago, Düsseldorf, Denver”.
Come scrisse Hitler in Mein Kampf: «nella grande menzogna c’è sempre una certa forza di credibilità; perché le ampie masse di una nazione sono sempre più facilmente corrotte negli strati più profondi della loro natura emotiva che consapevolmente o volontariamente; e quindi nella primitiva semplicità delle loro menti cadono più facilmente vittime della grande menzogna che della piccola menzogna».
Chiudiamo segnalando che la prefazione è affidata ad Anna Soroka, Commissario per i Diritti umani della Repubblica Popolare di Lugansk, mentre la post-fazione al muralista, Jorit.
Da leggere tutto d’un fiato e poi da guardare: perché le immagini nei docu-video di RT sono tali – così come le testimonianze registrate – che non vi sarà più possibile nascondervi dietro il mantra “c’è un aggressore e c’è un aggredito” ma, soprattutto, capirete perché la censura si stia accanendo tanto per impedire la proiezione degli stessi.
Ciak, si censura!
Ovvero quello che non vi hanno fatto vedere
di Vincenzo Lorusso
Introduzione di Ekaterina Yakovleva
Prefazione di Anna Soroka
Postfazione di Jorit
© 2026 4 Punte Edizioni
(1) https://www.rsi.ch/info/mondo/Fuck-the-EU-gaffe-degli-Stati-Uniti–784658.html
(2) https://www.rsi.ch/info/mondo/Nord-Stream-di-chi-sono-le-responsabilità–2229435.html
(3) https://www.inthenet.eu/2022/04/06/la-verita-vi-prego-su-bucha/
(4) https://www.inthenet.eu/2024/11/01/da-maidan-a-sciacca/
(5) https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-internazionale/sean-penn-sua-fondazione-sotto-accusa-malagestione-e-2112233.html
venerdì, 3 aprile 2026
In copertina: La copertina del libro

