Sotto le bombe, vi raccontiamo un altro Iran
di Luciano Uggè
Nel Golfo Persico e, per la precisione all’ingresso dello Stretto omonimo, si innalza una piccola isola di soli 42 km², costituita essenzialmente di sale marino – Hormuz (nome entrato nel lessico comune da quando, a causa della guerra israelo-statunitense contro l’Iran, dallo Stretto non possano più il petrolio e il gas che sono indispensabili alla nostra sopravvivenza economica).
Ma noi andiamoci lo stesso su quell’isola, in pace, per scoprirne la meraviglia.
Quello che salta subito all’occhio erano i colori. Dopo circa 600 milioni di anni, più o meno 50mila anni fa, gli antichi depositi sedimentari – in cui è custodito il salgemma – emergevano in picchi aguzzi, alti fino a circa 190 metri, recando con sé un caleidoscopio di minerali, tra i quali gli ossidi di ferro che conferiscono, oggi, a quest’isola cullata da acque calme, una molteplicità di sfumature: dal rosso sangue al cristallo opalino, dal verde malachite al turchese. Il fenomeno della risalita in superficie di quest’isola sottomarina era dovuto proprio alla presenza di salgemma che, essendo meno denso rispetto alle altre formazioni rocciose, riemergeva come una goccia d’olio versata in una pentola d’acqua.
Essendo Hormuz quella che i geologi definiscono un diapiro salino, ma ricca di ferro, nei secoli è diventata famosa per le sue ‘cascate di sangue’ e per le acque del mare che, in particolari periodi dell’anno, ossia durante la stagione delle piogge, pur rimanendo cristalline si tingono di un vivace color rubino. Il fenomeno, che ha attirato turisti da tutto il mondo, in tempi più felici, è facilmente spiegabile. Gli ossidi di ferro, infatti, presenti nelle rocce che si frantumano a causa delle acque, si dissolvono – conferendo a fiumi e mare costiero una tinta simile alla ruggine. Anche in Antartide (ovviamente luogo al di fuori dalla portata turistica) si registra un fenomeno simile, denominato appunto Blood Falls – dovuto al ferro contenuto nelle acque dei ghiacciai, che si sciolgono durante la stagione estiva.
Una specialità tipicamente iraniana, al contrario, è l’ocra rossa, chiamata golak, che è utilizzata ancora oggi come colorante naturale a livello alimentare (oltre che in cosmesi e nell’industria tessile). D’altro canto a Hormuz mancano due elementi che, altrove, assicurano la vita della popolazione. Ossia, l’acqua potabile – che arriva dal continente grazie a un acquedotto; e la vegetazione autoctona, a cui tentano di sopperire i botanici iraniani che, negli ultimi anni, vi hanno piantumato una specie di mangrovie.
Qualche passo nella storia
L’isola è stata per secoli un importante centro commerciale. Nota fino al XIV° secolo con il nome di Jarūn, nel 1400 l’emiro di Hormuz vi si trasferì – probabilmente per sfuggire alle incursioni mongole. Qui si stabilirono anche, nei decenni seguenti, molti migranti che provenivano dalla Persia mentre, dall’India, giungevano i più raffinati prodotti commerciali. La posizione nel Golfo permise, quindi, una crescita economica che portò un’opulenza, la quale a sua volta attirò l’attenzione dei colonialisti europei e i portoghesi, in particolare, nel 1507, la conquistarono, costruendovi una fortezza difensiva. Da Hormuz, il Portogallo si espanse a macchia d’olio assumendo il controllo della navigazione nel Golfo Persico e tutti i commerci da e per l’India, l’Estremo Oriente e l’Oman finirono per passare da questa piccola isola che continuò a essere florida e si distinse per il rispetto verso le differenti fedi religiose, praticate dagli abitanti locali e dai colonizzatori.
Nel XVII° secolo, però, lo scià di Persia, Abbās I° il Grande, concesse alla Compagnia delle Indie Orientali britannica l’utilizzo del porto di Jāsk per i propri commerci. Non contento, con il supporto di un reparto militare inglese, nel 1662, si impadronì di Hormuz e, volendo deviare le ricchezze commerciali direttamente in zona continentale, trasformò la cittadina di Gāmerūn nella nuova capitale portuale del Golfo, Bandar-é Abbās, condannando Hormuz a un implacabile declino.
Prima della guerra, Hormuz non solamente aveva scelto di aprirsi a un turismo sostenibile, ma l’esigua popolazione locale – composta da circa 3mila abitanti – aveva deciso di coltivare un artigianato autoctono e, grazie all’uso della terra battuta, di edificare abitazioni eco-friendly con cupole colorate, che stavano trasformando questo piccolo gioiello incastonato nel mare in un punto di riferimento per i designer internazionali e per chi amasse tuffarsi, oltre che nella bellezza incontaminata della natura, nella conoscenza di culture uniche e antiche.
venerdì, 3 aprile 2026
In copertina: Foto di Mostafa Meraji da Pixabay

