Il signore delle formiche racconta la sua vittima più celebre
di Luciano Uggè (consulenza critica di Simona Frigerio)
Ex partigiano, comunista, intellettuale, omosessuale, Aldo Braibanti nasce nel 1922 e muore, il 6 aprile 2014, a Castell’Arquato. Il primo a essere condannato, dalla fine della Seconda guerra mondiale, nel 1968, a nove anni di reclusione (condonati a due) per ‘plagio’ – e non si intenda il termine quale appropriazione di un’opera d’ingegno altrui, bensì come sottomissione psicologica e fisica di una persona alla propria volontà.
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 96 del 9 aprile 1981 (interpellata nel merito dai giudici che, nel 1978, avrebbero dovuto emettere sentenza riguardo a un’altra accusa di plagio), dichiara il reato incostituzionale e, nel contempo, insussistente in quanto non solo non dimostrabile ma “il riferimento al ‘totale stato di soggezione’ può condurre ad una applicazione della norma a situazioni di subordinazione psicologica del tutto lecite e spesso riconosciute e protette dall’ordinamento giuridico, quali il proselitismo religioso, politico o sindacale”. Il reato, del resto, era stato uno dei tanti aborti legali del ventennio fascista. In effetti, come racconta anche la fumettista Sara Colaone nel suo In Italia sono tutti maschi (1), o Ettore Scola in Una giornata particolare, gli omosessuali in Italia erano condannati al confino. Questa, però, non era la ‘punizione’ per essere omosessuali, in quanto nel 1938 – quando Hitler fece visita all’amico Mussolini a Roma – il Duce affermò che: «In Italia sono tutti maschi», liquidando la questione omosessuale (che non poteva essere reato dato che nessuno lo praticava), e lasciando alle Prefetture il compito di deportare i ‘femminielli’ – ufficialmente come prigionieri politici. Una tragedia per molti, sebbene meno devastante di ciò che accadeva ai famigerati ‘triangoli rosa’ – che, in Germania, furono deportati nei lager insieme a dissidenti politici, ebrei, rom, degenti psichiatrici, eccetera.
Il film di Gianni Amelio, uscito nelle sale nel 2022 (a un secolo dalla nascita di Braibanti) e riproposto col bollino rosso, ossia solo per adulti, in questi giorni da Rai Play (forse per un unico nudo del tutto marginale e inutile al contenuto, o più probabilmente perché è il tema trattato a essere considerato tuttora scabroso nell’Italia Arcobaleno del 2022), racconta di come il poeta e intellettuale comunista fu, nel 1968 (ovvero in ben altra temperie socio-culturale), sottoposto a una persecuzione giudiziaria, in quanto accusato di aver plagiato un suo giovane amico (maggiorenne e capace di intendere e volere) di cui era il mentore.
Dalla realtà al racconto cinematografico
Il film di Gianni Amelio lavora in sottrazione, così come i due magistrali protagonisti, Luigi Lo Cascio nel ruodo di Aldo Braibanti e Leonardo Maltese in quelli del sensibile Ettore Tagliaferri. E però, sebbene il film sia delicato e in grado di trasmettere la psicologia e la scelta di Braibanti di non partecipare, ovvero di allontanarsi psicologicamente da quel processo che fu, a tutti gli effetti, una farsa grottesca (ottima la scena in cui, mentre in primo piano un qualche testimone racconta di soprusi e violenze ben poco credibili, l’avvocato difensore, in secondo piano e sfocato, ride smodatamente), il film a tesi non giova né alla veridicità del racconto né all’impianto complessivo.
I falsi storici
Aldo Braibanti non fu lasciato solo. Marco Pannella, ad esempio, andò in aula e denuncerà di aver avuto l’impressione di assistere a un processo dell’Inquisizione. Accanto a Braibanti non vi era solo un gruppo di giovani sessantottini, bensì esponenti dell’intellighenzia, della cultura e del teatro: Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Umberto Eco, Vittorio Gassman, Carmelo Bene (che definirà Braibanti un genio), Dacia Maraini e Piergiorgio Bellocchio (fratello di Marco, tra i produttori del film). Ma perché tutti questi nomi? Non solamente per una solidarietà di principio, bensì perché Braibanti non era un mezzo fallito che viveva ai margini (come appare nel film) ma un fine intellettuale, poeta, drammaturgo e regista che stava sperimentando tanto quanto un Pasolini o un Bene. Infatti, quel Torrione Farnese di Castell’Arquato che compare nel film e dove non si comprende bene cosa faccia Braibanti (il regista, il mentore, il filosofo socratico o l’egotista intellettualoide?) era uno dei nuovi bastioni di quel teatro che stava scardinando i suoi principi dalle fondamenta. Braibanti vi giunge nel 1947, quando si congeda dalla poltica con una poesia, trasformandolo in un’avanguardistica ‘comune’ con un laboratorio artistico al quale daranno il proprio contributo (fino al 1962, anno in cui l’Amministrazione comunale democristiana deciderà di non rinnovargli più il contratto d’affitto), nomi del calibro di Carmelo Bene, i fratelli Bellocchio, ma anche il pittore, scultore e incisore Renzo Bussotti e suo fratello Sylvano – regista, scrittore, pittore lui stesso, compositore e accademico dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Nel frattempo Braibanti pubblica, alcune sue opere arrivano persino Oltreoceano e, a Milano, partecipa alla Triennale (si ricordano la raccolta di saggi, poesie e opere teatrali, Il circo e altri scritti, in 4 volumi; la collaborazione con Quaderni Piacentini; e, a seguito dell’esperienza vissuta, Le prigioni di Stato, per Feltrinelli).
Come sarebbe stato più interessante addentrarsi in quel teatro dei primi anni 60 (dalle cantine romane al gruppo della Rocca che si sarebbe riunito, sul finire degli anni 60, in un altro spazio intriso di storia medievale, quale Montestaffoli, a San Gimignano) e contrapporre la ricerca sulla non-parola (che interesserà da Ronconi a Straub, passando per lo stesso Bene), sulla negazione della teatralità come spettacolo esteriore; ebbene, come sarebbe stato più interessante contrapporre la ricerca di Braibanti e di altri di una autenticità – o un rifiuto consapevole della stessa – che andrà oltre la scena, in spazi non canonici; alla farsa grottesca del Tribunale, dove si recitava il teatrino perbenista di un’Italietta che stava per esplodere nelle bombe della strategia della tensione?
E però la tesi che Gianni Amelio vuole portare avanti è un’altra, ossia che non vi fosse nessuno dalla parte di Braibanti (il primo piano di Emma Bonino, oggi, è semplicemente anacronistico, quando si sarebbe potuto inserire un Pannella d’epoca) e che L’Unità non difese il compagno ed ex partigiano in quanto quotidiano di partito mentre il PCI sarebbe stato, a sua volta, condizionato da Mosca – la scena di una delegazione Sovietica con la compagna che si affretta a sapere cosa stia accadendo e che, quando sente che si tratta del processo a un omosessuale, scappa via inorridita è ridicola oltre che anti-storica. In primis, i sovietici nel 1968 (quando si concluse il processo di primo grado a Braibanti) erano impegnati su ben altri fronti, quali Praga e la Cecoslovacchia. In secondo luogo, Maurizio Ferrara, il direttore de L’Unità che, nel film, avrebbe addirittura licenziato il giovane cronista che seguiva il caso (fatto non veritiero, sconfessato dallo stesso cronista, come la ricostruzione più in generale), e che Amelio vuol fare apparire come un burocrate di partito e di un partito pervicacemente omofobo ed eterodiretto, era tutto l’opposto. Ebbene, Ferrara scrisse di suo pugno che il processo era stato: “aberrante, un rilancio dei temi dell’Inquisizione, una chiassata avvocatesca di tipo razzista contro il terzo sesso”. E ancora: “Se c’è qualcosa di marcio non è tanto l’esistenza della omosessualità, quanto la ferocia razzista, il dileggio becero, l’odore di linciaggio che il suo sospetto scatena in ambienti nei quali la morale si identifica con il moralismo più oscurantista e repressivo” (2).

Il falso storico su L’Unità a causa della russofobia?
Certamente, se si vuole colpire il Presidente Putin, nel 2022 (anno di uscita del film), perché non utilizzare la presunta omofobia russa? Ma se la predica viene da un Paese che si dice Arcobaleno e poi mette il bollino rosso a un film come questo solo perché è l’omosessualità a essere, nei fatti, ancora un tabù; un Paese in cui non esiste ancora il matrimonio tra persone dello stesso sesso (ma solo quell’unione civile che è una conferma di come gli omosessuali siano cittadini di serie B); ebbene forse la tesi crolla come il mito che i coministi e gli slavi siano tutti maschilisti e omofobi.
E chiudiamo con un ultimo tema del film che, al contrario, ci è sembrato ben delineato grazie anche all’ottima interpretazione di Leonardo Maltese nel ruolo di Ettore Tagliaferri – ovvero, nella realtà dei fatti, Giovanni Sanfratello. Quest’ultimo è stato rinchiuso in manicomio a Verona per quindici mesi, dove ha subito numerosi elettroshock e persino alcuni coma insulinici. Alberto Moravia nel libro del 1969, dedicato al caso (Sotto il nome di plagio), lo racconterà sottolineando come questi trattamenti gli furono imposti “contro la sua volontà, tenendolo isolato dai suoi amici, dai suoi avvocati e da chiunque avesse ascoltato le sue ragioni”. E del resto, nemmeno oggi chi è sottoposto a TSO ha diritto a un avvocato per opporsi al trattamento sanitario obbligatorio (3). Ma non solo, come in Italia gli omosessuali ma anche le mogli depresse finivano in manicomio, nei Paesi nordici, in Nuova Zelanda o in Irlanda si era rinchiusi negli stessi e anche in altre strutture (come le famigerate Magdalene), a seconda dei comportamenti considerati ‘devianti’ messi in atto. E ieri come oggi, in molti Stati (compresi i ‘civilissimi’ US), l’elettroshock è considerato una terapia efficace.
Tante mistificazioni o libertà poetiche non hanno comunque giovato al film che, costato oltte 7 milioni di euro, non ne ha incassati nemmeno due.
Il signore delle formiche
regia Gianni Amelio.
sceneggiatura Gianni Amelio, Edoardo Petti, Federico Fava
fotografia Luan Amelio Ujkaj
nontaggio Simona Paggi
scenografia Marta Maffucci
costumi Valentina Monticelli
interpreti e personaggi:
Luigi Lo Cascio: Aldo Braibanti
Elio Germano: Ennio Scribani
Leonardo Maltese: Ettore Tagliaferri
Davide Vecchi: Riccardo Tagliaferri
Sara Serraiocco: Graziella
Anna Caterina Antonacci: madre di Ettore
Giovanni Visentin: direttore del giornale
Valerio Binasco: pubblico ministero
Alberto Cracco: presidente del collegio giudicante
Rita Bosello: Susanna, madre di Aldo Braibanti
Gina Rovere: padrona della pensione
Roberto Infurna: Manrico
Giuseppe Alessio: cuginetto
Michele Alessio: cuginetto
Emma Bonino: cameo
Italia, 2022
durata 130 minuti
(1) https://www.inthenet.eu/2025/06/20/sara-colaone-storia-e-storie-del-900-a-fumetti/
(2) https://www.strisciarossa.it/wp-content/uploads/2024/05/processo-braibanti-unita-prima-pagina-13-7-1968.jpg
(3) https://www.inthenet.eu/2026/03/20/il-tso-meno-garantista-del-processo-penale/
venerdì, 10 aprile 2026
In copertina: La Locandina del film (particolare per ragioni di layout); nel pezzo, la pagina de L’Unità

