Riarmo europeo? Tutto inizia 15 anni fa
di Federico Giusti
Le spese militari, dopo anni in costante diminuzione, hanno iniziato a crescere ben prima della guerra tra Russia e Ucraina. I progetti di ricerca duali e l’impulso per le nuove tecnologie impiegabili per la produzione di sistemi di arma avanzati partono oltre un decennio fa – come si evince da innumerevoli documenti europei.
Stando anche agli ultimi report del Sipri (1) si evince che, a beneficiare del grande aumento di produzioni ed esportazioni militari, è un solo Paese, che stacca tutti gli altri: gli Stati Uniti. Oltre il 40% dell’intera produzione di armi arriva dagli US e il continente europeo è la destinazione privilegiata di queste esportazioni.
Il sogno del Riarmo UE è legato non solo alla capacità di difesa autonoma dagli Stati Uniti (stando ai fatti ancora per tanti anni gli europei dipenderanno dalla tecnologia bellica statunitense nonostante quanto ne dica Mario Draghi) ma, soprattutto, al progetto di realizzare un complesso industrial-militare capace di primeggiare, o almeno raggiungere gli States, sui mercati di armi mondiali.
Tuttavia, dopo anni di discussioni, documenti strategici e atti di indirizzo, analisi serie e da strapazzo (sic!), è lecito chiedersi dove siamo arrivati, se l’obiettivo di Draghi di dare vita a un complesso industrial-militare stia muovendo i primi passi o se, invece, siamo in sostanza fermi alle solite divisioni interne al Vecchio Continente.
Nel giugno 2016, l’Unione Europea già parlava di “autonomia strategica” anche nell’ottica di produrre da sola sistemi d’arma complessi e tecnologicamente avanzati. Risultato, dieci anni dopo, raggiunto solo in minima parte per la dipendenza, cronica, dagli Stati Uniti nel rifornimento di componenti tecnologiche complesse e frutto di decenni di investimenti. Riusciranno allora i progetti di Riarmo a colmare i ritardi dopo avere istituito il Fondo Europeo per la Difesa (EDF), la Cooperazione Permanente (PESCO), e la pianificazione militare dell’UE (MPCC)?
Facciamo un passo indietro
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, gli Stati Uniti operarono due scelte: mantennero la guida della Nato diminuendo, al contempo, il numero dei soldati in Europa al fine di spostare le truppe in altre aree del mondo. Per offrire qualche numero: i soldati statunitensi in Europa passarono da 350mila, ai tempi della Guerra Fredda, a poco meno dei 65mila dei nostri giorni. Ma non per questo le basi statunitensi e della Nato sono state ridimensionate, piuttosto hanno ridefinito ruoli e funzioni dentro i nuovi scenari globali. Nei nuovi scenari internazionali gli effettivi delle truppe hanno, al contrario, ripreso a crescere: servono eserciti di massa, come si evince dai documenti europei, e per questo in ogni Paese si sta ripensando alla leva, al servizio militare obbligatorio che in questi anni è stato solo sospeso. Numeri ridotti di soldati non determinano, comunque, una minore presenza militare. Ad esempio, nel campo cyber o dell’intelligence, la struttura degli Stati Uniti è cresciuta esponenzialmente.
Andando oltre gli spot pubblicitari, una forte presenza di basi militari in Europa risulta ancora conveniente alla tutela degli interessi militari ed economici statunitensi nel Mediterraneo allargato – fino a tutto il Nord Africa e il Medio Oriente. Le argomentazioni di Trump rispetto alla UE sono da ‘prendere con le molle’ ma, al contempo, bisogna saperle contestualizzare perché hanno ottenuto il risultato strategico di costringere l’Unione Europea al riarmo – con la promessa di acquistare tecnologia militare dagli US. Non solo, la UE spenderà di più per la Nato e, nel contempo, i Paesi UE consentiranno agli Stati Uniti di spostare i propri investimenti nell’Oceano Indiano e ovunque sia nevralgico intervenire.
A oggi non è all’ordine del giorno il ritiro delle truppe US dal Vecchio Continente e asserire una posizione contraria significa non saper leggere la realtà: in campagna elettorale Trump aveva promesso di ridurre la presenza all’estero del suo Paese, salvo fare poi l’esatto contrario (con gli interventi in Iran, in Africa, in Venezuela e l’appoggio a Israele per il genocidio palestinese – solo per restare agli ultimi mesi).
Il ReArm EU: dieci anni di preparativi
Il riarmo europeo è iniziato un decennio prima dell’esplosione del conflitto tra Russia e Ucraina. Non sarà superfluo rinfrescare la memoria collettiva riprendendo una dichiarazione dell’allora Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker. Correva l’anno 2016, e il politico lussemburghese invitava l’Europa a prendersi cura della propria sicurezza perseguendo l’obiettivo dell’autonomia strategica.
Dalla fine della Guerra Fredda ai nostri giorni la capacità difensiva dell’Europa risulta in calo. Ma già durante la controversa missione militare contro la Libia del 2011 (che divise i Paesi europei) si risvegliarono le mire guerrafondaie della UE, indicando gli interventi indispensabili per ammodernare e rendere efficiente la macchina bellica. In quel caso i Paesi della UE – che parteciparono alla missione contro Gheddafi – palesarono difficoltà nell’intelligence, nel settore aeronautico, nel rifornimento in volo dei caccia da guerra, ritardi nella difesa convenzionale e l’inadeguatezza del complesso militar-industriale.
Numerosi documenti strategici concentrano, oggi, l’attenzione sulla presunta minaccia della Russia e vorrebbero ammodernare gli eserciti europei in funzione di un eventuale conflitto proprio con il Paese che ci riforniva di gas e petrolio a basso costo. Alcuni Stati, al contrario, sembrano interessati a indirizzare risorse economiche e ricerche tecnologiche verso obiettivi ben più ampi e ambiziosi, curando i tanti aspetti di un possibile conflitto armato in scenari, peraltro, anche extra-europei. Non è casuale che proprio i Paesi della UE stiano formando personale specializzato da destinare all’utilizzo dei moderni sistemi d’arma, cercando la strada maestra per produrli in autonomia e indipendentemente dagli Stati Uniti. Ci vorranno molti anni, ma solo l’idea che, per superare la crisi economica e politica europea, si debba intraprendere la via militare, dovrebbe almeno farci cambiare idea sulla stessa Europa.
Per reclutare il personale specializzato, nel frattempo, bisogna offrire anche una via d’uscita a livello civile. Da qui gli sforzi indirizzati a un sistema di welfare e previdenziale costruito ad hoc per i militari, e l’opportunità di accedere per via preferenziale a impieghi pubblici (nel settore civile) dopo alcuni anni di servizio volontario nell’esercito. E però le difficoltà strutturali della UE persistono e sono legate, in parte, a progetti industrial-militari concorrenziali tra loro, ma anche al fatto che un esercito letale non si improvvisa in una manciata d’anni. Gli Stati Uniti sono stati perennemente in guerra dal 1945 a oggi: hanno accumulato decadi di esperienza tecnologica e tattica e rappresentano ancora un modello a cui ispirarsi (2).
Pesa, tuttavia, la frammentazione della base industriale della difesa europea e di questo parlano tanto Enrico Letta quanto Mario Draghi quando invocano la cooperazione europea in materia di armamenti. Dati alla mano per lustri e almeno fino al 2016, gli appalti collaborativi per la difesa, in Europa, oscillavano attorno al 20% del totale con percentuali maggiori, attorno al 32%, per gli appalti degli aerei da guerra che, peraltro, ricevono grandi finanziamenti comunitari. Ancora oggi gli Stati europei spendono l’80% dei loro bilanci per la ricerca e lo sviluppo militare all’interno dei confini nazionali. Il documento strategico di Mario Draghi invocava, al contrario, progetti comuni alla UE e, in questa direzione, sono andati i finanziamenti per i progetti del PNRR – nell’ottica di rendersi indipendenti dall’importazione di componenti chiave e sistemi d’arma dagli Stati Uniti. Ma per raggiungere questo obiettivo la UE deve dotarsi in tempi rapidi di un proprio sistema industrial-tecnologico e di difesa integrata, sì da non restare indietro nell’innovazione militare e nello sviluppo di tecnologie duali e di armamenti a costi non proibitivi.
Chiudiamo accennando ai satelliti militari, per i quali urge un’infrastruttura coordinata. Anche in questo campo i ritardi sono eloquenti e alcuni Paesi vorrebbero acquistare tecnologia e prodotti statunitensi (e non solo), giudicando troppo lunghi i tempi necessari per realizzare sistemi e prodotti comunitari tecnologicamente avanzati capaci poi di competere nel mondo. Non a caso, nei vari Parlamenti esponenti governativi hanno proposto di rivolgersi, nel frattempo, agli Stati Uniti al fine di sopperire alle lacune e ai ritardi comunitari: a quel Paese, insomma, che facendo esplodere e alimentando guerre in tutto il mondo acuisce i ritardi e le difficoltà della UE (in tutti i campi).
(1) Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma
(2) La nostra Redazione tiene a sottolineare che gli US non hanno vinto una sola guerra in questi 80 anni, se si escludono l’invasione dell’isola di Grenada e i rapimenti di due Presidenti, Manuel Noriega a Panama e Nicolás Maduro in Venezuela. Il disastro forse più devastante, a parte il Vietnam, i vent’anni di guerra contro i talebani in Afghanistan conclusisi con la riconsegna dell’Afghanistan ai talebani stessi
venerdì, 10 aprile 2026
In copertina: Foto di Zack Culver da Pixabay

