…con lo ‘stop’ del ricorso al Tar
di Simona Maria Frigerio
Qualche mese fa, come tutti sanno, il Teatro della Toscana è stato ‘declassato’, perdendo lo status di Nazionale. Molti colleghi hanno appoggiato la veemente accusa del nuovo Direttore artistico, Stefano Massini, di essere stato ‘ingiustamente punito’, ma non noi. In primis, perché non era certamente colpa di Massini – fresco di nomina – e del nuovo Cda, il declassamento; bensì della gestione dei trienni precedenti. E in secondo luogo, perché non si poteva negare che il Nazionale avesse commesso degli errori.
Ricordiamo, citando a caso, la veemente denuncia dello scomparso Giancarlo Cauteruccio, nel 2021: “Me ne vado perché, dopo cinque anni dall’abbandono del Teatro Studio determinato da un taglio ministeriale ingiustificato, sono stato preso in giro per cinque anni dal Teatro della Toscana che aveva vinto il bando di gestione”. Il Workcenter di Jerzy Grotowski, con una storia e un’eredità teatrali incommensurabili, finiva smantellato; mentre il Teatro Era di Pontedera, nel quale avevano lavorato o prodotto spettacoli Compagnie come il Living Theater e l’Odin Teatret di Eugenio Barba, e registi del calibro di Thierry Salmon e Peter Brook, finiva per ospitare nomi televisivi o del teatro commerciale – che non necessitano di essere finanziati con le nostre tasse, bensì possono mantenersi con lo sbigliettamento. La sorte, però, forse peggiore toccava al Teatro di Rifredi che, nel 2023 (quando gli incassi del Nazionale erano stati di soli 51mila euro in totale tra Pergola e Rifredi), vendeva appena 6.361 biglietti. Un teatro che, nelle 37 stagioni precedenti, era “riuscito a mettere in scena 765 spettacoli, superando il milione di visitatori”, ossia una media di 27.000 l’anno (senza abbonamenti); producendo, inoltre, lavori che non solamente erano andati in tournée in tutta Italia, ma in 26 Paesi stranieri. Come aveva fatto il Teatro Nazionale della Toscana a trasformare (domanda che ci siamo già posti) simili cavalli di razza in ronzini?
Stefano Massini e il nuovo CdA
Con la Stagione 2025/2026 va detto che – contrariamente ai due lustri precedenti – si apprezza finalmente una nuova rotta. Sebbene le potenzialità del Teatro Era siano tutte da rimettere in gioco, almeno lo stesso ha riaperto e con una Stagione che propone, al bacino pisano, titoli di qualità presentati, in Pergola, ai fiorentini. Certamente il teatro andrebbe valorizzato anche altrimenti, avendo a disposizione sale più piccole (dove abbiamo assistito, ad esempio, a Sorry Boys durante la stagione invernale); potendo offrire residenze agli artisti; e avendo in dotazione un teatro all’aperto da sempre sotto-utilizzato. Anche il Nuovo Rifredi Scena Aperta sembra aver ripreso vigore, offredo una programmazione originale che ha puntato su compagini e titoli non adatti al foyer di un Nazionale (pellicce, lustrini e cotillon compresi), con centinaia di posti a sedere, ma qualitativamente validi, innovativi e persino di ricerca. In breve, teatro e non spettacolo.
Applausi quindi al nuovo corso che, se confermato nei prossimi anni, dovrebbe dare i suoi frutti con la promozione a Nazionale meritata sul campo.
E però restava in gioco il famoso ricorso al Tar del Lazio contro il declassamento, con l’udienza pubblica che si sarebbe dovuta tenere lo scorso 24 marzo. Ricorso ritirato dalla Fondazione Teatro della Toscana dopo aver ricevuto “comunicazione dal Ministero della Cultura della positiva valutazione sul progetto speciale Scuola di Drammaturgia” (come apprendiamo dal comunicato stampa del teatro), ideata da Massini e che dovrebbe essere “la prima tappa di un percorso che darà al Teatro della Toscana una missione specifica e peculiare sotto la direzione artistica” dello stesso. Non un corso per drammaturghi in erba o in fase di perfezionamento (stile master di scrittura creativa per pochi eletti), bensì la possibilità di valorizzare la drammaturgia contemporanea, “portando questo progetto anche al di fuori degli spazi canonici dello spettacolo dal vivo [… con] attività aperte al pubblico, percorsi dedicati alle scuole, interventi nei luoghi della cura e della fragilità sociale ”.
La Fondazione Teatro della Toscana ha pertanto ritirato il ricorso “per non influire negativamente sul sistema teatrale nazionale e per non costringere ulteriormente la struttura in un clima di incertezza”.
A differenza, quindi, dello stimabilissimo e arguto collega, Alessandro Toppi (il quale difese a suo tempo il Nazionale dal declassamento), che, sul suo profilo FB – riguardo a questo compromesso – scrive: “Faccio finta di dimenticare le parole di quei giorni spese da Massini e dalla sindaca di Firenze. Faccio finta di dimenticare le grida in piazza e le interviste rilasciate in tv e sui giornali, gli «Io, Io, Io», l’uso delle parole «libertà» «bavaglio» «censura» e «resistenza», le frasi personalistiche ad effetto («bisognava punirmi», «la cultura è sotto attacco»), i cartelli con scritto «odore di ventennio», le raccolte di firme, la conferenza stampa all’aperto con Massini che s’erge, in preda a un delirio egotico quasi gaddiano, evocando Savonarola. Faccio finta di dimenticare le motivazioni che hanno portato al ricorso (sacrosanto) al TAR: la lotta contro gli abusi subiti, il rifiuto di sottostare alla scure, la rivendicazione di una qualifica scippata con «motivazioni pretestuose» che infangavano il merito e che alla struttura toglieva denaro riducendo di conseguenza anche il diritto e la possibilità, per la cittadinanza, di usufruire di un teatro pubblico posto nelle migliori condizioni per poter lavorare”; ebbene, noi che allora sostenemmo che il declassamento era doveroso – numeri e fatti alla mano – non arricciamo il naso di fronte al compromesso raggiunto tra Teatro della Toscana e Ministero.
È vero che 200mila euro per un progetto non possono compensare gli oltre 380mila euro di taglio complessivi. Ma questi ultimi erano davvero dovuti? Secondo noi, no. Quindi, ben venga il finanziamento finalmente su un progetto specifico e, come tale, controllabile – invece che per coprire buchi di bilancio prodotti da scelte sbagliate ed errori a più livelli.
Se il progetto avrà davvero le ricadute previste sulla carta, lo capiremo nel giro di un anno al massimo e se, al contrario, sarà solo un compromesso di facciata lo giudicheremo come tale e ne scriveremo di conseguenza.
venerdì, 10 aprile 2026
In copertina: Il logo istituzionale del Teatro della Toscana

