… e sua interpretazione in Tribunale
di Simona Maria Frigerio
La premessa è che in Italia il matrimonio civile si basa essenzialmente su tre articoli che sono citati anche dall’ufficiale di Stato civile.
L’Articolo 144 stabilisce, democraticamente e in linea con il diritto di famiglia, che i coniugi concordano (parimenti) l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi.
Altrettanto equamente e nel rispetto degli interessi dei minori, l’Articolo 147 impone ai coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare i figli, rispettando le loro capacità e aspirazioni.
Ma l’Articolo forse più importante è il 143, che stabilisce che i coniugi devono prestarsi reciprocamente assistenza morale e materiale, e collaborare nell’interesse della famiglia (questo è molto in linea con l’idea di una s.n.c. più che di un impegno reciproco basato su rispetto, affetto e stima ma, del resto, la mancanza di servizi sociali pubblici ha fatto ricadere pesantemente sulla società/famiglia molti diritti e obblighi di assistenza). Inoltre, nel 143 si istituzionalizza che entrambi i coniugi sono tenuti a contribuire ai bisogni della famiglia in base alle proprie capacità e risorse. E infine, ciliegina sulla torta: i coniugi devono rispettare l’obbligo di fedeltà. Ovvero, lo Stato impone a due essere maggiorenni, pensanti e senzienti come regolare i loro rapporti sessuali e qui o si vede la derivazione dalla matrice cattolica, o si evince che la famiglia borghese in una società capitalistica e consumistica (il nuovo diritto di famiglia è targato 1975) è un nucleo chiuso, un microcosmo teso a un benessere soprattutto materialistico e che, per raggiungere i propri obiettivi, sottoscrive l’idea che un rapporto aperto o anche solo una liaison al di fuori del ‘talamo nuziale’ metta in pericolo la ‘società a nome collettivo’ di cui sopra.
Come si interpreta il dovere di fedeltà nei tribunali (reali e massmediatici)
Al di là che ogni coppia è un universo a sé stante, che regola la relazione in base a bisogni affettivi e rapporti di forza, opinioni ed esigenze personali, che solamente nel caso creino situazioni di disagio o violenza, fisica o morale, diventano di pubblico dominio. E al di là del fatto che esistono coppie disfunzionali che sopravvivono a se stesse, mentre altre – nonostante o proprio a causa dell’indipendenza e del rispetto di sé dei suoi membri – scoppiano in pochi anni. È interessante notare come proprio il tema della fedeltà sia trattato e considerato dalla magistratura e dall’agone mediatico quando un matrimonio finisce con un femminicidio o con l’omicidio del marito, l’uxoricidio generico (e questi ultimi casi sono più di quanti si pensi).
Fa specie, innanzi tutto, che una società impone la fedeltà per legge, riconosca come aggravante la gelosia. In effetti, se la gelosia non dovrebbe più essere considerata un’attenuante, non capiamo nemmeno come – in un rapporto civilmente regolato sulla base della reciproca fedeltà – se uno viene meno a un obbligo talmente basilare da essere citato durante la celebrazione delle nozze, l’altro non debba sentirsi tradito (propriamente nel senso di capire di trovarsi di fronte a una persona che è venuta meno alla nostra fiducia, agli obblighi morali e ai doveri nei nostri confronti) e, magari, molto umanamente sia anche un po’ geloso. E non pensiamo a una gelosia morbosa figlia dell’insicurezza cronica, della mancanza di stima in se stessi o quale espressione di un bisogno di possesso. Ma alla semplice sensazione di disagio, sconfitta e dolore del sapere che la persona che amiamo ha baciato, abbracciato e fatto sesso con una persona diversa da noi. Altrimenti, ci sarebbe da chiedersi, perché lo Stato impone la fedeltà?
E poi esiste un altro dubbio che sorge in questo mare magnum continuamente cangiante che è la nostra società, sempre meno certa dei propri valori e sempre più certa di affidarsi alla forca massmediatica per avere giustizia. Ovvero: perché se a ‘tradire’ è il coniuge che è accusato di un delitto (magari poi scagionato), tale fatto è di per sé considerato riprovevole, biasimevole, anzi: indizio sicuro di colpevolezza. Mentre laddove a ‘tradire’ sia stata la vittima (soprattutto se donna), ecco che l’agone sociale blatera di libertà, di riappropriarsi della propria esistenza, di volersi finalmente bene e avere tutto il diritto di spiccare il volo lasciando il nido. Delle due, una.
Non è a noi che spetta giudicare come una coppia regola la propria vita sessuale e non dovrebbe farlo nemmeno uno Stato, imponendolo per legge. Ma se vogliamo affrontare i pregiudizi che viziano i rapporti di coppia, dovremmo cominciare con il considerare che i coniugi – parimenti persone adulte e senzienti – sono libere di regolare tale aspetto della propria vita in comune, come altri. Il che comporterebbe la fine di giudizi affrettati e tesi inquisitorie che paiono ricalcare modelli degli anni 50 – o il loro esatto contrario, a seconda del vento forcaiolo o assolutorio che spira in quel momento.
venerdì, 17 aprile 2026
In copertina: Foto di Markus Winkler da Pixabay

