Una storia «controversa», dal 1944 a oggi
di Simona Maria Frigerio
Per 4 Punte Edizioni esce, in queste settimane, il libro del giornalista e scrittore Alberto Fazolo – con prefazione di Moni Ovadia – dedicato alla famosa Brigata ebraica. Ci sembra d’uopo, quindi, pubblicarne la recensione oggi, alla vigilia di quel 25 Aprile che sembra sempre più svuotato di senso in tempi in cui, al contrario, proprio i valori sui quali è nata la Costituzione italiana dovrebbero tornare parola vivente.
Facciamo un passo indietro. Il 27 ottobre 2023 intervistavamo Moni Ovadia (1), l’unico ebreo famoso, in Italia, che aveva il coraggio di denunciare quanto stava accadendo a Gaza. Lui ebreo, ribadiamo, ma non per questo sostenitore di quel regime sionista – razzista e colonialista – che commetteva un genocidio in diretta. Un regime che, da allora, ha continuato a insanguinare l’Asia Occidentale – in particolare il Libano e la Cisgiordania, e poi l’Iran, con l’appoggio diretto degli States e quello diretto o indiretto di gran parte dei Paesi che compongono il famoso ‘miliardo d’oro’.
Ora sappiamo che, domani in piazza – a Milano, come a Roma – nelle manifestazioni per ricordare la Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo (con il corollario della famigerata Repubblica di Salò) sfileranno, con la bandiera di Israele, gli ebrei che vogliono rivendicare l’apporto della Brigata ebraica a quella lotta di liberazione. E come sempre, ci sarà chi non saprà valutare quale fu il contributo della stessa e chi, al contrario, quel contributo, cercherà di sopravvalutarlo. Questo perché, alla tragedia dell’Olocausto e, quindi, al senso di colpa degli eredi del nazi-fascismo, si sommi la mistificazione di una partecipazione dello Stato di Israele alla Resistenza. Così da farci dimenticare, per un giorno, i crimini di guerra, la pulizia etnica, gli sfollamenti e la ferocia predatoria perpetrati dai colonialisti israeliani nei confronti dei palestinesi fin dal 1948 (anno della Nakba).
Una lezione di storia firmata da Moni Ovadia
Iniziamo con l’inquadrare correttamente chi furono i membri della Brigata ebraica e quale fu il loro contributo nella guerra di Liberazione italiana.
Innanzi tutto, la Brigata era composta da arabi (si stimano 1.200 volontari) ed ebrei (1.600/1700), che vivevano nella Palestina sotto Mandato britannico. Ossia in quella che potremmo definire una colonia di quell’Impero che, attraverso la Compagnia delle Indie Orientali, aveva trasformato il commercio in monopolio e quest’ultimo in dominazione coloniale, utilizzando un esercito privato che, a un certo punto, poteva contare sull’efferatezza di 200mila mercenari. Il Palestine Regiment, quindi, e non la rinominata Brigata ebraica, si aggregò alle truppe del generale Harold Alexander (Comandante delle forze anglo-statunitensi durante la campagna d’Italia), per risalire la penisola. I suoi membri “parteciparono alla lotta di Liberazione dal nazifascismo” per un lasso di tempo breve (sembrerebbe circa un mese) e con una peso delle loro azioni assai limitato. Di conseguenza, se oggi i discendenti di quegli abitanti della Palestina effettivamente occupata dagli inglesi (su Mandato della Società delle Nazioni, sic!) – fossero ebrei, musulmani o cristiani – hanno il diritto di manifestare, sarebbe più corretto lo facessero sotto la bandiera del Palestine Regiment (se ne esiste una o, per ironia della sorte, sotto quella del Mandato Britannico). Non ha alcun senso che sventolino quella dello Stato di Israele – il quale non esisteva nel 1945 e che, quando si è concretizzato in Palestina, ha dimostrato fin da subito le “reali intenzioni del sionismo: annettere quei territori allo Stato d’Israele e combattere i palestinesi, anche attraverso pulizia etnica e deportazione”.
La prefazione concisa ma esauriente di Moni Ovadia ripercorre la storia del Palestine Regiment e inquadra storicamente la nascita dello Stato di Israele. Le presunte motivazioni bibliche (ma sappiamo che molti ebrei osservanti danno una lettura ben diversa alle pretese di una ‘terra promessa’, 2) erano supportate solo dalla famosa Dichiarazione Balfuor, “che, in realtà, era semplicemente una lettera del ministro degli Esteri dell’Impero britannico – mandata al più autorevole esponente della comunità ebraica britannica, Lord Rothschild – poi annessa al «Trattato di Rapallo», uno degli accordi cui si era giunti alla fine della Prima guerra mondiale. Quella lettera, nei fatti, era una dichiarazione di favore, o di non sfavore, dell’Impero britannico, che accettava la costituzione di un «focolare ebraico» (in inglese «national home») nel territorio della Palestina mandataria; quel luogo era da dividere con i palestinesi, ma lo slogan dei sionisti fu, fin da subito: «Una terra senza popolo, per un popolo senza terra». In quella terra invece il popolo c’era e c’è: si tratta del popolo palestinese”.
Ed è per tutte queste ragioni che non ha senso che i discendenti o coloro che vogliono ricordare il contributo del Palestine Regiment (più che della Brigata ebraica) alla Liberazione italiana dal nazi-fascismo, sventolino la bandiera israeliana (soprattutto dopo il 2018, quando Israele ha rivendicato di essere lo Stato-nazione degli ebrei, declassando musulmani e cristiani a cittadini di serie B).

Introduzione e breve excursus sui primi quattro capitoli
Il libro di Fazolo, altrettanto stringato ed esauriente, si compone di una Introduzione e sei capitoli: Breve storia di una storia breve; I palestinesi nella Seconda guerra mondiale; Fascismo, ebrei italiani e sionismo; Ebrei e antifascismo; Fuori luogo il 25 aprile; Brigata ebraica, paravento d’Israele.
Non volendo togliere al lettore l’interesse e il gusto di leggere questo pezzo di storia raccontato con grande precisione, ma mai in maniera pedante, mi soffermerò solo su alcuni punti che inquadrano le motivazioni dell’Autore, e sugli ultimi due capitoli che si concentrano sull’oggi (e, soprattutto, su domani 25 Aprile).
Nell’Introduzione Fazolo tiene a precisare la differenza tra responsabilità di uno Stato e responsabilità dei cittadini che lo compongono, dando una lezione anche a noi, appartenenti al cosiddetto ‘giardino fiorito’: “Il mio invito è di guardarsi allo specchio: noi italiani viviamo in un Paese governato da uno Stato criminale che, negli ultimi anni, è stato diretto responsabile di morte, sofferenze e distruzione in Iraq, Afganistan, Libia, Siria ecc. Di norma noi non ci sentiamo complici di questi crimini, perché li ha fatti lo Stato italiano mentre noi eravamo contrari. Quindi, se questo principio di non complicità vale per noi italiani, deve valere pure per tutti quei cittadini israeliani che sono contrari a quanto fa lo Stato d’Israele. Se si usasse un doppio standard, sarebbe un grave caso di eurocentrismo, che in sostanza è razzismo. Tutto questo per dire che la situazione è molto complessa e si corre sempre il rischio di fare gravi e ingiuste generalizzazioni. Pertanto, in questo scritto il concetto di sionismo viene declinato nel senso proprio abitualmente adoperato (cioè di colonialismo d’insediamento razzista e genocida), ma lo si fa nel rifiuto di ogni generalizzazione che porti a criminalizzazioni indiscriminate”.
Scorrendo velocemente (come preannunciato) i primi capitoli, si può dire che Breve storia di una storia breve è uno spaccato della reale partecipazione della Brigata ebraica alla Liberazione italiana. Vi sono alcuni fatti che, spesso, la comunità ebraica ha preferito dimenticare. Innanzi tutto, “l’attività principale della Brigata ebraica fu di fare vendette dopo la guerra. Quindi, a onor di logica, con questo processo di glorificazione della Brigata ebraica si riconoscerebbe intrinsecamente la legittimità di uccidere sommariamente i nazisti e i fascisti anche dopo la guerra. Ciò detto, non si può non far notare un’evidente contraddizione: il doppio standard utilizzato contro i partigiani italiani e quelli jugoslavi, le cui vendette attuate dopo la fine della guerra furono duramente represse e ancora oggi sono ferocemente stigmatizzate”.
D’altro canto è giusto aggiungere che le rappresaglie attuate, ad esempio, da alcuni partigiani italiani trovavano una loro giustificazione storica e psicologica nel Ventennio di persecuzione e violenza perpetrate dal regime fascista e, poi, negli anni della Resistenza, nelle stragi di civili compiute dai nazisti e dai repubblichini. Le stesse che causarono la morte di oltre 24mila civili (3) – di cui molti neonati o bambini, vecchi e donne. Si può dire lo stesso di 3mila o poco più abitanti della Palestina arrivati in Italia qualche mese prima?
In secondo luogo, non mancarono altri generi di violenza perpetrati da alcuni membri della Brigata, similmente ai fatti che il film La Ciociara denunciò, e che riguardavano stupri compiuti da soldati stranieri ai danni di donne e minori italiane. Del resto, l’8ª Armata britannica (che sbarcò in Sicilia e da lì iniziò la risalita dello Stivale) era formata da soldati provenienti da ogni dove: dalla gelida Albione come da colonie, dominion e altri territori dell’Impero, quali l’India, la Nuova Zelanda, il Sudafrica, il Canada e l’Australia. In particolare, gli indiani (e non gli ebrei della Brigata), sia musulmani sia indù e sikh, furono in prima linea nella battaglia di Montecassino e nello sfondamento della Linea Gotica – la Gotenstellung, ovvero la ciclopica opera difensiva fortificata, costruita dai tedeschi per fermare l’avanzata degli anglo-statunitensi in Italia.
In I palestinesi nella Seconda guerra mondiale Fazolo sfata il mito che i palestinesi abbiano appoggiato i nazisti in funzione anti-inglese e narra le vicende di quello che fu, probabilmente, l’unico leader nazionalista palestinese a essersi avvicinato ai nazisti, ossia Mohammed Amin Al-Husseini, il quale nel “1941 si trasferì a Berlino, mettendosi a disposizione dei nazisti per mobilitare le masse arabe, cosa che nemmeno quella volta gli riuscì, tanto era screditato agli occhi dei palestinesi”. In breve, i palestinesi “hanno combattuto contro i nazifascisti arruolandosi nei reparti inglesi e poi hanno combattuto contro gli inglesi per liberarsi dal giogo coloniale. In tutti i casi, come ancora oggi, i palestinesi lottano per la libertà” (e dal 1948 questa lotta si è concretizzata in quella contro lo Stato sionista di Israele).
Vogliamo, però, aggiungere un breve inciso. Se gli arabi palestinesi, in funzione anti-britannica, avessero mosso guerra agli inglesi – occupanti – non si capisce perché il loro afflato nazionalistico dovrebbe essere stigmatizzato oggi, in tempi in cui si riabilitano figure come Stepan Bandera, alla cui organizzazione militare (l’UPA) sono attribuite stragi quali i massacri in Volinia e Galizia Orientale, che causarono la morte forse di 100mila civili polacchi. Mentre i miliziani della sua fazione politica, l’OUN-B, dopo l’invasione tedesca, nel 1941, parteciparono attivamente all’Olocausto favorendo la deportazione degli ebrei da città-roccaforte come Lviv. Il pericolo del revisionismo storico dovrebbe essere sempre additato, come quello del doppio standard.
In Fascismo, ebrei italiani e sionismo, Fazolo analizza i rapporti tra il Duce e la comunità ebraica – che furono scanditi da tre fasi distinte. Come scriveva anche Daniele Susini: “La prima va dal 1922, anno della marcia su Roma, al 1935-36, con l’avvio della guerra in Etiopia e la proclamazione dell’impero: furono quelli gli anni del consenso al fascismo, con l’adesione di buona parte degli ebrei italiani al regime”. Del resto, per un certo periodo il fascismo “si propose come filosionista per indebolire le posizioni inglesi nel Mediterraneo”. A riprova, Fazolo ricorda il “progetto portato avanti da Mussolini per aiutare i sionisti a dotarsi di una propria Marina. A Civitavecchia (poco distante da Roma), la Marina Militare italiana addestrò giovani ebrei provenienti da ogni parte del mondo, formando così i primi marinai della flotta israeliana, Marina di uno Stato che ancora non esisteva”. La seconda fase andò dal 1936 al 1943 – e ricomprende quel nefasto 18 settembre 1938 quando, a Trieste, furono annunciate le Leggi razziali che costrinsero, ad esempio, i geniali fratelli Pontecorvo a emigrare o a restare per sempre all’estero. La terza, che “va dall’armistizio di Cassibile alla fine della guerra” fu ovviamente quella in cui i nazisti – con il supporto attivo dei repubblichini – si macchiarono con perizia scientifica dell’Olocausto: un periodo “in cui ci furono (come nel resto d’Europa), massacri e deportazioni che spinsero gli ebrei a nascondersi, fuggire, oppure resistere”. Soprattutto sulla prima fase Fazolo rammenta giustamente che “se è vero che in sintonia con il resto del Paese ci fu un largo consenso degli ebrei italiani verso il fascismo, al contempo è vero che degli ebrei erano presenti in tutti i partiti antifascisti e i movimenti politici antifascisti”.
E anche in questo caso occorre un breve memento. Per un Eugenio Montale che fu allontanato dalla direzione del Gabinetto Vieusseux di Firenze, nel 1938, in quanto si rifiutò di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista; Luigi Pirandello, al contrario, fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti steso da Giovanni Gentile. Lo storico dell’arte (successivamente di sinistra) Giulio Carlo Argan lavorò come ispettore alle Belle Arti e fece carriera anche grazie ai rapporti con personaggi di punta del regime, quali Cesare Maria De Vecchi (che partecipò alla Marcia su Roma, fu Ministro dell’Educazione nazionale e praticò con solerzia il terrorismo squadrista in Somalia e in Grecia), e fu soprattutto stretto collaboratore di Giuseppe Bottai quando assunse il ruolo di Ministro dell’Educazione Nazionale e che, firmando il Manifesto della razza, non solo si macchiò dell’espulsione di studenti e insegnanti ebrei dalle scuole italiane ma collaborò attivamente alla promulgazione delle Leggi razziali del ʻ38. E infine Giorgio Morandi, nonostante la riabilitazione a posteriori, arrivò addirittura a scrivere: “Ebbi molta fede nel Fascismo fin dai primi accenni, fede che non mi venne mai meno, neppure nei giorni più grigi e tempestosi” (4). Questo solo per specificare che per un Montale vi furono cento italiani, se non fascisti per convinzione politica, fascisti per opportunismo, carrierismo o banali qualunquisti che seppero adattarsi alle circostanze e trarne profitto.
Infine, in Ebrei e antifascismo si pone giustamente l’accento sull’importanza di non categorizzare un «antifascismo ebraico» contrapposto a un «fascismo ebraico» in quanto si rischia di cadere in dualismi manichei che non tengono conto della lotta di classe o dell’appartenenza a movimenti e ideologie politiche del periodo storico in esame e di quello precedente, che ebbe inizio con la Guerra civile spagnola. “Parallelamente a quella fetida commistione con il fascismo”, scrive Fazolo, va detto che si sviluppò “una bellissima epopea antifascista. In tutta Europa degli ebrei furono tra i protagonisti della Resistenza contro il nazifascismo, costoro sono tra gli eroi a cui dobbiamo eterna gratitudine per la nostra libertà”. Eppure il capitolo si chiude con un’amara considerazione: “La Brigata ebraica salì sul carro dei vincitori a guerra praticamente finita, combatté per un mese tallonando i tedeschi in ritirata, si pose in antitesi con i valori della Resistenza, alla fine della guerra alcuni suoi membri si macchiarono di orribili crimini per i quali non vennero puniti e, alla luce di tutto ciò, lo Stato italiano ha deciso di premiarla con la più alta onorificenza possibile, la Medaglia d’oro al valor militare. Il conferimento è avvenuto il 3 ottobre 2018 per mano del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La motivazione risulta distonica: «Operò durante la Seconda guerra mondiale e offrì un notevole contributo alla liberazione della Patria e alla lotta contro gli invasori nazisti». Non può sfuggire il fatto che questo conferimento contraddice completamente la realtà storica, non sembra trattarsi di una svista, ma di una ben precisa operazione politica per istituzionalizzare il supporto a Israele e per delegittimare le contestazioni alle narrazioni della propaganda sionista”.

I capitoli dedicati all’oggi e a domani, 25 Aprile 2026
Perché Fuori luogo il 25 aprile? Nell’incipit Fazolo ricorda una frase emblematica di George Orwell in 1984: “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”. Fin qui abbiamo già visto come, sebbene la storia la scrivano i vincitori, la stessa possa essere manipolata a fini propagandistici e il pericolo del revisionismo storico è sempre presente. E però l’Autore tiene a sottolineare un altro aspetto, ossia il fatto che se la Festa della Liberazione deve avere ancora un senso è quello di trasmettere alle giovani generazioni quanto sia importante ‘fare la cosa giusta’, anche se la stessa può portare a gravi conseguenze e perfino al sacrificio personale. Al contrario, nonostante la limitatezza dell’impegno della cosiddetta Brigata ebraica nella lotta di Resistenza italiana e al fatto che la stessa fosse composta da arabi ed ebrei presenti nella Palestina sotto Mandato britannico: “la Brigata ebraica viene usata come «cavallo di Troia» per imporre la presenza dei sionisti nel momento collettivo più alto del movimento antifascista” e questo, ovviamente, “è finalizzato a coprire la natura fascista del Governo d’Israele, cercando di sdoganarlo nel campo antifascista”.
E ancora, nonostante tutti siamo in qualche modo eredi dell’orrore dell’Olocausto – in quanto discendenti delle vittime o dei carnefici – questo non dà a nessuno il diritto di servirsi di tale immane, e criminale, tragedia per mascherare il ripetersi di un genocidio.
A proposito, ci ha fatto riflettere, a febbraio di quest’anno, vedere il Primo Ministro indiano Narendra Modi stringere vigorosamente la mano al Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu. In primis, proprio per il contributo che diedero gli indiani alla Liberazione italiana dal nazi-fascismo, Modi non avrebbe dovuto essere così entusiasta di incontrare il leader di un Paese che si auto-definisce lo Stato-nazione degli ebrei (relegando le minoranze etniche, linguistiche e religiose a uno stato di apartheid). In secondo luogo, perché l’India fa parte dei BRICS così come la Repubblica del Sudafrica, che ha avuto per prima il coraggio di denunciare Israele di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia per violazione della Convenzione sul genocidio a Gaza (5). E terzo, perché i crimini di guerra che sta perpetrando Israele da decenni (ormai quotidiani anche in Cisgiordania, Libano e Iran) sono un dato di fatto denunciato da molteplici Organizzazioni Governative e Non Governative – dalle Nazioni Unite ad Amnesty International.
Domani speriamo anche noi che non si ripeta ciò che è accaduto a Milano nel 2023 quando – come scrive Fazolo: “Le immagini del corteo […] hanno gelato il sangue nelle vene di ogni sincero antifascista: vedervi gli ucraini ostentare il simbolo del «Battaglione Azov», che al suo interno richiama quello della Divisione SS «Das Reich»” equivale a un’operazione di revisionismo storico al di là del concepibile, visto che quella Divisione SS “invase l’Ucraina (allora parte dell’Unione Sovietica) durante la Seconda guerra mondiale, evento che, nella perversa prospettiva dei «banderisti», fu la sua «liberazione»”. Inoltre, “durante le celebrazioni della festa di Liberazione, a Milano e in altre città (ma non a Roma), non solo nazisti ucraini e sionisti hanno talvolta fatto uno spezzone unitario, ma questi ultimi hanno lasciato gli ucraini liberi di gridare i propri slogan”. Il sionismo ha mostrato il suo volto fascista, razzista e colonialista – e però proprio nella giornata in cui le parole Resistenza e Liberazione dovrebbero comunicare un messaggio diametralmente opposto che, secondo noi, può identificarsi con le istanze della guerra di liberazione della Palestina (che ormai si protrae dal 1948), e la richiesta di autodeterminazione delle Repubbliche del Donbass (targata 2014).
L’ultimo capitolo non poteva che essere intitolato Brigata ebraica, paravento d’Israele. Come afferma Fazolo “l’essenza del sionismo, così come spesso declinato, è un’ideologia razzista, coloniale e suprematista, che pertanto non è compatibile con l’antifascismo”. Purtroppo, con la legge recentemente passata al Senato (2), rischiamo che questa legittima posizione critica diventi illegale, come già sta accadendo in altri Stati in cui si identifica l’antisemitismo con la denuncia delle azioni criminali commesse dallo Stato di Israele. Non ultima, l’approvazione alla Knesset della Legge del 30 marzo 2026, la quale prevede: “Nel diritto militare applicato ai palestinesi in Cisgiordania, che la pena di morte diventi la sanzione di default: i giudici sono tenuti a motivare espressamente la scelta dell’ergastolo, ammessa solo in alcune circostanze”; mentre l’esecuzione dell’omicidio di Stato deve tassativamente avvenire entro 90 giorni, senza possibilità di appello (6). Questo è l’ultimo parto dell’‘unica democrazia del Medio Oriente’.
Purtroppo la verità è che “il dato politico con cui confrontarsi è il compattamento dell’Occidente intorno a Israele, un fenomeno ben chiaro anche prima del 7 ottobre 2023, e che dopo di quegli eventi ha subito un’esasperazione”. In Italia, sempre come fa notare Fazolo, per la cosiddetta sinistra questa è quasi una mossa dovuta, dato che il PD pare debba in ogni modo distinguersi dal passato comunista sì da compiacere il vero Deus-ex-Machina della politica occidentale, ossia gli Stati Uniti. Mentre la destra, avvicinandosi a Israele (di cui condivide ormai molte posizioni politiche e visioni del mondo), può ammantare la propria islamofobia di finte ragioni reali e, nel contempo, far dimenticare all’Occidente quello zoccolo duro di votanti che è tuttora antisemita.
Infine, se il “sionismo, così come generalmente declinato, è incompatibile con l’antifascismo”, Fazolo dà alcuni consigli pratici per lottare contro il revisionismo storico e gli obiettivi nazionali e internazionali che Israele e i suoi alleati perseguono.
A me resta solo un commento finale. Una piccola storia che ho vissuto recentemente. Mi trovavo in un Paese straniero, in Oriente, e senza volerlo ho sfiorato la spalla di un turista tedesco vicino a me. La sua veemenza nell’appellarmi ha spaventato i commessi che stavano porgendoci il pane. A un certo punto, non riuscendo a trattenermi, gli ho risposto direttamente in italiano che non mi pareva il caso di fare una scenata per una cosa del genere. Al che, il tedesco – in un italiano tanto stentato (ma comprensibile) quanto il suo inglese – mi ha urlato: «Italiani, razza bastarda!». E subitamente mi sono rammentata che, esattamente come coloro che oggi rivendicano di essere la ‘razza eletta’, anche un imbianchino coi baffetti quasi un secolo fa si vantava di appartenere alla Herrenrasse, la razza ‘superiore’, ‘ariana’. E a me sarebbe venuto da rispondere a quell’egregio signore tedesco brizzolato, in pantaloncini a quadretti e go-go girl al seguito, che come affermava il paleontologo ed evoluzionista, Stephen J. Gould, le ‘razze umane’ non esistono.
Forse, esistono quelle disumane.
La Brigata ebraica
Una storia «controversa», dal 1944 a oggi
di Alberto Fazolo
prefazione di Moni Ovadia
Immagine di copertina di proprietà dell’autore
Progetto grafico Lucia Bartolotta
© 2026 Alberto Fazolo
© 2026 4 Punte Edizioni
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venerdì, 24 aprile 2026
In copertina: La copertina del libro di Alberto Fazolo. Nel pezzo: la bandiera del Mandato britannico in Palestina negli anni della seconda guerra mondiale; Il Presidente Sergio Mattarella, nelle vesti di Ministro della Difesa, in visita al Pentagono con l’omologo William Cohen. Ricordiamo che Mattarella fu tra i fautori (con il Primo Ministro, Massimo D’Alema) della partecipazione italiana all’operazione della NATO in Kosovo (foto di Helene C. Stikkel, realizzata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti)


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