Prodotto alternativo o solo cambio di etichetta?
di Luciano Uggè
Il nuovo Primo Ministro ungherese è presentato dai media euro-atlantici come una novità di ‘sinistra’ e, comunque, un rappresentante dell’opposizione a Orbán e alla sua politica negli ultimi 16 anni, un riformista e un difensore dei diritti civili. Ma è davvero così?
Uno dei grossi problemi del partito di destra al potere in Ungheria, Fidesz, era sbloccare i miliardi di euro dell’Unione Europea congelati come contro-mossa per i veti reiterati di Orbán circa l’inasprimento delle sanzioni contro la Russia e, negli ultimi mesi, il braccio di ferro sui 90 miliardi che si dovrebbero racimolare (non è dato sapere come) per foraggiare la guerra in Donbass ancora per un anno o due.
Ben inserito nel partito di Orbán, dal 2002 al 2024, Magyar è sempre stato un esponente conservatore sia per quanto riguarda i migranti (sono note le sue esternazioni passate in cui ha affermato che la “UE ha bisogno di una protezione più severa delle frontiere”, oltre ad essersi “opposto alla redistribuzione dei richiedenti asilo nei vari Paesi europei”); sia a livello di diritti civili. Come fa notare gay.it, sulle richieste della comunità LGBTQ+ ungherese e i cui: “dodici punti coprono l’intero spettro dei diritti negati da Orbán: abrogazione delle disposizioni discriminatorie dalla Legge fondamentale, riapertura del matrimonio alle coppie dello stesso sesso, riconoscimento legale delle famiglie arcobaleno, ripristino del diritto di assemblea, autodeterminazione per le persone transgender, divieto delle terapie di conversione, educazione sessuale nelle scuole, accesso alla PrEP. Nessuno di questi punti compare nel programma di Tisza. Magyar non ne ha discusso pubblicamente nemmeno uno”.
Un altro punto controverso della politica di Orbán è stato l’appoggio incondizionato a Israele e il veto alle sanzioni della UE contro lo Stato accusato di genocidio dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Onu. Al momento però sappiamo poco su questo punto, visto che Magyar – nei suoi discorsi marcatamente populisti – ha sempre preferito non entrare nel merito di alcuna questione, preferendo intenti generici. The Jerusalem Post afferma che Magyar avrebbe detto, a caldo, subito dopo aver vinto le elezioni, che “l’Ungheria e Israele condividono una relazione speciale’” e avrebbe altresì affermato che “Israele è un partner economico importante per l’Ungheria” e che lui mira a mantenere “relazioni pragmatiche” con lo Stato che sta insanguinando il Medio Oriente da decenni. In ogni caso, dopo il voto del 21 aprile, è la stessa UE a dimostrare di non voler opporsi in nessun modo al genocidio dei palestinesi – complice la Germania e la nostra Italietta brava gente (che hanno posto il veto al blocco degli accordi con Israele). A questo punto Bruxelles ci bloccherà i fondi?
Come Zelensky e molti altri Premier populisti, ha promesso di azzerare la corruzione in Ungheria – ma detto da un comico appena arrivato sulla scena politica poteva sembrare rivoluzionario; mentre, detto da chi ha fatto parte dell’establishment per oltre vent’anni, sa più di mossa elettorale. E comunque, anche su questo punto, si capirà a breve quali sono le sue reali idee politiche. Ha promesso di fermare le importazioni energetiche dalla Russia nel 2035 (mentre la UE vorrebbe fare questo ennesimo autogol già l’anno prossimo); ma, d’altro canto, afferma di voler mantenere (come con Israele) “relazioni pragmatiche” (termine che denota una certa vacuità demagogica). E del resto, sebbene voglia togliere il veto al prestito da 90 miliardi a Kyiv, non intende inviare né armi né fondi direttamente ungheresi all’Ucraina e anche sull’adesione di quest’ultima all’Unione Europea, frena quanto il suo predecessore.
Sul fronte interno, è facile cianciare di corruzione e oligarchi in campagna elettorale. Più difficile è rimettere in sesto i bilanci soprattutto se la UE blocca fondi destinati a un Paese in maniera ricattatoria (come avvenuto finora con l’Ungheria). Viste le promesse di Magyar, però, tali fondi dovrebbero sbloccarsi (sempre che la UE li trovi da qualche parte…) e, sempre secondo lui, essere spesi (grazie anche al repulisti nella pubblica amministrazione e nelle aziende di Stato o partecipate) per migliorare la vita degli ungheresi, ivi compresi i sistemi scolastico e sanitario. E però, in altre esternazioni, vuole anche “aumentare le spese per la difesa in ambito NATO al 5% del Pil entro il 2035, investire nell’esercito ungherese, rivedere i contratti industriali nel settore della difesa per azzerare la corruzione e portare avanti riforme che azzerino l’influenza russa nel Governo”.
Ma se si aumenta la spesa militare come si potranno migliorare i servizi pubblici o aumentare i salari degli impiegati pubblici, stagnanti da anni? Visto il rapporto deficit/Pil ungherese al 4,9% nel 2025 le due promesse elettorali paiono contraddirsi a vicenda e, anzi, sarà difficile anche solo migliorare il sistema sanitario (che dovrebbe essere la priorità del suo mandato). D’altronde, rispetto alle ingerenze russe, ci sarebbe da dubitare su quali ingerenze euroatlantiche ci siano state per trasformare un piccolo partito in un movimento di opposizione di tali dimensioni in soli due anni (come nota l’analista politico ungherese, Gábor Győri: «Mai, nella storia dell’Ungheria» post caduta Muro di Berlino «si è visto un partito aumentare i consensi così velocemente»).
Sicuramente Magyar non solo per vent’anni ha militato a fianco di Orbán ma ha fatto parte dei circoli più esclusivi del partito, ricoprendo cariche importanti soprattutto nelle società statali e in Unione Europea. L’ex moglie (che lo ha recentemente accusato di molestie, così come sembra aver avuto problemi con una ex amante, sebbene lui affermi sia stato un ‘trucco’ per screditarlo) è Judit Varga, già Ministro della Giustizia, mentre Magyar ha ricoperto posizioni a livello diplomatico per l’Ungheria a Bruxelles (più o meno dal 2010 al 2018). Nel 2018 è stato a capo della direzione legale UE della Banca Ungherese per lo Sviluppo; dal 2019 al 2022 ha ricoperto la carica di amministratore delegato del Diákhitel Központ (organizzazione statale ungherese che offre finanziamenti per sostenere le spese degli studenti per la loro istruzione superiore); dal giugno 2022 è diventato amministratore delegato della Good Farming Kft., società a responsabilità limitata con sede a Budapest attiva nel settore della gestione patrimoniale. Ha fatto parte del Consiglio di amministrazione della Hungarian Public Roads Ltd. (sempre statale) e ha diretto l’ufficio legale della Hungarian Development Bank (MFB). Nonostante i suoi incarichi pubblici e a capo di aziende statali, dal novembre 2023 è altresì proprietario e amministratore delegato della LLM Tanácsadó és Befektetési Zrt, acquisita da Dániel Császár (ex vice segretario di Stato di Orbán).
In pratica, un uomo di partito e di potere che adesso si presenta come un fustigatore di circoli e costumi che, fino a due anni fa, erano i propri. Vedremo se Magyar sia stato così furbo da inserirsi nelle crepe del partito dello screditato Orbán, utilizzando la leva ucraina per farsi finanziare dalla UE, oppure se abbiamo di fronte un sincero riformatore che cambierà le politiche messe in atto dal suo predecessore (con il suo appoggio).
La vera domanda che dovremmo e gli ungheresi dovrebbero porsi, però, è un’altra. Ovvero: non è che dietro a tutta questa retorica sulla corruzione e il mal governo pubblico si cela l’intento di massicce privatizzazioni? La Russia infastidisce Bruxelles perché la politica di Putin di ridare potere economico allo Stato ha privato gli oligarchi (pardon: capitalisti) europei delle speculazioni sulle ricchezze russe. Non vorremmo che la battaglia contro la corruzione di Magyar si trasformasse, come in Italia, in una svendita delle aziende di Stato o delle partecipate (anche per ‘ripianare’ i conti pubblici) ai grandi fondi transnazionali che, ormai, controllano attraverso le loro lobby le stanze dei bottoni.
venerdì, 24 aprile 2026
In copertina: Péter Magyar (particolare per ragioni di layout), © European Union, 1998 – 2026, da Wikipedia

