Due studi del MIT sulla IA e la realtà cinese
di Luciano Uggè (traduzione di Simona Maria Frigerio)
In questi mesi sono stati pubblicati due studi del prestigioso Massachusetts Institute of Technology. Nel primo (1) si afferma che l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale “riprogramma il cervello, inducendo un declino cognitivo”. La ricerca si è concentrata su ChatGPT, che causerebbe un accumulo di debito cognitivo nel caso sia usata come assistente quando si scrivono temi o saggi e che il suo utilizzo prolungato avrebbe effetti dannosi a lungo termine sul sistema cognitivo – “misurabili attraverso un encefalogramma. Gli studenti che, ripetutamente hanno confidato su ChatGPT hanno mostrato una connessione neurale indebolita, una ridotta capacità di ricordare, e un diminuito senso di autoralità nei confronti del proprio scritto. Nonostante il contenuto generato grazie alla IA spesso abbia conseguito un buon punteggio, il cervello che lo produceva stava spegnendosi” (anche perché sempre più dipendente da aiuti o input esterni, aggiungeremmo noi).
Per tutto ciò non occorreva uno studio del MIT. Basta osservare un popolo, come quello thailandese, abituato alla calcolatrice e, per questo, incapace non solamente di fare una addizione o sottrazione per iscritto ma un semplice computo matematico a mente. Si vada in un supermercato e, di fronte alla cifra 906 ThB (per evitare di farsi dare di resto 94 monete o banconote da 20 e monete) porgere 1.006 ThB. La commessa, se ha già digitato sulla cassa la cifra 1.000, andrà in confusione e ridarà al cliente le sue 6 monetine da un cent (esperienza pluriennale in prima persona).
Ma lo studio va oltre e rattifica nero su bianco quanto pensava la nostra Redazione. Non solo, come ovvio, “l’83,3% di coloro che hanno usato la IA erano incapaci di citare persino una sola frase del tema che avevano appena scritto” (del resto, non era farina del loro sacco, sic!), “diversamente dall’88, 9% di coloro che avevano usato solo cervello e memoria e potevano citare accuratamente” ciò che avevano scritto (aggiungeremmo: perché lo avevano prima pensato ed elaborato).
Sempre dallo studio emergerebbe che coloro che usavano la IA con continuità mostravano segni di “passività ed efficienza a scapito di un apprendimento che implicasse impegno”, oltre a poca capacità di integrare i concetti.
Inoltre, tornare a usare il proprio cervello e la propria memoria sembrerebbe non sia così facile e, in parte, il deficit cognitivo resta.
I testi prodotti con ChatGPT, come logico, non brillano altresì di luce propria: “Privi di integrazione strategica. Con meno strutture diverse. Più brevi e più robotici”. Persino chi la utilizza si dice meno soddisfatto di sé e se le capacità cognitive diminuiscono, anche la creatività segue il medesimo percorso discendente.
Lo studio ci lascia con una massima: “Le macchine non stanno solo sostituendoci nel lavoro, ma prendono il controllo delle nostre menti”. Sarà forse questo che vogliono i potenti? Persone meno capaci di analizzare e sintetizzare un pensiero critico? Più facili da manovrare perché non più abituate a pensare in maniera indipendente? Meno creative e, quindi, meno rivoluzionarie – in arte come in politica?
La IA può rimpiazzare un decimo della forza lavoro statunitense
Il secondo studio del MIT (2) contraddice in parte il primo perché afferma che grazie alla IA negli US (dove il problema della disoccupazione comincia a farsi sentire) si potrebbe già oggi sostituire l’11,7% dei lavoratori.
Utilizzando uno strumento di simulazione denominato Iceberg Index, creato dal MIT e dall’Oak Ridge National Laboratory, si ottiene una mappa dettagliata dei settori e delle aree geografiche dove stanno avvenendo i maggiori cambiamenti così da aiutare i legislatori nella predisposizione di piani multimiliardari di aggiornamento dei lavoratori.
L’index prende in esame 151 milioni di lavoratori, endividuandone capacità, compiti, occupazione e luogo di lavoro, mappando oltre 32.000 abilità in 923 occupazioni sparse in 3.000 contee. Da questa indagine appare che il ruolo di tecnogia e informatica rappresenti solo il 2,2% del totale delle remunerazioni corrisposte, ossia circa 211 miliardi di dollari, mentre il costo del lavoro è pari a 1,2 trilioni di dollari – anche in aree in cui si può parlare di routine lavorativa, quali l’amministrazione.
E qui ci vengono in mente due esempi. La sostituzione degli impiegati pubblici con gli utenti che devono, da soli, compilarsi pratiche burocratiche (e il tempo e le capacità informatiche di questi ultimi non vengono presi in considerazione. La produttività non è anche quella degli utenti che devono sottrarre tempo alla propria occupazione per svolgere dette pratiche?). E, in secondo luogo, ci vengono in mente le chat di istituti di credito, telefonia mobile, eccetera, che dovrebbero darci risposte e, al contrario, ci fanno perdere tempo con frasi preconfenzionate che non risolvono la problematica (recentemente, dall’estero, ho avuto esperienza diretta della IA di Intesa San Paolo. Un continuo rimpallarmi alla mia filiale e, quando scrivevo che le email non erano evase dal mio consulente e che non potevo chiamare, si tornava punto daccapo con: “Come posso aiutarla?”. Alla fine, di fronte a un mio improperio, mi sono sentito rispondere che non dovevo “offendere”… la macchina! Ma una macchina, essendo priva di sentimenti, non può offendersi! E però il fatto che avesse riconosciuto l’improperio come tale, significa che il programmatore immaginava quale sarebbe stata la risposta finale del cliente di fronte all’inutilità del suo consulente digitale).
Tornando all’index, i ricercatori affermano che non ha valore predittivo rispetto a dove e come saranno rimpiazzati i lavoratori, bensì fotografa cosa possono fare gli attuali sistemi di IA così che i legislatori sappiano in quali campi investire.
Se la tecnologia non serve a liberare tempo al lavoratore ma a sostituirlo (fornendo spesso un servizio peggiore o nessun servizio), vediamo il caso cinese per capire le ricadute reali della sostituzione di esseri umani con IA e robot in un Paese con 1miliardo 400milioni di individui da sfamare (e che, a differenza ad esempio della Russia, non ha il problema di aree con condizioni climatiche estreme e una popolazione esigua per l’estensione del proprio territorio).
La IA in Cina è già realtà
Se la Repubblica Popolare Cinese ha fatto passi da gigante in questi anni è stato grazie ai suoi centri di ricerca dove centinaia di migliaia di menti giovani e brillanti hanno immaginato il futuro che, per loro, è già presente. Passi da gigante nel settore green, nella telefonia mobile, nell’automotive anche elettrico, nella conquista dello spazio, e così via. Ma tutto questo nasceva grazie al brainstorming di cervelli umani e, nonostante ciò, la povertà in Cina (con i nuovi parametri della Banca Mondiale che, giustamente, considera il minimo giornaliero per la sopravvivenza in base alla paga media del Paese) ancora al 21%.
In questo scenario apprendiamo che in Cina non solo che i robot: “passano senza soluzione di continuità da un ruolo all’altro: un giorno accolgono gli ospiti e il giorno dopo si esibiscono su un palco, impegnandosi in incarichi a breve termine in quella che è ormai nota come la gig economy dei robot”(3) – grazie al noleggio degli stessi che permette anche a chi non abbia grandi mezzi finanziari di usarne uno per uno scopo specifico a breve termine. Ma altresì che “con la maturazione della tecnologia robotica e il costante calo dei costi dell’hardware, i robot umanoidi si diffonderanno in diversi settori, passando gradualmente da lavoratori a contratto a tempo determinato a dipendenti a tempo indeterminato” (3).
Quindi, mentre gli studi del MIT mettono in evidenza la povertà creativa della IA, la Cina si rivolge proprio ai robot per diverse attività lavorative – dalle ludico-ricreative a quelle artistiche fino a prevedere la sostituzione tout-court dei lavoratori in carne e ossa. E difatti, come leggiamo in un altro articolo: “Le automobili non devono più essere necessariamente costruite su una tradizionale catena di montaggio. In Cina, la produzione è sempre più organizzata attorno a quelle che vengono definite isole di produzione”(4). Le cosiddette fabbriche intelligenti (dove cooperano robot e IA), nel settore automotive, hanno visto un aumento della produttività del 30%; una diminuzione del tempo del cambio modello nel reparto carrozzeria del 67%; e una diminuzione degli investimenti nella produzione di nuovi prodotti del 30%.
Mentre i G7 blaterano di essere i Paesi tecnologicamente più avanzati, la Cina è in realtà molto più avanti di UE e Stati Uniti nella trasformazione digitale del suo settore manifatturiero. Non più solo produzione di massa a basso costo del lavoro, ma efficientamento degli impianti e dell’intera filiera. Ma è tutto oro ciò che luccica?
Sostituire gli esseri umani con robot e IA non risolve il problema della disoccupazione ma lo esacerba – anche perché se prima occorrevano 10 operai, adesso basta 1 solo ingegnare (e non è detto che tutti possano o vogliano diventare ingegneri). In secondo luogo, se è vero che, al momento, il Governo cinese ha previsto piani di sviluppo del settore con incentivi anche economici: “La Cina ha realizzato oltre 35.000 fabbriche intelligenti di livello base, oltre 8.200 impianti di livello avanzato, più di 500 fabbriche di livello eccellente e 15 fabbriche intelligenti di punta” (4), non ha tenuto in considerazione il fattore competitività interno. Nel momento che fossero sospesi o ridotti gli incentivi ministeriali e, in ogni caso, quando si considerino aziende medie, piccole o con capitali limitati, il rischio non è che i colossi tecnologici azzerino la concorrenza e, con essa, anche possibili idee e progetti sviluppati in settori di nicchia, o in società meno performanti ma più ricche di risorse umane?
Ai posteri giudicare.
(1)
venerdì, 24 aprile 2026
In copertina: Autovetture elettriche cinesi mentre si riforniscono in un Centro commerciale thailandese (foto della Redazione di InTheNet)

