L’ultimo capitolo della Trilogia dei Poveri Cristi
di Simona Maria Frigerio e Luciano Uggè
Al Teatro Era di Pontedera arriva l’intera Trilogia dei Poveri Cristi e noi, avendo già assistito ai primi due capitoli, siamo andati a vedere Rumba, il terzo e ultimo della serie.
Come sempre Celestini intreccia personaggi che definisce attraverso le loro storie e, questa volta, siamo in un parcheggio vuoto di periferia intorno al quale gravitano due cantastorie squattrinati che abitano nel caseggiato attiguo; un migrante italiano, fascista e razzista; un migrante africano “ubriaco e pisciato”; i lavoratori della cooperativa che gestisce un magazzino di quella logistica che avrebbe dovuto risollevare le sorti del quartiere offrendo lavoro; e, a completare il panorama di squallore, un supermercato chiuso il giorno di Natale; una pazza seduta alla finestra, immobile come la protagonista di Dondolo di Samuel Beckett; i quattro avventori perennemente al bar (a bere e a giocare a carte o a farsi irretire dalle macchinette mangiasoldi, non è dato sapere); e uno zingaro che fuma dall’età di otto anni.
E poi c’è lui: Francesco, il ricco che volle farsi povero perché interpretava letteralmente la parola di Cristo nel Vangelo – persino in maniera più democratica, visto che non escludeva le donne da quella scelta anti-consumistica e anti-capitalistica in tempi in cui Marx, ovviamente, non era nemmeno nato. La sua vita è quella che vorrebbero narrare i due cantastorie nel parcheggio, e che provano in attesa che arrivino i pellegrini in pullman turistico. Ma i pellegrini vanno in centro, a Roma, non si fermano nella periferia ammorbata dalla puzza della discarica e dallo squallore di quella povertà diffusa che evitiamo di vedere perché siamo il ‘giardino fiorito’, chiuso da alti cancelli che, se fino a qualche anno fa, chiudeva l’Africa (che spoliavamo) fuori, oggi ci rinchiude in un kinderheim dove crediamo di poter giocare fino alla morte senza renderci conto che, nel giro di pochi mesi, saremo noi a volere scappare da questo asilo di pazzi. Noi, uomini e donne – che credono nella parità di imbracciare un’arma.
Francesco, scrivevamo. Il santo, le cui spoglie mortali – in quel connubio di necrofilia e moltiplicazione delle reliquie (come da elenco di Umberto Eco in Andare per tesori, 1) che, a volte, sfiora il grottesco – sono state esposte recentemente in una teca di vetro, per un intero mese, in occasione degli 800 anni dalla morte (2), generando un afflusso di denaro (quel denaro che Francesco aborriva) per l’intero indotto turistico e il Comune di Assisi. Francesco, santo o meno che fosse, esposto come una mummia nel Museo Egizio, un corpo asfissiato dalle ceneri di Pompei, un nostro amico o parente, disseppellito, per subire un’autopsia. Strano modo di rispettare i morti, il nostro.
Ma accanto alla storia del cosiddetto ‘poverello di Assisi’ (borghese e pure in armi per una parte della propria vita), Celestini intreccia quelle, molto più interessanti, dei poveri cristi (con le minuscole) dei nostri giorni. Tra le tante, ci ha colpito particolarmente quella di Josef – che non sapremo mai se è riuscito ad arrivare veramente in Italia o vi è giunto il suo compare di sventure in un mix di onirismo e poesia teatralmente ed emotivamente riuscito. Di lui Celestini racconta soprattutto il periodo in Libia, dove i migranti sono sottoposti a ogni sorta di abuso da parte delle milizie di Tripoli (quelle che la UE sostiene attivamente e persino l’Onu appoggia). L’unica cosa che non spiega è perché un giovane, con un lavoro in Africa, debba salire su un gommone per finire ubriaco e pisciato in un parcheggio vuoto, tra i cassonetti dell’immondizia, o a disseminare il Mar Mediterraneo del proprio e di altre migliaia di corpi in quello che non può essere considerato un cimitero perché in un cimitero, sulle lapidi, si leggono i nomi dei defunti, ma il Mare Nostrum non fa altrettanto. Il Mare Nostrum (come acutamente denuncia Celestini) è una enorme fossa comune. Come ha affermato il leader burkinabè, Ibrahim Traoré: «Noi Capi di Stato africani dobbiamo smetterla di comportarci come marionette che danzano ogni volta che gli imperialisti muovono i fili». Per decenni, la ricchezza mineraria del Sahel e dell’intero continente è stata sottratta a beneficio delle multinazionali occidentali (soprattutto francesi). Come disse Sankara: «È fuori discussione che [le masse] aspettino un potere salvifico da parte di una qualsiasi persona o di un qualsiasi messia. Sarebbe un errore, un grave errore, un errore monumentale, un errore controrivoluzionario». Ecco perché oggi Traoré chiede ai giovani africani di non seguire il canto delle sirene europee, ma di restare nel proprio Paese, studiare e costruire le basi per un futuro migliore. E, ovviamente, è per questo che il Burkina Faso (come negli anni di Thomas Sankara) torna a far paura al capitalismo transnazionale delle Big Three e all’Europa neocolonialista e predatrice.
Un altro personaggio (uno solo perché altrimenti toglieremmo il gusto allo spettatore di assistere al lungo monologo o al lettore di leggere il libro che raccoglie le tre pièce), che ci ha colpiti particolarmente è il fascista, razzista, omofobo, xenofobo. Perché Celestini ci ricorda che anche lui, nella sua rabbia impotente per la perdita dell’unico figlio e contro i continui piccoli soprusi che ha dovuto subire lui stesso (l’affetto oppressivo del padre/padrone, gli sberleffi dei colleghi per il suo essere ‘burino’, i piccoli furti, le vessazioni di un potere scolastico, medico, securitario, che ti impone la multa come la morte di un figlio con la medesima asetticità burocratica), è solo un povero cristo, ossia una vittima di un sistema che tutto appiattisce e tritura, infischiandosene dei diritti, figuriamoci dei sogni della popolazione che controlla e manovra.
Un potere che, negli ultimi anni, si è fatto sempre più censoreo e opprimente e, oggi, per le continue scelte sbagliate, per la paura di disturbare il manovratore dal ciuffo arancione e, prima, quello che incespicava sui gradini degli aeroplani e stringeva la mano al Bianconiglio, ci imporrà di girare a targhe alterne (il meno peggio, se ci fossero i mezzi, ad esempio, per raggiungere il posto di lavoro di notte o nella frazione dove non si ferma nemmeno la littorina). Così come anni fa finse di chiederci se preferivamo “la pace o il condizionatore acceso” (e dopo quattro anni si vede dove è andata a parare l’Unione Europea in fatto di pace); e nel 2020 ci rinchiuse in casa per 57 giorni (il più lungo lockdown al mondo, probabilmente) per non combinare niente, visto che non si facevano nemmeno le autopsie per capire di cosa morissero le persone.
Rumba è teatro civile, ma il teatro (come le arti in generale) non può che esserlo, altrimenti perché fu considerato attività inessenziale? Perché artisti come Gergiev e la Zakharova devono essere banditi? Perché il Direttore della Biennale di Venezia deve essere ricattato da Bruxelles? Perché il Freedom Theatre a Jenin è stato preso di mira dall’esercito di occupazione israeliano? Perché quando Trump parla della sua guerra criminale contro l’Iran afferma di voler distruggere “un’intera civiltà” (quella, colta e millenaria, che gli Stati Uniti non potranno mai essere con i loro tecnicismi nozionistici e la loro arroganza consumistico-capitalista, che potremmo perfettamente descrivere con le scene più ributtanti di Salò o le 120 giornate di Sodoma, 3)?
Chiudiamo con le parole e la canzone, scelte dallo stesso Ascanio Celestini: «Palestina libera!». E buon ascolto.
(1) Un libro da evitare:
(2) Il video con l’ostensione del corpo di Francesco:
https://sanfrancescovive.org/?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAYnJpZBEwYU44UnI1UTN2UnhxV1FsTXNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR7U7spFN-5OkFknBLwm3g6lB6j28rllpKbF9Nkj4KVKtg4uvBOvS5Fymfs2Sw_aem_dWe9hEKoK2reVaAalHrTZg
(3) Da Report del 19/04/2026, i rapporti tra Jeffrey Epstein, Donald Trump e Bibi Netanyahu: https://www.raiplay.it/video/2026/04/La-guerra-di-Epstein—Report-19042026-7e7a6a06-34bd-4348-99ae-c63457ed490b.html
Rumba
di e con Ascanio Celestini
regia Ascanio Celestini
musica Gianluca Casadei
voce Agata Celestini
immagini dipinte Franco Biagioni
suono Andrea Pesce
luci Philip Marocchi
produzione Fabbrica srl, Fondazione Musica Per Roma, Comitato Greccio ‘23, Teatro Carcano
venerdì, 24 aprile 2025 (per domani, Buona Festa della Liberazione)
In copertina: Rumba, di, con e per la regia di Ascanio Celestini. Foto presente sul web per pubblicizzare lo spettacolo

