“L’arte che non si schiera non disturba nessuno”
di Simona Maria Frigerio
La sua Pietà – ispirata alla fotografia di Mohammed Salem, che ritraeva una donna palestinese di trentasei anni, Abu Maamar, che stringeva al petto il corpo della nipote uccisa da un missile israeliano, e che ha vinto il World Press Photo nel 2024 – è diventata più un caso mediatico che artistico (e questo spiace, vista la sua bellezza scultorea e la forza espressiva). Ma ciò non toglie che Filippo Tincolini sia un artista interessante, impegnato e ‘presente nel presente’. Per tale ragione abbiamo pensato di contattarlo per parlare anche di altro, oltre all’affaire Pietà – anche se la prima domanda non poteva che essere se la denuncia intrinseca nella sua opera fosse stata la causa della sua mancata esposizione da parte del Comune di Milano e dei Musei Capitolini.
Filippo Tincolini: «No. E devo dirlo chiaramente, perché quella storia è stata raccontata male. Roma e Milano non hanno rifiutato – stavano valutando, come è normale che facciano le istituzioni di fronte a un’opera nuova. È uscito un articolo con un titolo sensazionalistico che ha distorto la realtà, e quell’articolo è stato rimosso. Questo mi pesa. A volte il giornalismo insegue l’impatto del titolo invece di proteggere la verità della notizia. Detto questo – la domanda tocca qualcosa di reale. L’arte che non si schiera non disturba nessuno. L’arte che guarda in faccia il dolore, invece, chiede qualcosa. Chiede di fermarsi. E fermarsi, oggi, non è sempre comodo».
La Pietà è, in ogni caso, un progetto più complesso, interdisciplinare, in quanto coinvolge, oltre alla scultura, la fotografia e l’arte performativa. Può raccontarci come è nato e come mai si è sviluppato su più piani tale progetto?
F. T.: «È nato così perché non poteva nascere altrimenti. Quella fotografia di Mohammed Salem non era solo un’immagine – era un sistema di significati stratificati. Per risponderle in modo adeguato avevo bisogno di più linguaggi. Siamo quattro co-autori: Federico Quaranta, che porta la parola, il ritmo, il racconto; Andrea Pezzi, che porta il pensiero, la capacità di scavare nel presente; Laura Veschi, la cui fotografia ha seguito e trasformato il processo di lavorazione in visione – il marmo che si apre, la figura che emerge; e io, con la scultura. La prima del Teatro Era di Pontedera ha mostrato cosa significa quando questi linguaggi si incontrano davvero: ho letto un testo davanti alla scultura, Federico e Andrea hanno dialogato sull’Iliade e l’Odissea, sul dolore come lingua universale. Intorno, le immagini di Laura. Non era una presentazione. Era un attraversamento».

La sua arte fonde impegno civile e denuncia. Pensiamo alla serie Corporations, che pare la trasposizione iconografia di un famoso libro di Naomi Klein, No logo. Il mito del marchio è l’ennesima schiavitù contemporanea. Ci racconta l’esegesi di questa serie?
F. T.: «Corporations è nata da una domanda semplice e feroce: cosa succede quando un logo diventa più riconoscibile di un volto umano? Viviamo immersi in simboli che non abbiamo scelto, che ci definiscono senza chiederci il permesso. Ho preso quei simboli e li ho messi nel marmo – la materia più antica, più lenta, più refrattaria al consumo. È stato un cortocircuito deliberato. Il marmo dura millenni. Un brand dura finché il mercato lo decide. Mettere insieme queste due temporalità è già una critica. Klein ha fatto con le parole quello che io ho cercato di fare con le mani. Non mi sento suo illustratore – mi sento qualcuno che ha riconosciuto la stessa urgenza».
Lei lavora prevalentemente sulla figura umana. In Break the Limits rende omaggio a Mitoraj. Cosa pensa vi accomuni e cosa la separi dal Maestro – scomparso ormai oltre una decade fa?
F. T.: «Mitoraj mi ha insegnato che la frammentazione non è mancanza – è forma. I suoi corpi incompleti dicono più dei corpi interi. Quella lezione non l’ho mai dimenticata. Ciò che ci accomuna è il rispetto quasi religioso per la materia, e la convinzione che la figura umana sia ancora il territorio più ricco che un scultore possa esplorare. Ciò che ci separa, forse, è il tempo. Mitoraj guardava al mito come origine. Io guardo al presente come urgenza. Il mito mi interessa quando ritorna – come è tornato in quella fotografia di Mohammed Salem».
Venus Bagged è una mirabile fusione di estetica, perizia materica e denuncia che sembra confutare il diktat della Nouvelle Vague cinematografica, ossia che un tema urticante non possa essere interpretato attraverso l’estetica del bello (1). Cosa ne pensa?
F. T.: «Penso che la bellezza sia il vettore più potente che esiste. Se metti il dolore in forma brutta, la gente si volta dall’altra parte. Se lo metti in una forma che attrae, che seduce, che non riesci a smettere di guardare – allora hai qualche possibilità che il messaggio entri davvero. La Nouvelle Vague cinematografica aveva ragione su molte cose, ma su questo la contesto. Un tema urticante trattato con l’estetica del bello non viene smorzato – viene amplificato. La contraddizione tra la superficie e il contenuto crea tensione. Ed è lì, nella tensione, che l’opera lavora. Venus Bagged è questo: un’icona della bellezza assoluta, avvolta, nascosta, cancellata. Non dalla violenza esplicita – ma da un gesto quotidiano, banale, quasi amministrativo. Che è la forma più inquietante di violenza».
Per presentare i suoi Distopyan Animals, lei parla della “speranza che l’arte possa fungere da catalizzatore per il cambiamento”. In realtà, se pensiamo agli scimpanzé del Gombe, la sua Ape Ak47 sembra un’immagine distopica di una realtà inconfutabile: anche i primati si fanno la guerra. Il ‘gioco’ diventa persino più perturbante con Teddy Bear Fuck You (2). La presa di coscienza che nessuno può più dirsi innocente?
F. T.: «Hai ragione. E la contraddizione è voluta. Parto sempre da una speranza – ma arrivo spesso a una domanda scomoda. L’Ape con l’AK47 non è fantascienza. Gli scimpanzé del Gombe ci hanno mostrato che la guerra non è un’invenzione umana – è qualcosa di più antico. Quella scultura non accusa l’uomo. Lo mette di fronte a se stesso senza alibi. Teddy Bear Fuck You va ancora più a fondo. L’oggetto più innocente che esiste – il peluche, il simbolo dell’infanzia protetta – che si rivolta. È il momento in cui capisci che non c’è più uno spazio neutro, uno spazio salvo. Neanche l’innocenza è immune dal nostro tempo. Non è nichilismo. È una presa di coscienza. E dalla presa di coscienza, se si è onesti, può nascere qualcosa».
Quanto è importante ma anche quanto è difficile per un artista, oggi, essere (come si diceva una volta) ‘impegnato’?
F. T.: «È più importante che mai. Ed è più difficile che mai. Importante perché viviamo in un’epoca in cui l’eccesso di informazione non produce comprensione, ma il suo contrario: confusione, paralisi, incapacità di orientarsi. L’arte può ancora dire l’indicibile – proprio perché non usa il linguaggio della notizia, non ha il formato dei social, non scade in ventiquattr’ore. Difficile perché il mercato ha imparato ad assorbire tutto. La denuncia diventa estetica, l’estetica diventa brand, il brand diventa merce. Il rischio è che l’impegno diventi costume. Per me la risposta è una sola: restare onesto. Non con il pubblico – prima di tutto con se stessi. Se un’opera nasce da un’urgenza vera, si sente. Se nasce da una posizione, si sente anche quello. La Pietà non è nata da una posizione politica. È nata da uno sguardo che non riuscivo a interrompere. È una differenza che conta».
(1) Jacques Rivette, in un articolo dedicato al film di Gillo Pontecorvo, Kapò, scriveva (riprendendo alcune considerazioni di Godard su Hiroshima, mon amour): «L’inquadratura in cui Riva si suicida gettandosi sui reticolati elettrici; l’uomo che a quel punto decide di fare una carrellata in avanti per inquadrare il cadavere dal basso, curando di far coincidere esattamente la mano tesa con un angolo dell’inquadratura, quest’uomo ha diritto soltanto al più profondo disprezzo» (Cahiers du cinéma, No 120, giugno 1961)
(2) Ricordiamo la polemica a Pietrasanta per l’opera di Rachel Lee Hovnanian, Poor Teddy in Repose, che utilizzava sempre il famoso orsetto di peluche, pugnalato, quale forte denuncia contro l’infanzia violata
venerdì, 8 maggio 2026
In copertina: Un ritratto di Filippo Tincolini; nel pezzo: La Pietà (entrambe le foto sono di Laura Veschi, tutti i diritti riservati, vietata la riproduzione senza il consenso dell’Artista e della fotografa)


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