Denuncia mediatica efficace ma il giallo non regge
di Simona Maria Frigerio
Dati i saltuari passaggi televisivi, abbiamo rivisto con piacere La ragazza nella nebbia – indubbiamente il migliore libro di Donato Carrisi e il suo primo thriller dietro la macchina da presa.
La sua denuncia di come i media creino i mostri ‘da sbattere in prima pagina’, di cui il pubblico si nutre, è pungente e più attuale che mai – dai plastici con ricostruzioni in scala di ignari, interi paesi già devastati dalla tragedia; alle interviste alle aspiranti socialite in cerca famelica dei loro 15 minuti di notorietà; fino alle domande tanto crudeli quanto retoriche, come quella a una madre se soffra per l’assassinio della figlia oppure – nel film – il tentativo di riprenderla mentre vaga in camicia da notte persa tra i meandri onirici prodotti dagli psicofarmaci.
Eppure quando si guarda il film – solido, ben girato, con un’ottima fotografia firmata da Federico Masiero, un ritmo da dramma psicologico più che da thriller e un credibile Alessio Boni, ambiguo fino al disvelamento del mistero in stile The Illusionist e con doppio finale – qualcosa non torna.
Per chi non avesse letto il libro e/o visto il film, meglio fermarsi qui perché per spiegare i due errori del giallista dovremo ricorrere allo spoiler. Segnaliamo però anche la sbadataggine di far affermare alla moglie del protagonista che lui avrebbe perso il lavoro per un messaggio a una studentessa e, prima dell’arresto, mostrarlo come se nulla fosse mentre insegna in classe.
Il primo fatto che non convince
L’ultimo omicidio dell’uomo della nebbia. Nessun infartuato perso nei boschi, ufficialmente per pescare, avrebbe la forza di rialzarsi da terra dove respira a malapena, sollevare e liberarsi del cadavere della propria vittima – che è una prestante ragazza dai capelli rossi e non una sgusciante trota iridea – e avere ancora fiato per correre in auto verso l’ospedale più vicino dove essere salvato grazie a tre bypass.
I tempi cinematografici stravolgono ogni plausibilità
Ciò che convince ancor meno sono i tempi dell’omicidio del professor Martini. Se la vittima è uscita di casa per andare alla confraternita nel tardo pomeriggio (notiamo che è già buio e, sebbene inverno, capiamo dal film che potrebbero essere più o meno le 17) e Martini rientra a casa all’ora di cena (mettiamo anche verso le 20.00/20.30, dato che finge con la moglie di non averla voluta svegliare prima perché “troppo bella”), in 4 ore al massimo dovrebbe aver: rapito Anna Lou, averla portata nell’hotel abbandonato, spogliata e uccisa con una certa calma, girato il video, fatto sparire il corpo in un luogo talmente recondito da non essere scoperto in alcun modo, si sarebbe liberato dello zainetto della ragazza gettandolo presso un fiume, avrebbe trovato – ormai nella notte – un luogo dove seppellire il vhs, inviato per posta il diario della ragazza, essersi tagliato la mano e, al volante del suo fuoristrada, essere rientrato ad Avechot in tempo per la banalità detta alla moglie ‘fedifraga’. Nemmeno Nembo Kid!
“Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità… Ma, in fondo, che gusto c’è a essere il diavolo se non puoi farlo sapere a nessuno?”, la frase culto del film di Carrisi è anche troppo simile, come il plot twist del finale, al più celebre I soliti sospetti: “La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste… e come niente… sparisce!”.
venerdì, 8 maggio 2026
In copertina: La Locandina del film


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