Quando il rischio di manipolazione passa attraverso il to play
di Simona Maria Frigerio
Alla Tenuta dello Scompiglio di Vorno, il 25 Aprile, si sono succeduti due momenti che, apparentemente legati al divertissement, in realtà offrono diversi spunti per considerazioni urticanti.
Partiamo dall’installazione Un Couteau Dans Le Dos Du Théâtre (Un coltello nella schiena del teatro). Qui il to play inglese, ossia giocare/suonare/recitare (uguale al jouer francese e, all’играть russo nella prima e seconda accezione) si declina, in apparenza, serenamente.
Un testo trasmesso in loop con 58 slide invita lo spettatore a interagire con lo spazio circostante e ciò che contiene: una mela, un gesso e una lavagna, una pianta, un microfono, un buco nella parete, un estintore, una matrioska, una sedia, uno specchio spia, dei post-it, delle campane a vento. Si può o meno farlo, ossia prestarsi al gioco. Ma, di tanto in tanto, si scopre una slide che può essere compresa solamente da chi abbia una certa età o si informi adeguatamente o, ancora, abbia studiato la storia contemporanea. Quindi, un’élite – ossia un gruppo ristretto di persone (e torneremo, alla fine del pezzo, sull’importanza di questa annotazione). Tra queste ultime slide (ossia quelle che non invitano a interagire con lo spazio), due mi si sono impresse nella mente.
La prima fa riferimento al “Presidente ritrovato morto in una Renault 4 rossa”. Ovviamente, per me, Aldo Moro – Presidente della DC e per cinque mandati del Consiglio dei Ministri (mai di Stato). Curiosamente, il dato che l’auto fosse rossa, visto che allora le tv e i quotidiani erano generalmente in bianco e nero, lo sanno, forse, meglio coloro che oggi la vedono esposta al Museo Storico delle auto della Polizia di Stato, a Roma. Per un’intera generazione quell’auto è stata grigia e questa discrasia tra testo e memoria individuale denota come chi abbia scritto il testo non si sia posto il dubbio su chi si sarebbe trovato di fronte a leggerlo. Inoltre, il ricordo va al Moro rapito e ucciso dalle Brigate Rosse, non all’uomo di potere ritratto da Todo Modo di Elio Petri (anche se, sul grande schermo, curiosamente entrambi furono interpretati da Gian Maria Volonté).
La seconda slide che mi ha fatto pensare è quella che mi invitava a “sequestrare un aereo e a schiantarmi con esso contro un grattacielo”. Logico pensare all’attentato alle Torri Gemelle – tutti preferiscono, comunque, non rammentare che quel giorno fu colpito anche il Pentagono: il che, per l’amministrazione statunitense, fu molto imbarazzante, anche perché oltre ai 64 passeggeri dell’aereo (inclusi gli attentatori), morirono 125 persone presenti nel Pentagono (il che dimostrò la vulnerabilità di uno dei siti di maggior interesse geo-strategico al mondo). Ma torniamo alle due slide destinate a farci riflettere: entrambe sono figlie di una visione filo-occidentale, per non dire atlantista, del mondo. Perché non si è scelto di ragionare sulla strage fascista di Bologna, sulla strategia della tensione e la madre di tutte le stragi, ossia piazza Fontana? O ancora sui 20 anni di bombardamenti indiscriminati sull’Afghanistan (in nome di una dietrologica guerra al ‘terrore’, che, come i virus, non può essere antropomorfizzato), o sui 500mila bambini uccisi, in Iraq, dalle sanzioni statunitensi? Nulla avviene mai per caso. O per gioco…

Lumen Texte: la performance
A seguire, abbiamo assistito a una specie di ‘performance’, ideata (come l’installazione) da Olivier Boréel e Perrine Mornay e intitolata Lumen Texte. Ovvero, un testo su schermo bianco, suddiviso in una serie di slide proiettate a un ritmo decisamente lento e con domande chiuse, ossia inviti a fare o a cantare o a recitare (in un solo caso) ad alta voce il testo stesso. Come sappiamo tutti, recitare ad alta voce un testo è un esercizio che si fa quando si deve imparare qualcosa. Guarda caso, cos’ha ‘imparato’ il pubblico? Che i russi sono cattivi, ovviamente.
Perché? Perché, tra il 23 e il 26 ottobre 2002, quando 850 civili furono tenuti in ostaggio nel Teatro Dubrovka da 40 terroristi ceceni, dopo tre giorni di tentativi di mediazione, le forze speciali intervennero. Purtroppo, vista l’intransigenza dei terroristi a trovare una soluzione pacifica (nonostante l’offerta di poter lasciare la Russia per un altro Paese, incolumi e liberi, e dopo che gli stessi avevano già ucciso o ferito gravemente alcune persone), le forze speciali irruppero e, oltre a 33 terroristi, morirono 129 ostaggi. L’errore fu utilizzare il Fentanyl nel tentativo di sopire i sequestratori; ma l’agente chimico causò conseguenze gravi sulla salute degli ostaggi. Le forze speciali sbagliarono quell’azione, sottovalutando gli effetti del gas e che alcuni terroristi, dotati di esplosivo al plastico, potevano avere delle maschere antigas e il tempo di uccidere diversi ostaggi? Probabilmente sì. Ma per un caso sporadico di terrorismo, avvenuto in Russia, quanti ne avvengono negli States che finiscono, spesso, in tragedia?
Forse al pubblico sarebbe servito ‘imparare’ anche che a Waco, in Texas, nel 1993, FBI e ATF assediarono la sede dei davidiani (una setta religiosa cristiana) per 51 giorni, finché gli agenti del Federal Bureau non usarono granate lacrimogene potenzialmente incendiarie e, a causa dell’incendio che seguì (ovviamente le forze dell’ordine affermarono che furono gli stessi davidiani ad appiccarlo), morirono 76 persone, fra cui 25 bambini e due donne in stato di gravidanza. Tutto ciò per cosa? La giuria chiamata a condannare i dodici davidiani che si salvarono, li assolse tutti per i capi d’imputazione di omicidio volontario – e condannò solamente cinque di essi per reati minori.
O magari, gli spettatori avrebbero potuto ‘re-citare’ ad alta voce quanto accaduto a Ruby Ridge nel 1992 – anche perché un caso poco noto in Italia e, quindi, maggiormente interessante. In quell’assedio furono ammazzati Sammy Weaver, un ragazzo di 14 anni, colpito alla schiena dagli agenti mentre cercava di scappare, e sua madre Vicki Weaver, mentre teneva in braccio l’ultima nata di dieci mesi. Il Governo degli Stati Uniti aveva talmente ragione ad assediare una famiglia di cristiani integralisti, bianchi e di estrema destra, da essere costretto – alla fine – a versare alla famiglia Weaver un risarcimento di oltre 3 milioni di dollari. Gli sarebbe andata meglio se avessero ammazzato il solito afro-americano (sic!).
Ma torniamo alla ‘performance’. A questo punto ho avuto la spiacevole sensazione di ritrovarmi nei panni di Alex DeLarge mentre è sottoposto al Trattamento Ludovico (1). Ovvero, manipolata. Ma prima di capire il perché, seguendo i ragionamenti (peraltro intellettualmente e culturalmente raffinati) di Luca Greco, docente di sociolinguistica che ha voluto analizzare col pubblico ciò a cui avevamo assistito o, meglio, letto; vorrei ricordare che l’intero testo riportava gli asterischi al posto del maschile e del femminile – una scelta che sarà modaiolamente politically correct, ma che non condivido e che mi fa sorgere ulteriori dubbi quando il testo afferma che dalla parola (ossia il testo stesso, traducasi Logos) e dal corpo (ossia gli spettatori, traducasi Maria) nascerà un figlio. L’asterisco scompare perché ci si riferisce a Cristo? Nel qual caso è davvero politicamente scorretto che il testo, autodefinendosi Logos e, quindi, Dio, utilizzi per sé la forma maschile – il ‘parterre femminista dell’asterisco’ inorridirebbe.
L’incontro post-performance con Luca Greco
A fine esperimento, perché di questo forse di dovrebbe parlare, il professor Greco ha posto una serie di domande interessanti chiedendo, innanzi tutto, se Lumen fosse un testo, un locutore, un interlocutore (e, quindi, si fosse stabilito un dialogo tra lo stesso e gli spettatori) o un attore. Il fatto stesso che si rivolgesse a Lumen Texte come a un ‘lui’, antropomorfizzava la percezione del testo e manipolava quella degli spettatori verso quanto letto. Naturalmente una tale operazione non sarebbe stata possibile se oggi non fossimo continuamente bombardati dall’idea che agiamo e interagiamo attraverso i social; e la digitalizzazione della nostra esistenza, dopo la Covid, ha subito un’accelerazione che non ci porta nemmeno a contestare Bruxelles quando, per invitarci a risparmiare carburante, ci chiede (ma, forse, domani ci imporrà) di stare a casa, invece di muoverci a piedi, in bicicletta o usare di più e meglio i mezzi pubblici. Pensare di agire in un contesto sociale, restandosene rinchiusi in casa propria dietro a uno schermo, è aberrante; così come tentare di avere una risposta sensata dall’IA di un call center è una tra le esperienze più frustranti che, oggi, gli utenti sono costretti a subire. E però solamente in una società talmente malata, o volutamente fatta ammalare, si può pensare che un testo sia un interlocutore. Non stiamo nemmeno parlando di un testo generato in simultanea dall’IA, che potrebbe scegliere le risposte tra un numero finito di frasi, creando quindi una apparenza di interlocuzione sensata (domanda dell’IA/risposta o obiezione e domanda, a sua volta, dello spettatore). Stiamo parlando di domande chiuse, ossia quesiti che limitano le risposte a opzioni predefinite che, in questo caso, equivalevano a eseguire o meno un ordine – tipo, andare a prendere i fogli del testo da una scatola in scena o mettersi a cantare Sarà perché ti amo dei Ricchi e poveri.
Per quanto concerne definire un testo proiettato un attore, qui si scivola in questioni veramente complesse e forse anche ‘barbose’ per il lettore. Il corpo dell’attore è parte integrante dello spettacolo, il corpo è insieme politico (soprattutto quando su un palco) e indispensabile allo scambio con lo spettatore (altrimenti saremmo al cinema, sic!). Il testo che recita è solo una componente del suo esprimersi e della performance nel suo complesso.
Inoltre, al di là di quale teatro si voglia esaminare – quello epico brechtiano o quello naturalista à la Stanislavskij, passando per tutto lo scibile appreso accademicamente – alla fine l’esito dovrà essere la catarsi. Sia rifiutando l’immedesimazione e puntando sulla riflessione critica, sia abbattendo la quarta parete e arrivando persino alla compartecipazione fisica dello spett/attore (come nel Teatro de los Sentidos di Enrique Vargas), non vi è teatro senza catarsi, intesa non solamente come processo di liberazione interiore e riconciliazione con la comunità (come da teatro greco classico), ma anche come acquisizione di un nuovo equilibrio interiore dovuto alla consapevolezza raggiunta grazie a una riflessione critica. In questo caso, ovviamente, la catarsi è mancata ed è stato necessario l’intervento di Greco per tentare di provocare almeno il secondo tipo (una riflessione critica) attraverso il suo jouer avec le public.

Il figlio di Lumen Texte
La seconda sollecitazione del professor Greco verteva su tre domande, di cui una era come sarebbe stato il figlio di Lumen Texte e degli spettatori.
L’antropomorfizzazione di un testo qui ha rasentato il surreale. Ma siccome molti spettatori hanno dato le risposte più svariate, l’azione manipolatoria è diventata persino più esplicita. Una precedente domanda, in effetti, era stata “come vi immaginate Lumen” (personalmente, ho risposto con un post-it lasciato in bianco, visto che non potevo immaginarmi come fosse ‘lui’, dato che si stava semplicemente esaminando un testo e non un’entità digitale né extraterrestre e non soffro di allucinazioni come il protagonista di Valis (2), sic!). Ma grazie a quella domanda, dopo aver portato il pubblico a rapportarsi con un ‘lui’, Greco ha posto una questione che rimette in discussione non solamente la capacità di esseri umani, in carne e ossa, di valutare cosa sia la partecipazione reale – politica e sociale – ma che ha smentito tutti quegli asterischi e quelle battutine sulla questione di genere (nel testo), visto che ritorniamo a un lui che dovrà generare con una lei (e gli uteri in affitto non sono contemplati, please!).
Mi viene da pensare, a questo punto, che se gli attori e le attrici, oggi, rischiassero il poco lavoro che offre il mercato teatrale perché sostituiti da un testo, sarebbe persino peggio del sogno altamente artistico ma ferocemente distopico di Edward Gordon Craig – che li avrebbe trasformati in puro segno, mentre la scenografia e le luci sarebbero stati l’azione ‘viva’.
Alcune considerazioni di ermeneutica
Abbiamo pensato di rivolgerci, a questo punto, anche al professor Daniele Rizzo, docente di filosofia e Direttore del network Persinsala, per approfondire quanto visto. Dal confronto sono emerse alcune sue considerazioni che riteniamo ulteriori temi da approfondire. L’operazione artistica agita con Lumen Texte sembra giocarsi su una duplice ipocrisia: “Io faccio finta di fare una cosa seria, voi fate finta di partecipare a qualcosa di serio”. Di conseguenza anche se i riferimenti sono non necessariamente ʻsbagliati’, permangono molto ideologici, mentre “la partecipazione è semplicemente ʻdata’ – da una visione frontale del testo e la recitazione richiesta ʻmeccanica’”.
Filosoficamente, Daniele Rizzo ha fatto notare, più in generale, “come la natura ermeneutica dello spettacolo (che, attraverso la dimensione ludica, dovrebbe promuovere una ʻsocratica’ fusione di orizzonti), sia sempre più convertita in dispositivo con cui si inculcano, nell’ignoranza dilagante, interpretazioni unilaterali e ʻmainstream’, nel doppio senso di maggioritarie e minoritarie ma comunque ʻaccettabili’”. Il pericolo, sempre più spesso, nelle arti è “quando la maggior parte degli spettatori assume tutto come ʻvero’ e alcuni si sentono, a quel punto, ʻconsolati’ perché la pensano come i più (quindi, hanno ragione), mentre altri perché così la pensano come ʻi migliori’ (quindi, sono come Pasolini)”.
Inoltre, quando “si lavori in assenza della controparte umana, si può radicalizzare l’interiorizzazione, anche inconscia, della sua inutilità e dell’inutilità della sua specificità (l’umano botanico di cui ho scritto in altre recensioni e approfondimenti: siamo tutti ʻmarxianamente’ sostituibili dal sistema, e lo saremo davvero quando il sistema sarà totalmente robotizzato e automatizzato)”. Può essere “che l’arte non abbia più senso, valore, o un posto nel mondo attuale, ma contribuire ad annichilire l’umano mi sembra contraddittorio (forse il segno dei tempi): dal punto di vista estetico, la percezione non prevede che ci sia ancora qualcuno che abbia i ʻsensi’ per farlo? Allora, l’arte dovrebbe rivalutare l’umano, non renderlo superfluo anche nell’immaginario”.
La lingua come status
E chiudiamo sull’ultima, interessante frase che ha pronunciato il professor Greco, ossia che “la lingua è comunista in quanto creata da una comunità”.
In realtà, non vi è niente di più elitario della lingua. Se già Pellegrini nel 1960 “riconosce nel repertorio verbale di un parlante italiano medio quattro «registri espressivi» fondamentali: dialetto, koinè dialettale, italiano regionale e italiano standard”; sarà Mioni, nel 1975, a tripartire l’italiano in “aulico, italiano parlato formale e italiano colloquiale-informale”. Da ciò, evinciamo che non tutti i registri sono appannaggio di ognuno di noi. E difatti, secondo lui, se un “borghese” poteva padroneggiarli tutti, il piccolo borghese solo la seconda e la terza varietà, mentre il contadino la terza e “l’operaio inurbato oscillerà tra il comportamento del piccolo borghese e quello del contadino”. Senza diventare pedanti, citerò ancora De Mauro (al quale sarò sempre grata per la sua Riforma universitaria della quale mi sono giovata e che, ‘come tutte le più belle cose è durata…’ pochissimo, in questo Paese di continue riforme, quasi sempre peggiorative) che, nel 1980, quadripartiva l’italiano in “una gerarchia formata da italiano scientifico, italiano standard, italiano popolare unitario e italiano regionale colloquiale”.
Nella pratica quotidiana siamo tutti consci che esiste un linguaggio tecnico-scientifico posseduto solamente dai professionisti del settore; un formale aulico delle baronie universitarie ma anche dei cosiddetti principi del Foro; poi c’è la lingua della burocrazia (che, spesso, non capiscono gli stessi burocrati, i quali ci fanno impazzire con le loro richieste in carta bollata, sic!); esiste la lingua utilizzata dai letterati (che, troppo spesso, continuano a cercar di ‘risciacquare i panni in Arno); c’è un italiano standard e uno sub-standard (anche a seconda della classe sociale e della cultura); e molti regionalismi, per non dire dei provincialismi (abitando in Toscana la prima cosa che si impara è che qui nessuno parla toscano, bensì viareggino, fiorentino, lucchese, e così via); e poi c’è la lingua popolare e il gergale (che può dipendere anche dalle origini straniere o dall’età del parlante).
E qui ci fermiamo. In fondo, anche questa mia dissertazione non è che la conferma di come chi padroneggi la lingua abbia maggiori strumenti per affrontare un mondo che appare semplificato ma, sotto la superficie semplicistica, diventa sempre più difficile da decifrare.
La settimana prossima uscirà l’intervista al professor Luca Greco, che spiegherà le ragioni del suo intervento
(1) Da Arancia meccanica
(2) Primo romanzo della Trilogia di Valis di Philip K. Dick
Tenuta dello Scompiglio
via di Vorno, 67 – Vorno (LU)
sabato 25 aprile 2026, ore 16.00
Un Couteau Dans Le Dos Du Théâtre
di Olivier Boréel e Perrine Mornay
installazione visitabile fino a domenica 28 giugno 2026
(inaugurazione)
ore 19.30
Collectif Impatience presenta:
Lumen Texte
performance ideata da Olivier Boréel e Perrine Mornay
software sviluppato da Sébastien Rouiller
a seguire:
conversazione con il pubblico a cura di Luca Greco, docente di sociolinguistica
venerdì, 8 maggio 2026
In copertina: Un Couteau Dans Le Dos Du Théâtre; nel pezzo: ancora una foto di Un Couteau Dans Le Dos Du Théâtre e una tratta da Lumen Texte (foto gentilmente fornite dall’Ufficio stampa dell’Associazione Dello Scompiglio)


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