Se manca il lavoro, quale conto corrente vuoi aprire?
di Simona Maria Frigerio
Per un po’ di tempo abbiamo visto in tivù uno spot di Global Thinking Foundation, con il patrocinio di Pubblicità Progresso, che metteva in scena – in stile Sex and the City – l’incontro tra quattro amiche, ben vestite, ben pettinate, truccate, al tavolo di un bar che, mentre consumavano il loro tè del pomeriggio (o similare), all’aperto, languidamente si lamentavano.
La prima sembrava che dicesse che il marito voleva assolutamente qualcosa (come farebbe un bambino capriccioso che bisogna per forza accontentare); la seconda che il suo lui era uno scialacquatore e lei doveva provvedere a pagare il mutuo con il suo superminimo stipendio (del quale, però, non si lagnava e che, comunque, le permetteva di crogiolarsi nel dolce far niente, al bar con le amiche); e la terza di avere un conto unico col marito, ma non cointestato (ovvero, lui probabilmente le elargiva o la ‘mancia’ settimanale da spendere con una certa liberalità o, direttamente, una carta di credito).
Del resto, il nuovo slogan per la parità di genere è: “Una donna, un lavoro, un conto corrente”.
A rincarare la dose i dati di GLT Foundation, che afferma come il 68,8% delle donne italiane sia indipendente economicamente, ma solo il 58% abbia un proprio conto corrente. Ergo, diventa appetibile per gli istituti di credito, quel 42% di potenziali correntiste da ‘spennare’. Perché, diciamocelo: un conto costa e sempre più salato, visto che le banche offrono sempre meno servizi (se non autogestiti online), avendo tagliato ben 20mila lavoratori in cinque anni; chiedono spese di gestione sempre più elevate per maneggiare i nostri soldi (con i quali finanziano se stesse e investimenti che, spesso, non ci è dato sapere – dato che devono solo garantirci la restituzione del capitale depositato sul conto senza alcun interesse, ma non spiegarci dove sono i nostri soldi, materialmente, in quel preciso momento); e infine vi sono le Imposte di bollo dello Stato, oltre alla tassazione sugli interessi delle cedole con le quali finanziamo quello stesso Stato (e che in realtà, essendo state acquistate con i nostri risparmi, ovvero ciò che ci è rimasto da precedenti tassazioni e spese, faremmo forse meglio a tenere sotto il materasso).
In tutta questa campagna che, al di là delle lodevoli finalità dichiarate, pare un ulteriore regalo alle banche, perché non analizzare la retorica dello spot e la realtà dei fatti?
Gli esempi addotti si possono invertire tranquillamente. Quante donne, come bambine capricciose, pretendono scarpe e abiti firmati? I chirurghi estetici e plastici ringraziano invenzioni come il Botox e i filler di acido ialuronico, che hanno regalato l’illusione di eterna giovinezza anche alle non milionarie. Un diamante è per sempre, ovvero Diamonds are a girl’s best friend continua a essere valida fin dai tempi in cui la cantava Marilyn.
Il secondo esempio è persino peggio. Invece di rivendicare uno stipendio decente, la signora si lamenta del marito scialacquone. Come se non esistessero le donne succitate o, peggio, quelle affette (purtroppo) da ludopatia.
Sul terzo: no comment. Se la signora, che deve appoggiarsi al conto del marito è ben vestita, ben pettinata e si sta lamentando come in Sex and the City con le amiche, diciamo che non è proprio l’immagine della donna ricattata finanziariamente da un marito dispotico, possessivo o violento.
E adesso passiamo alla realtà dei fatti. In Italia il tasso di occupazione femminile, a ottobre 2025, era di circa il 53,4% – 53,5%, significativamente più basso di quello maschile al 71,4% – 72,0%; mentre il tasso di inattività femminile (ovvero le donne che non lavorano e non cercano lavoro, magari perché iscritte all’ufficio di collocamento da dieci anni e mai ricontattate), sempre nel 2025, era di circa il 43,4%. Inoltre, il Gender Pay Gap – ossia la differenza di stipendio a parità di mansioni tra uomini e donne – rimane significativo. Nel 2025, secondo l’Istat, era del 5,6% tra dipendenti; fino al 20-25% considerando stipendi lordi e bonus; per arrivare a un 40% in ambiti come quello immobiliare e tecnico-scientifico.
Prima di avere un conto corrente proprio con il quale pascere le banche, le donne dovrebbero avere diritto a un lavoro – e che sia retribuito adeguatamente o, almeno, quanto quello di un maschio pari grado. Poi potranno decidere se aprire un conto corrente o continuare ad averne uno solo, condiviso con il o la partner, per risparmiare in maniera economa e intelligente sulle spese bancarie.
venerdì, 8 maggio 2026
In copertina: Foto di Bruno da Pixabay


AGORÀ. Dalla Piazza al Parlamento
“Andrà tutto bene”
La gogna mediatica
Attenzione ai ciclisti in tangenziale
Intervista al sociolinguista Luca Greco
Bread, Roses and Colors