“Complessità, ricchezza e densità di significato laddove si è imposto semplificazione, scempio delle parole, e deserto linguistico-culturale”
di La Redazione di InTheNet
Dopo aver approfondito il discorso sull’installazione Un Couteau Dans Le Dos Du Théâtre, in esposizione alla Tenuta dello Scompiglio di Vorno fino a domenica 28 giugno, e sulla performance, Lumen Texte (rimandiamo al pezzo uscito la settimana scorsa, 1), abbiamo contattato il sociolinguista Luca Greco, che ha aiutato gli artisti/autori, Olivier Boréel e Perrine Mornay, nella traduzione dei testi (di entrambe le opere) e nel loro adattamento al contesto italiano. Luca Greco, laureato presso l’Università di Pisa in psicologia sociale, con un PhD in linguistica conseguito all’École des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi, dopo aver ricoperto la carica di professore associato di sociolinguistica presso l’Università Paris III Sorbonne Nouvelle – dal 2003 al 2018 – è stato nominato, ed è tuttora, professore di sociolinguistica all’Université de Lorraine. A partire da settembre 2026 sarà Directeur d’études all’Ecole des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.
Viste le molteplici sollecitazioni poste da Greco alla platea dello Scompiglio, abbiamo deciso di porgli alcune domande, la prima delle quali non poteva che essere se, identificando Lumen Texte con un lui, Greco avesse operato una antropomorfizzazione di un testo. E ancora, se crede che la progressiva digitalizzazione della società possa portare le persone a confondere un essere senziente, reale, in carne e ossa, con un semplice testo o una cosiddetta intelligenza artificiale.
Luca Greco: «Durante il dibattito è successo in effetti che, all’inizio, ho iniziato a parlare di Lumen Texte come se si trattasse di un’entità antropomorfizzata (un umano) di genere maschile sicuramente perché la parola ‘texte’ in francese ha un genere che è grammaticalmente maschile. In seguito però mi sono subito corretto e ho interrogato la dimensione antropomorfica e genderizzata di Lumen Texte di fronte al pubblico sperando in una loro reazione – che poi c’è stata. Per rispondere alla sua domanda, non credo che si possa veramente sostenere che esista una dicotomia netta tra umano e artificiale, umano e tecnologia. Indipendentemente dall’IA, i nostri corpi da molto tempo sono fatti di tecnologie, protesi: basti pensare alle tecniche di chirurgia attraverso le quali i nostri corpi sono fatti non solo di carne, sangue, ma di ferro, acciaio, tubi e ogni tipo di materiale cosiddetto ‘non umano’ (2). Penso anche che i testi siano fondamentalmente ibridi e collettivi: il risultato di un lavoro somatico, sensibile, sensuale tra il testo in quanto tale e il corpo di colui/colei che lo compone, un intreccio polifonico con i corpi degli autori/trici, dei correttori/trici e dei lettori/trici. Mi sembra anche di notare che la ‘progressiva digitalizzazione’ non escluda il ricorso al cartaceo e non la vedo come un pericolo per l’umanità o per la dissoluzione dell’umanità nel ‘non umano’. Sono categorie che sono sempre state comunicanti. La loro differenziazione è l’effetto di un’operazione retorica, politica, che tende a dividerli per gerarchizzarli con gli effetti che tutti conosciamo. Tutto ciò che si pensi essere non umano può allora essere distrutto, sfruttato, occupato».
Il testo era essenzialmente a domande chiuse. Non l’ha stupita scoprire che molti spettatori avessero pensato di interloquire quando, al massimo, rispondevano a una sollecitazione con un’azione?
L. G.: «Sono rimasto stupito piuttosto dalla grande capacità del pubblico dello Scompiglio a rispondere alle sollecitazioni di Lumen Texte con grande spirito interattivo. Rispondere ad una sollecitazione con un’azione è alla base dell’interazione sociale. Interagire è anche questo e non solo rispondere a delle domande aperte con lunghe narrazioni. In quanto sociolinguista, ritengo che si abbia interazione o interlocuzione già dal momento in cui ci sono due persone o due agenti che comunicano con parole, sguardi, cenni del capo, gesti».
Lei ha affermato che la lingua è ‘comunista’ in quanto nasce da una comunità. Non crede che questa sia una semplificazione di fronte a un reale che, non solo linguisticamente, sta diventando sempre più stratificato e di difficile comprensione?
L. G.: «La mia era una provocazione ma che nasconde qualcosa in cui credo. Non ho detto che c’è qualcosa di comunista nella lingua perché nasce da una comunità. Ho affermato che il linguaggio è (o potrebbe essere) comunista perché non esiste la proprietà privata dei segni – che essi siano verbali o non verbali. Il linguaggio circola e potenzialmente tutti possono farlo loro. È una provocazione e spesso le provocazioni ci sono utili per pensare. È anche un’idea romantica e forse una speranza, un orizzonte politico da raggiungere anche perché sono cosciente del fatto che nel linguaggio non tutti abbiamo le stesse risorse, lo stesso capitale linguistico come direbbe Bourdieu (3), e che c’è spesso all’interno delle comunità linguistiche una lotta per l’appropriazione di risorse linguistiche che hanno in quel determinato momento un valore superiore rispetto alle altre: basti pensare al valore delle lingue nel mercato del lavoro o delle forme e dei registri linguistici nelle conversazioni quotidiane o negli spazi istituzionali».
Riallacciandoci alla precedente domanda, in una società impostata sul pensiero binario, che crede di esprimersi con un like, non pensa che proprio coloro che hanno maggiori strumenti linguistici riescano più facilmente a manipolare i cittadini?
L. G.: «Avere maggiori strumenti linguistici significa avere maggiori risorse (culturali, economiche…) che spesso possono tradursi in rapporti di forza all’interno di un’arena sociale».
Equiparare un testo a un attore, al di là che l’attore dovrebbe essere un essere senziente – nel teatro, in carne e ossa – non rischia di ridurre il teatro a una sua sola componente, ossia il testo stesso?
L. G.: «Non si tratta di equiparare un testo ad un attore, si tratta piuttosto di interrogare la dimensione antropomorfica e testuale di Lumen Texte. Lumen Texte è molte cose insieme: attore, agente, testo… E nello stesso tempo ne interroga le frontiere e il valore di queste categorie nell’arte drammatica. D’altronde, il teatro non è fatto soltanto di carne e ossa. Il significato nel teatro, come in qualsiasi pratica sociale, è il risultato di un assemblaggio tra varie agentività umane e non umane: tra testi, corpi, luci, spazio, costumi. C’è tutto un teatro di ricerca che interroga appunto la dimensione logocentrica, unicamente verbale e umana, del significato».
Come considera oggi gli italiani – tra social, manipolazione mediatica e analfabetismo di ritorno: più o meno consapevoli del peso delle parole e del contesto in cui si pronunciano – reale, digitale, mediatico, eccetera?
L. G.: «Non ne farei solo una questione italiana. Laddove si creda che ci sia solo potere e omologazione ci sono sempre sacche di resistenza molto importanti, contro-informazione, spazi di lotta, contro-potere: è una speranza che dobbiamo avere sempre presente. L’uso che fa la destra delle parole e dei suoi significati è drammatico ma anche molto interessante da analizzare perché ci riporta a ciò che Orwell aveva già visto in 1984: l’antifascismo viene visto come il nuovo fascismo, l’antisionismo un sinonimo di antisemitismo (4), l’attivismo politico una forma di terrorismo, il razzismo, il sessismo, e l’omo-lesbo-transfobia come degli spazi di libertà che il pensiero woke (5) vorrebbe limitare: da qui l’adagio “non si può dire più niente”. Di fronte a questo clima Orwelliano, allo sciacallaggio culturale, linguistico, e non solo, causato dalle parole e dai discorsi prodotti dalle classi politiche di estrema destra bisogna opporre un uso sistematico dell’inchiesta e dell’analisi rigorosa delle pratiche linguistiche delle classi dominanti. È necessario smontare sistematicamente le narrazioni che tendono a ribaltare la realtà, e che tendono a trasformare il vero in falso. Non si tratta di introdurre una nuova polizia linguistica dove si tratterebbe di stabilire una volta per tutte il significato delle parole di fronte al disastro linguistico e semantico operato dall’estrema destra e nel quale il significato delle parole viene cambiato a proprio uso e consumo. È necessario piuttosto (re)introdurre complessità, ricchezza e densità di significato laddove si è imposto semplificazione, scempio delle parole, e deserto linguistico-culturale».
(1) Il nostro approfondimento sull’installazione e la performance, tenutasi presso la tenuta dello Scompiglio di Vorno sabato, 25 aprile: https://www.inthenet.eu/2026/05/08/olivier-boreel-e-perrine-mornay-allo-scompiglio/
(2) In ambito cinematografico e letterario tale tematica ha avuto due esiti di straordinaria qualità: il capolavoro diretto da David Cronenberg nel 1996, Crash, vincitore del Premio della Giuria a Cannes, e uno tra i romanzi culto di J. G. Ballard, dal quale era tratto il film
(3) Pierre Bourdieu, antropologo, filosofo e sostenitore del movimento anti-globalizzazione, è stato tra i sociologi più importanti della seconda metà del Novecento
(4) Ricordiamo che la Commissione affari costituzionali del Senato ha adottato poche settimane fa il DDL 1004, contenente disposizioni per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, il che comporterebbe il divieto di criticare Israele, in quanto Stato/nazione degli ebrei: https://www.inthenet.eu/2026/03/27/ennesima-legge-bavaglio/
(5) Si rimanda a Treccani per alcune definizioni di Woke: https://www.treccani.it/vocabolario/woke_(Neologismi)
venerdì, 15 maggio 2026
In copertina: Luca Greco mentre interagisce con l’installazione Un Couteau Dans Le Dos Du Théâtre (foto gentilmente fornita dall’Ufficio stampa dell’Associazione Dello Scompiglio)


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