Quando le donne africane rifiutano il modello occidentale
di Simona Maria Frigerio
Ci è cascata perfino Michelle Obama: la prima first lady afro-americana degli Stati Uniti, per essere accettata dall’establishment Dem e gradita agli elettori statunitensi, si è lisciata i capelli, è dimagrita, ha iniziato a indossare tailleur che sarebbero stati bene anche a Jackie Kennedy negli anni 60.
Awa Seni Camàra, Esther Mahlangu, Michelle Okpare e Laetitia Ky, al contrario, ognuna con la propria vena artistica, espressione di quattro diversi Paesi (rispettivamente, Senegal, Sudafrica, Nigeria e Costa d’Avorio), hanno scelto di essere orgogliose delle proprie radici etniche.
Partiamo da Laetitia Ky, la più giovane, la quale, a differenza di Michelle LaVaughn Robinson (anche mantenere il proprio cognome, invece di assumere quello del marito – famoso – è una forma di affrancamento), deve la sua fama proprio all’uso dei suoi capelli ricci reinterpretati in sculture ‘rasta’ o che rivendicano messaggi a favore dei diritti delle donne a ogni latitudine. Pensiamo alla sua scultura intessuta di capelli, Be sexy and shut up (in foto), che esprime una critica urticante verso il modello della donna-oggetto, che serve a vendere di tutto in questa società capitalistico-consumista: dalla vettura di lusso al profumo, passando per lo slip firmato.

Michelle Okpare, a differenza di Laetitia Ky, continua a risiedere nel suo Paese – vive a Lagos – dove, utilizzando materiali poveri o di recupero (come carta crespa, pezzi di tessuto e scarti riciclati, vernice acrilica) realizza ritratti insieme intensamente espressivi (a volte enfatizzando tratti tipicamente africani, come le labbra carnose) e vivacemente colorati (similmente ai tessuti utilizzati da alcune giovani stiliste africane, che attingono ai costumi tradizionali locali per le loro creazioni).
Esther Mahalangu ha vissuto nel Sudafrica dell’Apartheid (essendo nata nel 1936) ma, soprattutto, ha teso a valorizzare i motivi geometrici dell’arte tradizionale Ndebele – tribù alla quale appartiene – attraverso media o status symbol propri dell’Occidente, come le tele, ma anche la ceramica, accessori di abbigliamento e perfino autovetture, sdoganando quindi l’iconografia del suo popolo per renderla originale motivo di design.
Awa Seni Camàra, infine, deceduta a gennaio di quest’anno, è l’unica scultrice in mostra. Le sue ‘Pomone’ in creta pare rimandino sia alle figure votive, alle dee della prosperità, all’archetipo junghiano della Grande Madre – che si può ritrovare nella Sardegna nuragica come in Demetra o Cerere – sia al fardello che le madri devono sopportare con la nascita di più figli e, più in generale, al dovere di cura che, spesso, ricade solo sulle spalle femminili – in Africa come in Occidente.
Quattro interpretazioni del ricco panorama africano, che dimostrano come quel continente sia ancora tutto da scoprire.
La mostra continua:
Palazzo delle Esposizioni
piazza San Martino, 7 – Lucca
fino a domenica 14 giugno 2026
orari: da martedì a domenica, dalle ore 15.00 alle 19.00
(ingresso libero)
Bread, Roses and Colors / Il Pane, le Rose e i Colori
a cura di Alessandro Romanini
artiste ospiti: Awa Seni Camàra, Esther Mahlangu, Michelle Okpare e Laetitia Ky
Per approfondire: https://www.inthenet.eu/2026/05/15/bread-roses-and-colors/
venerdì, 22 maggio 2026
In copertina: Da sinistra, una scultura di Awa Seni Camàra, un ritratto di Michelle Okpare, un autoritratto di Laetitia Ky e i motivi Ndebele di Esther Mahlangu. Nel pezzo: Laetitia Ky. Entrambe le foto della Redazione di InTheNet


Promemoria personale (ad uso pubblico)
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