“Attraverso altre voci, attraverso altre vie, attraverso altri vedi”, Ambra Senatore
di Simona Maria Frigerio
Alla Tenuta dello Scompiglio, sold out per la performance in anteprima di Ambra Senatore, artista trasferitasi stabilmente in Francia ma che, qualche volta, capita fortunatamente di vedere anche nel nostro Paese.
Essendo un’anteprima, il titolo era provvisorio ed è per questo che vi abbiamo proposto anche quello originale in francese, con i tre significati che vuole trasmettere la performer al pubblico. Partendo da un’esperienza emotiva personale, Senatore ha posto la libertà della donna in Occidente a confronto con quella in Iran e Afghanistan (Paesi che non sono mai chiaramente definiti sul palco ma dei quali ha parlato al termine dello spettacolo). Anche la conclusione dello stesso con quel: «Noi siamo libere», che avrebbe voluto sollecitare una riflessione negli spettatori, in realtà andrà ancora affinato visto che nella versione francese “On est libre” è generico (e, quindi, non pone la questione della libertà solo come problematica femminile) e, forse, marca di più e meglio la richiesta al pubblico di porsi la domanda invece che crogiolarsi nella falsa certezza dei cosiddetti valori occidentali. Del resto, se pensiamo a quali e quanti condizionamenti la Chiesa Cattolica e, ancor di più, una visione politica dell’Italia come Paese cattolico ci sono imposti quotidianamente, non si può certo dire che uomini e donne abbiano raggiunto l’agognata libertà.
Se sul palco quest’ultima considerazione è sublimata nei centrini (all’uncinetto o ricamati) che hanno riempito le case e le vite delle nostre nonne; oggi la mancanza di libertà ha anche altre valenze che vanno al di là di quelle imposte da una religione a uno Stato ufficialmente laico. Pensiamo al fine vita, alle battaglie per l’autodeterminazione sul nostro corpo (dall’interruzione volontaria di gravidanza alla maternità consapevole fino alla libertà di rifiutare gli psicofarmaci o altri trattamenti farmacologici o chirurgici invasivi), alla liberalizzazione delle droghe leggere e alla legalizzazione di quelle pesanti, e così via. Ma non solo, perché la libertà di muoversi o la sua negazione, la libertà di restare o la sua negazione (l’incipit della performance, insieme fulminante e ironico), sono valenze presenti anche nel nostro Paese e, in generale, in tutto l’Occidente. Possiamo studiare, viaggiare, lavorare all’estero solo se possiamo permettercelo economicamente. La progressiva erosione dello stato sociale ha ridotto ancora di più le opportunità per i giovani di accedere a quell’ascensore sociale che non andrebbe interpretato capitalisticamente come ‘far carriera’, bensì cercare di realizzare i propri sogni, raggiungere obiettivi professionali in base ai meriti, poter accedere al mondo universitario e avere la possibilità di confrontarsi con altre culture – tutti passaggi di una crescita individuale che sta tornando appannaggio solamente di chi ‘può permetterselo’, appannaggio quindi solo di un’élite socio-economica. Ma pensiamo anche alle donne di potere che, oggi, in Europa non hanno portato il valore della differenza a sedere a Bruxelles ma che, al contrario, per poter sedere a Bruxelles, e dirigere le nostre esistenze, si sono supinamente conformate al pensiero maschile: bellicoso, violento, teso alla sopraffazione, impegnato a depredare in nome di presunti ‘valori morali superiori’ che, in realtà, nascondo biechi interessi egemonici e neo-colonialisti.
Nel dialogo post-spettacolo è emersa anche la necessità di porsi domande. Perché le donne afghane dopo vent’anni di ‘guerra al terrore’ dichiarata da Bush Jr e sostenuta anche dall’Italia, che a loro è costata distruzione, violenza e morte; ma anche dopo vent’anni in cui, almeno nelle maggiori città (Kabul o Kandahar, ad esempio) le giovani hanno potuto studiare e, magari, hanno iniziato a lavorare e a ricoprire incarichi anche nel settore pubblico, è stato così facile per i talebani imporre nuovamente una forma di Shari’a particolarmente restrittiva? Alcuni anni fa, quando intervistai il fotoreporter Sebastian Rich (allora fotografo embedded in alcune missioni militari statunitensi), lo stesso mi rispose: «La situazione delle donne in Pakistan e Afghanistan è esattamente la stessa di mille anni fa. Le donne sono un possesso degli uomini in quei Paesi. Il loro status, nell’ambiente familiare, è appena al di sopra della mucca e della bicicletta. Un oggetto da abusare e di schiavitù sessuale. Per quanto noi occidentali si voglia aiutare e alleviare le sofferenze delle donne afghane e pakistane, non cambia niente. Finché non libereremo il mondo del fanatismo religioso e dell’arrogante ego maschile, non cambierà nulla» (1). Oppure perché la questione del velo (che è legata a interpretazioni religiose, usi e costumi) è diventata così importante solamente quando si parla o si scrive di Iran, e non quando si accolgono con il tappeto rosso i vari emiri del Golfo Persico, dove le donne – a differenza dell’Iran – non possono muovere un passo senza il maschio-guardiano? Nessuno pensa di bombardare l’Arabia Saudita quando il boia taglia la mano o fustiga un ladro o un omosessuale, ma tutti i media urlano allo scandalo se l’Iran condanna manifestanti violenti. E soprattutto nessuno si chiede cosa ci sia dietro alle manifestazioni iraniane. I problemi economici gravi, dovuti alle sanzioni unilaterali statunitensi (contrarie al diritto internazionale) hanno portato a un impoverimento generalizzato che ha costretto a tagliare molti servizi di quello stato che potremmo definire come ‘socialismo islamico’ – gratuità delle scuole e dell’istruzione superiore, compresa l’università, sanità e – passateci il termine anglosassone – più in generale, welfare state. Pochissimi media (2, 3) in Occidente hanno dato conto della violenza degli scontri in Iran, dell’uso di armi da parte dei dimostranti e dei legami di alcune organizzazioni iraniane con il Mossad (4) e settori destabilizzanti statunitensi. Andare oltre l’informazione mainstream è difficile: occorre tempo, voglia e la conoscenza di più lingue. Ecco perché, ancora una volta, si ricade nel medesimo tranello: siamo liberi o siamo liberi di crederci tali in quanto ben manipolati?
Par d’autres voix
Fin qui abbiamo affrontato questioni politiche e domande emerse nel dialogo intrattenuto con Ambra Senatore, la quale però ha voluto precisare e ribadire che la sua performance non è non vuole essere politica. In realtà ogni cosa che facciamo è politica, in quanto agiamo, interveniamo, discutiamo e ragioniamo nella polis. Sicuramente un corpo su un palcoscenico è politico in sé, dato che ci pone di fronte a delle scelte – anche di gusto – ma, soprattutto, a delle domande che vanno al di là dei confini dell’estetica.
La performance, elaborata nel corso di un intero lustro, risente un po’ di questa lunga gestazione. Non sempre i quadri che si susseguono trovano il giusto collante. Mentre una serie di tasselli torna per formare il mosaico, altri appaiono didascalici. Il passaggio dal personale al collettivo è ancora farraginoso, mentre si apprezzano le indubbie qualità della performer, che è brava in tutto ciò che fa: è spiritosa, ironica, sa recitare, sa cantare, inventa una scenografia funzionale al messaggio con dei semplici pezzi di stoffa e i famosi centrini della nonna (di cui abbiamo già scritto), a tratti danza (ma, forse, questo è l’aspetto che convince meno in quanto è la sua mimica, la sua espressività, la sua capacità di raccontare che affascinano).
Nel complesso abbiamo assistito a un’anteprima ricca di spunti, che invita a pensare. E questo è sicuramente un merito della performance, come capita spesso allo Scompiglio – realtà votata alla riflessione e alla critica intelligente del presente. Ma qualcosa di irrisolto resta e forse l’apporto di un dramaturg o di un regista potrebbe colmare quei vuoti che non permettono al discorso di dispiegarsi in tutte le sue potenzialità.
La performance ha avuto luogo:
Tenuta Dello Scompiglio – SPE
via Comunale Vorno, 67 – Capannori (LU)
sabato 9 maggio 2026, ore 19.30
In anteprima Ambra Senatore presenta:
D’altro canto
(Par d’autres voix)
progetto, coreografia, interpretazione Ambra Senatore
musica originale Jonathan Kingsley Seilman
manipolazione sonora in tempo reale Solène Le Thiec in dialogo con Ambra Senatore
luci Fausto Bonvini
sguardo esterno Agustina Sario
ringraziamenti Caterina Basso, Claudia Catarzi e Andrea Roncaglione
produzione Centre Chorégraphique National de Nantes
coproduzione Théâtre de Suresnes Jean Vilar; L’Espace Michel Simon – Noisy-le-Grand; Théâtre du Fil de l’eau – Ville de Pantin
(1) https://www.inthenet.eu/2021/06/18/interview-to-sebastian-rich-intervista-a-sebastian-rich/
(2) https://www.presstv.ir/Detail/2026/01/14/762313/how-mossad-cia-sabotaged-economic-protests-iran-stir-chaos-but-failed
(3) https://thegrayzone.com/2026/01/12/western-media-riots-iran-govt-regime-change/
venerdì, 22 maggio 2026
In copertina: Ambra Senatore, D’altro canto. Foto di Bastien Capela (gentilmente fornita dall’Ufficio stampa dell’Associazione dello Scompiglio)


Atomica
The seer
The Unison Piece
Spring rolls 2026
Gaber – Mi fa male il mondo
Tu mi sognavi, io non dormivo