Il nuovo studio della Chalmers University of Technology
di La Redazione di InTheNet
In Svezia, un team di ricercatori della Chalmers University of Technology – insieme ai colleghi norvegesi dell’Oslo University Hospital – è riuscito a identificare i biomarcatori del Parkinson a uno stadio precoce, ovvero prima che si verifichino danni cerebrali. Come leggiamo dal comunicato stampa, i “processi biologici lascerebbero tracce misurabili nel sangue, sebbene per un tempi limitato. La scoperta rivela così una finestra temporale che offre opportunità che potrebbero diventare cruciali per le cure successive, ma anche per la diagnosi precoce grazie a esami del sangue, che potrebbero essere testati nelle strutture sanitarie nel giro di cinque anni”. Lo studio è stato finanziato dalla Chalmers Health Engineering Area of Advance, svedese; dalla Michael J. Fox (ricordiamo che il celebre attore è affetto, da anni, da una forma di Parkinson precoce) Foundation; dal Research Council norvegese; dal NAISS (National Academic Infrastructure for Supercomputing) e dal Research Council – entrambi svedesi.
Il Parkinson è una malattia endemica che affligge oltre 10 milioni di persone a livello mondiale. Con l’invecchiamento della popolazione, ci si attende che il numero dei malati più che raddoppierà entro il 2050. Va sottolineato che, al momento, non esiste una cura efficace né un metodo di screening che scopra i segnali di questa patologia neurologica cronica prima che causi danni gravi al cervello.
“Quando i sintomi motori del Parkinson appaiono, dal 50 all’80% delle cellule cerebrali pertinenti sono già state danneggiate o sono andate”, ha precisato Danish Anwer, che lavora presso il Dipartimento di biologia della Chalmers ed è il primo autore dello studio.
La ricerca si è concentrata su quella finestra temporale che può durare fino a 20 anni prima che la sintomatologia del Parkinson diventi evidente. Uno tra i processi presi in esame “è come si riparano i danni del DNA, ovvero il sistema interno alle cellule per individuare il danno e correggerlo. Il secondo riguarda la risposta cellulare allo stress, una reazione di sopravvivenza attivata dalla paura, nella quale le cellule danno priorità alla riparazione e alla protezione, mettendo in pausa le funzioni normali”.
Senza entrare in dettagli tecnici, i ricercatori hanno scoperto un modello di attività genetiche distinte collegate alla riparazione del DNA danneggiato e alla risposta allo stress in pazienti Parkinson in fase precoce. Un modello assente sia negli individui sani sia in malati ormai sintomatici.
L’importanza della scoperta è duplice, in quanto “trovare una finestra temporale in cui la malattia può essere diagnosticata prima che appaiano i sintomi motori, causati dai danni ai nervi nel cervello, […] potrà servire a trovare cure” specifiche – come spiega Annikka Polster, Professore Assistante sempre alla Chalmers, che ha diretto lo studio. E, in secondo luogo, arrivare a una diagnosi precoce attraverso un semplice esame del sangue, rende questo metodo accessibile e positivo in termini di costi/benefici.
Infine, se si riescono a studiare i meccanismi di degenerazione dei nervi mentre accadono, sarà più facile comprendere come fermarli e quali farmaci possono essere efficaci. Questo potrà portare allo sviluppo di nuove medicine, ma anche all’uso diverso di quelle già in commercio, sviluppate per altre patologie.
Per approfondire:
Longitudinal assessment of DNA repair signature trajectory in prodromal versus established Parkinson’s disease, pubblicato in npj Parkinson’s. Autori: Danish Anwer, Nicola Pietro Montaldo, Elva Maria Novoa-del-Toro, Diana Domanska, Hilde Loge Nilsen e Annikka Polster
venerdì, 5 giugno 2026
In copertina: Immagine pubblicata dalla Chalmers University


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