Il reporter quale moderno veggente?
di Luciano Uggè
Va in scena, alla Pergola di Firenze, l’ultimo lavoro di Milo Rau tra verità, finzione e mito – con Ursina Lardi a interpretare una fotoreporterd’assalto che diviene ella stessa vittima delle storie che racconta; e Azad Hassan che, in video, narra la sua tragica odissea incisa realmente nella sua carne.
A accomunare molti dei luoghi che Lardi attraversa nel suo racconto immaginario e quelli che appartengono all’epopea umana di Hassan, la medesima immagine: greggi in lontananza che, lentamente, vengono incontro al pubblico.
Quella che si srotola di fronte ai nostri occhi (a tratti distratti dai sovratitoli in italiano) è una storia di morte e distruzione, che restituisce vittime e carnefici senza mai menzionare i veri mandanti o le cause, che hanno provocato conflitti e continuano a infiammare l’Asia Occidentale come il Nord Africa. Un’umanità che sembra votata alla distruzione per mano divina e, al contrario, è succube della sete di potere degli Stati egemoni.
Ma anche il mito scorre come una sotto-traccia potente per chi abbia gli strumenti per decifrarlo. In Cassandra, ad esempio, che predice la caduta di Ilio – ma è condannata a rimanere inascoltata – sembra riflettersi la figura della fotoreporter che va istintivamente alla ricerca, per sua scelta, degli orrori conseguenti alla caduta del Muro di Berlino, ma non sa predire la sua stessa sventura.
E poi vi è Filottete, senza il cui arco non potrebbe cadere la città governata da Priamo, e che rappresenterebbe il pugno allo stomaco voluto da Rau, in ogni spettacolo, per risvegliare lo spettatore all’azione, privandolo delle certezze di far parte del pubblico. Eppure, quella ferita che Lardi si auto-infligge in video – pur non lasciando indifferenti, tanto è vero che alcuni spettatori accanto a me preferiscono alzarsi e andarsene – mortifica la sublimazione di cui è maestro il teatro. Infatti, laddove per il cinema-verità può essere indispensabile usare attori non professionisti o riprendere un tossicodipendente mentre si inietta l’eroina, il teatro ha ben altri strumenti – per comunicare emozioni e dubbi o provocare la catarsi – che sono propri della finzione teatrale.
La visione dell’autore sembra, del resto, coincidere totalmente con quella occidentale e, a tratti, si percepisce quasi un velato odio verso i musulmani e la cultura islamica – non solamente millenaria, ma che ha una dimensione mistica, nel sufismo, che arriva a chiamare Dio, Bellezza, ossia Jamīl. Purtroppo, in tempi di islamofobia, approcciarsi all’altro da sé con maggiore rispetto quando si è certi della propria verità, unica e sola, diventa difficile se non impossibile.
Al contrario, passando dal mito alla storia, ci sembra riuscito l’incontro tra i due personaggi con questo scambio di racconti che avviene su due piani – esteticamente e filosoficamente – distinti: con l’attrice in scena, reale nella sua presenza corporea sebbene la sua storia sia frutto di finzione, e l’incorporeità di Azad Hassan (presente in video) che, però, ha vissuto veramente sulla propria pelle quanto racconta. La sofferenza che unisce i due è palpabile.
Quello narrato da Hassan è un mondo calato in un vermicaio di sporcizia e guerra. Con l’arrivo dell’Isis (quasi che il fato, bendato, stesse giocando a dadi con la vita di migliaia di Azad), il tempo pare fermarsi e l’universo/mondo sembra pacificarsi e ripulirsi grazie alla presenza di uomini (con donne e bambini al seguito), provenienti da vari Paesi per insediarsi nel suo, in nome del medesimo dio. Ma l’idillio con la popolazione locale dura poco e nuove regole, più restrittive e gestite secondo logiche di appartenenza, si instaurano rapidamente, dando origine a casi di sopraffazione e morte. Nessuno, però, sulla scena (e nemmeno il regista, il vero Deus-ex-Machina che dirige lo spettacolo) si pone la domanda da dove arrivino quelle genti, perché siano lì o come ciò sia potuto accadere. Nemmeno un accenno ai finanziamenti statunitensi, francesi o israeliani al terrorismo – quando, nel 2025, risultava che negli States fossero state inflitte ben 100 condanne (in 5 anni) a individui coinvolti proprio in tali finanziamenti illeciti (1).
Al contrario, Al-Assad è accusato velatamente di avere usato armi chimiche contro la popolazione (ricordiamo l’affaire del sobborgo di Douma), nonostante da anni alcuni documenti, resi noti da WikiLeaks (che non si può plaudire in alcune occasioni, e accusare di mentire in altre), dimostri come l’OPCW abbia falsificato il proprio rapporto in merito, presentato all’ONU (2).
La fotoreporter di guerra ci mostra come ‘cattivi’ sempre i soliti noti, ovvero quelli prescelti, di volta in volta, dall’Occidente per perseguire i propri scopi capitalistici – i serbi, ad esempio (e anche a proposito consiglieremmo Rau di aggiornarsi, visti i documentati desecretati dal Canada e oggetto di diverse inchieste anche di The Gray Zone, 3).
Ma sarà l’ultima rivoluzione colorata a essere fatale alla protagonista, la quale subisce violenza ma non si sa a opera di chi – anche se torna prepotentemente l’idea che, in ogni caso, siano stati dei musulmani. Quasi che nessun ‘cristiano’ nelle nostre città commetta stupri o femminicidi, e nessun israeliano abbia mai violato una donna palestinese.
Il finale lascia ancora più perplessi per la sua carica dietrologica, quando ci viene raccontato che il luogo dove al protagonista è stata amputata la mano, era tornato a essere affollato – e non è rimasto vuoto, come gli stadi in cui avvengono le esecuzioni in Cina o in Corea del Nord. Si vede che Rau considera più civile l’asettica pulizia di una camera a gas statunitense, o di quelle stanzette in cui si usa l’iniezione letale, con pareti di vetro trasparente, attraverso le quali i parenti delle vittime possono godere dello spettacolo dell’esecuzione capitale – o dell’assassinio di Stato (preferiamo definirlo noi).
Uno spettacolo, come sempre con Rau, ben costruito e ben amalgamato con due protagonisti all’altezza della parte, ottimamente inseriti nell’ambiente ove si svolgono le vicende. Spiace che il Deus-ex-Machina sia sempre dalla parte del ‘giardino fiorito’, quando un po’ di autocritica e una più ampia ricerca a livello informativo potrebbe finalmente permettere ricostruzioni della storia recente meno strumentali.
Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro della Pergola
via della Pergola 12/32 – Firenze
domenica 24 maggio 2026, ore 16.00
The seer
testo e regia Milo Rau
collaboratore al testo Ursina Lardi
con Ursina Lardi e Azad Hassan (in video)
scenografie e costumi Anton Lucas
progettazione del suono Elia Rediger
progettazione video Moritz von Dungern
progettazione della luce Erich Schneider
ricerca Ursina Lardi e Milo Rau
drammaturgia Bettina Ehrlich e Carmen Hornbostel
traduzione, coach di lingua Susana Abdul Majid
consulenza, coordinamento (Iraq) Sardar Abdullah
produzione Schaubühne Berlin, Festival di Vienna (Wiener Festwochen) – Libera Repubblica di Vienna, La Biennale di Venezia
con il supporto di Goethe-Institute and Fondament
(1) https://www.truenumbers.it/finanziamento-isis/
(2) Syria’s president: OPCW ‘faked’ report on chlorine gas attack: https://www.aljazeera.com/news/2019/12/10/syrias-president-opcw-faked-report-on-chlorine-gas-attack
(3)
venerdì, 5 giugno 2026
In copertina: The Seer, foto di Nurith Wagner-Strauss (gentilmente fornita dall’Ufficio stampa del Teatro della Pergola)


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