Il grande freddo
di Simona Maria Frigerio
Ti ritrovi catapultata, quasi per caso, al ʻfunerale’ (mancano i termini per noi atei, penso, pronunciando la parola nella mia mente), laico, di un vecchio amico. Forse sarebbe più adatto ʻveglia’, ma qui il morto è già stato cremato e ci fissa da una foto sul palco, vicino alla sua urna. Eppure veglia mi pare più adatto perché presuppone una presenza consapevole. A un funerale si va perché è un rituale di passaggio, ma qui il passaggio è già stato consumato nella cremazione e se siamo qui dovrebbe essere una scelta di esser-ci fisicamente, mentalmente, emotivamente.
Poi penso anche a un’altra parola che mi è sfuggita: ʻamico’. Anche questo è un termine non appropriato per descrivere il rapporto tra il defunto e me. Forse le uniche ʻaffinità elettive’ che condivedavamo erano la schiettezza e il gusto per la polemica. Per anni ho cercato di curarmi dalla prima, diventando diplomatica, e ho finito per essere morosa, il che non significa che pago i miei debiti in ritardo ma che indugio a lungo prima di esprimermi, e a volte finisco per farlo sbagliando i tempi. Ma il gusto per la polemica mi è rimasto, forse perché a noi donne si rimprovera di ʻnon stare mai zitte’ e, così, fin da bambina io parlo, parlo, sproloquio, e la polemica mi offre l’opportunità di fare il bastian contrario, che è persino più divertente dato che spiazzi perfino te stessa di fronte alle voragini che ti sei creata, procedendo su cammini impervi che portano di fronte al vuoto. E al silenzio.
Arriviamo alla spicciolata. A differenza di un funerale religioso, qui manca quella ritualità consolidata dall’uso che ti obbliga alla puntualità. Alcuni faranno la loro entrata in scena come vip da tappeto rosso, con tanto di veloce parata, in stile trionfo romano, per andarsene come sono venuti: una raffica di vento gelido portata dai loro nasi all’insù, che mostrano con l’orgoglio degli utili idioti ʻnati belli’. Altri arrivano in ritardo e basta: perché piove, perché non si trova parcheggio, perché si viene da lontano e c’era traffico o da troppo vicino per calcolare i tempi giusti.
Alla rinfusa, come bocce tirate da un dio ubriaco, non sappiamo esattamente cosa fare. L’atmosfera che temevo, quella della riunione di classe dopo trent’anni, aleggia a mezz’aria, ma veniamo salvati da questa deriva dal richiamo dei familiari, che ci invitano ad accomodarci nella saletta accanto. E lì, di fronte a noi, sul palco, svetta il primo piano del protagonista che ride accanto alla sua urna. E mi viene da pensare che se ci fosse stato un eterno, sarebbe stato da lui guardarci da lassù o da laggiù ridendosela e, forse, imbronciandosi un attimo perché non avrebbe avuto la possibilità di polemizzare. E no, questa volta non può che restare in silenzio. E forse qui dovrei anteporre l’aggettivo ʻreligioso’, se non fossi atea. Ma il comunismo non è una religione? Non ha avuto i suoi martiri? Non è la promessa di un mondo migliore? Non ha i suoi riti, come la manifestazione che, persino nel nome, rimanda a un’epifania? La mia mente vaga incespicando tra sedie e parole. Forse sento il bisogno di allontanarmi, eppure ho scelto di esser-ci. Dasein.
La mia troppa cultura si scontra per un attimo con le parole che mi giungono dal palco. Minuta, più piccola persino di quanto ricordassi, la sua compagna parla. Racconta di lui, di loro. Non ne nasconde i difetti, ne rivendica le scelte. Nel momento in cui dice che era un uomo generoso le si incrina la voce, ma non si spezza nel pianto. C’è dolore, ma c’è anche la pervicace determinazione di portare a termine quello che si definirebbe elogio funebre e, al contrario, a me sembra una dichiarazione d’amore. Silenzio.
Ogni atto è scandito da un calarsi di sipario. Ma oggi qui non partono gli applausi, gli astanti tacciono. Imbarazzo? Sindacalisti, avvocati, compagni di partito che arringavano assemblee oggi restano muti. È trascorso troppo tempo dall’ultima polemica con lui o nessuno ha niente da dire perché a parte la presenza, cuore e cervello sono rimasti a casa? Mi alzo, ci vado io a parlare. Io che nemmeno ero amica del polemico, ma per rompere il ghiaccio. Per non lasciare sola la sua compagna, lettera morta il suo ricordo di una vita insieme – quarant’anni. E mentre vado verso quel palco penso che io non vorrò veglie laiche per me: imbarazzo, presenza/assenza, distacco emotivo. Sento questo carico di vuoto e vorrei impallinarli uno a uno, i compagni: ma cosa ci siete venuti a fare? A mostrarvi? A vedere quante rughe si sono incise sulla faccia del vostro ex? Il mio è finalmente diventato tanto brutto fuori quanto lo è sempre stato dentro (e io per una volta uso la penna come la spada e mi concedo la mia avvelenata). Almeno di fronte alla morte si potrà essere sinceri! Oppure anche i comunisti vanno ai funerali solo per dovere?
Incespico, tra le sedie e i pensieri che si e mi confondono. Ma per fortuna ho recitato tanti di quei ruoli nella mia vita, che non mi faccio spaventare da questo. Rompere il ghiaccio non dovrebbe essere difficile. Improvviso. Ammetto di non essere stata sua amica, ma che ci ha sempre accomunati la schiettezza e la vena polemica. Faccio entrare nel discorso la sua compagna e il mio compagno: la loro mediazione ha tessuto il filo del nostro rapporto sghimbescio, tanto che è persino venuto una volta a trovarci e si è complimentato che il pollo al barbecue non fosse di plastica! L’assemblea si rilassa, la risata di circostanza aiuta, ma dopo di me cala nuovamente il silenzio. Un amico fraterno spende qualche parola scritta. Poi resta solo quell’istante sospeso. Non quello che puoi riempire di emozioni, ma il vuoto che si crea quando erigi un muro tra te e chi ti è seduto accanto nel medesimo abitacolo: quale coppia in auto non ha sperimentato tale lontananza?
Momento musicale. La sorella e qualche compagna intonano Fischia il vento, Bella ciao. Sembra un funerale, penso. Il suo o del comunismo? Degli ideali? Della nostra giovinezza? Di un tempo in cui credevamo di poter cambiare il mondo e adesso ci ritroviamo qui, che fremiamo per raggiungere la sala attigua, quella che per alcuni è più vicina all’uscita, per altri al tavolo del buffet. Vedo la riccona tuffarsi sul piatto e riempirsi una terrina: mi guarda felice, come una mentecatta, perché si porta a casa la cena. Come una senzatetto, lei che ha tetti ovunque, palazzetti perfino. La brama con la quale stringe quella terrina è comparabile solo a quella con la quale un’amica ha stretto un sasso durante il funerale del marito, prima di respirare il fumo del crematorio, quasi potesse riempirsi i polmoni della sua essenza, attraverso le narici.
Appena fuori dalla prima porta becco la coppia più bella del mondo. Lei continua a togliersi e mettersi il cappello, rigirarselo tra le mani, frigge. Sembra imprestata, come direbbe mia nonna. Non vede l’ora che lui si schiodi. Lei non c’entra nulla con questo suo passato. Non può crederci: era riuscita talmente bene ad allontanarlo da tutto e tutti! È riuscita a far emergere tra i suoi due opposti inconciliabili, il lato borghese, complice quell’élite professionale alla quale appartengono e, come ha insegnato Chomsky prima di cascarci lui stesso, alla trappola ideologica che ti fa identificare con il potere che credi di possedere e, al contrario, ti possiede – e manovra! Lui tenta di resistere, di scambiare qualche battuta, ma è pure lui in prestito quando parla del suo essere nonno ad honorem, non putativo, ad honorem! La mia ipersensibilità verso le parole mi fa leggere tra le righe. Ti pensi premiato per ricoprire un ruolo che non ti spetta di sangue, ma che vedi come un titolo onorifico concesso per la tua eminenza grigia?
E mentre passo alle foto del polemico che continua a ridere di noi, mi si avvicina il fallito: quello che pensava di essere Apollo e si è ritrovato a terra come Icaro. Si crede Adone, come un tempo. Gli manca solo la catenazza al collo, che scende tra i peli del petto. Allunga una mano come per accarezzarmi la vita e io mi allontano sgusciando come un’anguilla. Saluto qua e là, più spesso senza essere contraccambiata. Lo so che speravano che ci saremmo divisi e, invece, rieccoci insieme. Mi sembra siano rimasti fermi a vent’anni fa: cristallizzati nelle loro certezze.
E anche tu amico, che avresti sacrificato il tuo futuro per un compagno ammazzato, adesso tieni tutti lontani, me compresa. Non c’è bisogno che la alzi: la vedo quella mano, che frapponi tra te e tutti noi. Asceta dei bricchi: per forza o debolezza? Di cosa hai paura? Di essere nuovamente ferito? Hai gettato la spugna e, come Buddha, attendi sulla riva? Ma la lotta continua, oggi più che mai, ed è troppo facile sentirsi superiori escludendo il mondo. Una persona che stimo ha scritto: chi oggi piega la testa, domani la vedrà rotolare nella cesta.
Eppure c’è stato un tempo in cui ci amavamo. Non parlo degli amorazzi di sezione. Parlo della passione politica che ci univa, parlo degli ideali, e parlo di un ragazzo ucciso per mano di un poliziotto a vent’anni. Io non ho dimenticato. Ma di tutto quell’amore, qui vedo solo la crisalide svuotata: dov’è volata la vostra farfalla, compagni?
Quando comincio a disperare, mi si avvicinano due amici: loro non sembrano cambiati. Lei è radiosa come sempre e non sarà la ruga in più a spegnere la sua gioia interiore. Lui parte con un discorso nel quale involontariamente dimostro di non credere e lo guardo stupita. Un ex tossicodipendente che si riempie la bocca delle parole del padre saggio. Ma poi anche lui mi guarda, e allora mi vede, e si ascolta. E scoppia in una risata abbracciandomi e scuotendo la testa: non c’è bisogno di interpretare alcun ruolo tra noi. Lasciamo agli altri il gusto di apparire: agli arrivati, ai “piccoli borghesi così noiosi, che non commettono mai peccati grossi, non sono mai intensamente peccaminosi”… come cantava Gaber.
Parlano, parlano, sproloquiano tutti, adesso. Adesso che la riunione di classe è iniziata, di fronte al buffet, eccoli tutti chiacchierare: hanno ritrovato il fiato, la favella, alcuni scherzano perfino, altri discutono di politica o ti raccontano che si sono finalmente sposati per non lasciare la reversibilità allo Stato, ma a quella compagna con la quale hanno condiviso una vita. Why not? C’è chi continua a fare il sindacalista e chi ha cominciato a farlo andando in pensione. Un vocio cacofonico invade la saletta che si apre verso l’esterno. Fuori piove. Ai funerali sembra che piova sempre, penso. Nessuno fuma – perché ormai è vietato ovunque – ma è come se intorno a me i profili di quelle persone, quegli estranei che un tempo erano compagni, si appannassero – offuscati da una nebbia proveniente dal passato. Intravedo la figlia, di lei (non di lui). Mi informa che la madre ha delle scelte da fare: sembra che lei sappia già tutto, che tutto abbia deciso. Il tempo del dolore può consumarsi in una serata? In una manciata di ore puoi gestire il lutto, il senso di abbandono, di colpa forse, la rabbia per essere sopravvissuta, la coscienza che non potrai più stringere una mano, accarezzare una guancia, scambiare una battuta, o ascoltarlo polemizzare per il gusto della polemica? Il volto sorridente accanto all’urna sembra già dimenticato, seppellito come quel silenzio imbarazzato e imbarazzante, da questo mormorio sempre meno sommesso, sempre più assertivo perché la vita continua.
Mi sento improvvisamente sola. Mi domando chi siano questi volti estranei che mi circondano. Cosa ci faccio qui? Vorrei trovare un finale degno per un compagno che ci ha creduto, illuso e disilluso, sconfitto dalla sua stessa scelta di allontanarsi, di praticare una forma di rifiuto del consumismo in solitudine. In pochi l’hanno compresa e, forse per questo, nessuno ha trovato le parole per salutarti. Ma altri, più meschinamente, sanno che almeno tu avevi scelto, polemicamente, di non esser-ci. Mentre loro hanno continuato solo ad apparire.
Terzo racconto inedito della serie: Allegoria della morte
I precedenti:
venerdì, 5 giugno 2026
In copertina: Vietnam, foto di Dezalb da Pixabay


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