Non è aumentando le pene che diminuiscono i reati
di Simona Maria Frigerio
Se a condanne draconiane corrispondesse un minore numero dei delitti, gli States avrebbero le carceri vuote e in Norvegia (a parità di popolazione) straborderebbero. Al contrario, è ormai acclarato che uno Stato securitario non è per forza uno Stato più sicuro.
A riprova, dopo l’approvazione dell’ergastolo quale pena massima in caso di femminicidio (articolo 577-bis del Codice Penale), il problema non può dirsi risolto. Così come non lo è stato con l’approvazione del cosiddetto Codice Rosso (Legge n. 69/2019).
In realtà, l’unico Paese europeo ad aver registrato una diminuzione del 30% in 20 anni dei casi di femminicidio è la Spagna, dove al Ministero per l’Uguaglianza è stato assegnato un budget di 600 milioni di euro l’anno, in costante aumento; a fronte del divieto di maggiori oneri per le finanze pubbliche in merito alla nuova legge italiana. In effetti, il nostro Paese – che si vanta di far parte dei G7 – investe solo 636.000 euro l’anno per la lotta contro il femminicidio.
Sebbene anche in Italia siano diminuiti i casi di femminicidio, non è sull’inasprimento delle pene, bensì su altri fattori deterrenti che agisce la legge spagnola, volta non alla repressione post factum quanto alla prevenzione dell’azione violenta e criminale.
Basi socio-politiche diverse per un fine comune
Entriamo nel merito dei due pacchetti legislativi per capire meglio le differenze qualitative tra gli stessi.
Partiamo dall’Italia. Col Codice Rosso si inizia a considerare finalmente reati anche comportamenti quali i maltrattamenti in famiglia, lo stalking, la violenza sessuale tra coniugi o partner, e si accelerano i tempi dei provvedimenti di protezione delle vittime. La polizia giudiziaria, in primis, appena acquisita notizia di reato (con denuncia/querela della parte lesa, ad esempio), deve riferire immediatamente al Pubblico Ministero, anche in forma orale; il quale, a sua volta, entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, dovrebbe assumere informazioni dalla persona offesa o da chi ha denunciato i fatti di reato. Di conseguenza, non sarebbero ammessi quei ritardi che hanno permesso tanti femminicidi in Italia. Difficile crederlo, data la lentezza della macchina giudiziaria italiana (e dato che, per esperienza diretta, ho visto io stessa archiviata una mia denuncia/querela senza essere stata contattata dal PM).
Il Codice Rosso prevederebbe anche una modifica della misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, sì da garantirne il rispetto anche attraverso l’uso di mezzi quali il braccialetto elettronico. Questo in quanto i maltrattamenti contro familiari e conviventi è finalmente ricompreso tra quelli che permettono l’applicazione di misure preventive. E però quando si ascoltino le storie di familiari delle vittime che lamentano il fatto che il Pubblico Ministero non ha proceduto a comminare pene più severe perché il maltrattante, pur avvicinandosi alla maltrattata, non ha posto in essere minacce o atti violenti; oppure, che la vittima si è rifiutata di denunciare; o ancora, i familiari negano di aver mai saputo cosa accadeva tra le mura domestiche o abbiano addirittura cercato di fare da ‘pacieri’, ci si rende conto che il vulnus sta altrove.
In Italia, nel 2025, i casi di omicidi di donne, secondo Non una di meno, erano 99 (1), ma oltre agli 84 femminicidi, vi erano 3 suicidi indotti di donne, 2 suicidi indotti di due ragazzi trans, 1 suicidio indotto di una persona non binaria, 1 suicidio indotto di un ragazzo, 8 casi in fase di accertamento (al 31 dicembre). Senza entrare così nello specifico, il Ministero dell’Interno registrava 97 donne assassinate nel 2025, 118 nel 2024, 120 nel 2023 e 130 nel 2022. In ogni caso, si registra un miglioramento e non sempre (come si è visto) si tratta precisamente di femminicidi: la casistica del suicidio andrebbe, forse, trattata a parte e secondo altri parametri psicologici e sociali.
La legge spagnola contro la violenza di genere
Approvata ormai oltre vent’anni fa la normativa spagnola ha, secondo noi, un unico difetto: si articola partendo dal principio che sia sempre l’uomo ad agire in maniera violenta (anche solo psicologicamente) contro la donna. In realtà, come raccontano anche le cronache italiane, stalker possono essere sia uomini sia donne (ho vissuto io stessa un’esperienza simile a causa di un gruppo di sedicenti femministe) e, anzi, soprattutto sui social (forse perché si sentono protette dall’anonimato o da una barriera tecnologica che le mette al ‘riparo’ da ritorsioni), le donne agiscono in maniera, a volte, estremamente violenta (anche contro altre donne). Pure azioni violente come bruciare il volto e/o il corpo dell’ex sono state perpetrate anche da donne (a volte aiutate da complici); e il genere femminile, purtroppo, non è nemmeno esente dal commettere uxoricidio o infanticidio (quasi 500 casi in 20 anni).
Al di là, quindi, che la persona maltrattante non sia più esclusivamente il maschio – in quanto retaggio di un sistema patriarcale largamente superato sia in Spagna sia in Italia – vediamo quali sono i punti davvero qualificanti della legge spagnola.
In primis, maggiori fondi: con 600 milioni di euro l’anno si possono fare molte più cose che non con poco più di 600mila. Non prendiamoci in giro. In secondo luogo, si pone attenzione alla famosa educazione affettiva che deve investire ogni scuola di ordine e grado, entrambi i generi e l’intera società. Ma non solo, visto che la normativa prevede di sensibilizzare i professionisti di vari settori: educativi, sanitari, mediatici, nelle forze dell’ordine, nella magistratura, o incaricati della protezione e del reintegro lavorativo e sociale delle vittime.
Grande importanza è data in particolare a quest’ultimo aspetto. Perché una vittima che denuncia deve avere, innanzi tutto, una casa ove rifugiarsi (le famose Case di accoglienza per le donne maltrattate che, in Italia, hanno un numero di posti letto inferiore agli standard internazionali e alla soglia indicata dal Consiglio d’Europa e che non sono nemmeno distribuite in maniera uniforme sul territorio nazionale). Dopodiché, la donna vittima, in Spagna, ha “diritti economici” e lo Stato deve farsene carico. Non a caso, vi sono meccanismi che rendono prioritaria l’assegnazione di un alloggio popolare, oltre “all’appoggio nella formazione e nell’inserimento lavorativo”.
Ma anche dal punto di vista psicologico si prevedono professionisti e percorsi formativi e riabilitativi (per la vittima di violenza ma anche per i figli), così come la tutela legale gratuita.
Infine, la legge prevede pene minime (spesso convertibili in ore di lavoro di pubblica utilità) anche per quella serie di comportamenti che dovrebbero suonare come campanelli d’allarme per le donne maltrattate e i loro cari (amici e parenti), ma anche per gli uomini maltrattanti.
Tiriamo le somme
La legislazione spagnola ha compreso, oltre vent’anni fa, che è importante insegnare a gestire la rabbia e a rispettare se stessi e l’altro da sé; ma anche pretendere di sentirsi liberi nelle proprie scelte affettive (come di lasciare il o la partner), e avvertire alcuni comportamenti intesi precedentemente come romantiche forme di amore (scatti di gelosia, eccesso di attenzioni fino a soffocare l’altro da sé, manie di controllo, eccetera) quali segnali che si sta vivendo un rapporto disfunzionale in cui vittima e carnefice, spesso, sono interdipendenti.
Purtroppo, anche il senso di vergogna nei confronti della famiglia di origine, per il presunto fallimento in caso di separazione; la cosiddetta sindrome della crocerossina e il falso concetto dell’‘io ti salverò’ non hanno finora aiutato le donne, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove latitano l’assistenza psicologica pubblica e, ovviamente, i Consultori (secondo l’ISS, sono appena 1 ogni 35.000 abitanti sebbene secondo le linee guida ce ne vorrebbe 1 ogni 20.000). Un Paese dove si ha vergogna a chiedere aiuto e dove spesso si confonde il sostegno di un terapeuta con l’ottundimento delle capacità intellettive e sensoriali provocato da eccessi di psicofarmaci prescritti da una psichiatria che è tornata a credere di poter risolvere qualsiasi problema con una pillola (3).
La mancanza di una valida rete psico-sociale e la solitudine sono fattori chiave nei casi di femminicidi – sia a livello femminile che maschile, perché anche capire i propri impulsi violenti e riuscire a controllarli è parte della soluzione.
E infine non va dimenticato che chi si sente (ed è) vittima, solamente se troverà un supporto anche a livello economico, lavorativo e un alloggio dove trasferirsi (con i propri figli), potrà ritrovare quel rispetto di sé che è la prima vittima di ogni rapporto disfunzionale.
Prevenire è meglio che curare – i dati spagnoli ne sono una prova.
(1) https://osservatorionazionale.nonunadimeno.net/
(2) https://boe.es/buscar/doc.php?id=BOE-A-2004-21760
(3) https://www.aifa.gov.it/documents/20142/2769025/2025.04.03_Pierluigi-Russo_Rapporto-OsMed_Roma.pdf
venerdì, 12 giugno 2026
In copertina: Teresa Margolles, Wila Patjharu / Sobre la Sangre, 2017, mostra a cura di Francesca Guerisoli e Angel Moya Garcia presso la Tenuta dello Scompiglio di Vorno (Tela ricamata, impregnata del sangue di dieci donne assassinate a La Paz, Bolivia). Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo


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