Koh Kood: continuiamo il tour delle spiagge
di Luciano Uggè
Iniziamo da Ngam Kho Bay
Minuscola baia completamente occupata da un resort con sacchi di sabbia in spiaggia per trattenere il poco terreno rimasto dall’erosione – del mare e umana.
Huggy Beach
Resort (defilato tra alberi e collinetta rocciosa), bar, pontile e khlong. Ma il tutto è edificato a una certa distanza dal mare. Alberi alti e le immancabili palme da cocco. Sabbia tra il bianco e l’ocra chiaro. Curioso lo scoglio, non lontano da riva, su cui crescono alcune piante che riescono a sopravvivere nell’acqua salata. Baia ariosa, quieta e rilassante. Acqua spesso bassa e calma (più adatta ai bambini che ai nuotatori, vicina a Khlong Chao Beach) e di un colore che denuncia la presenza del khlong inquinato, che scarica direttamente a mare.

Tolani Beach
Continuazione di Khlong Chao Beach, proprio allo sbocco del fiume, ma verso nord. Baietta con lingua di sabbia bianca che, con la bassa marea, crea un ponte naturale che (quasi) impedisce al fiume di sfociare in mare. Il resort di lusso affaccia direttamente sul canale – con relativo olezzo. Sulla riva opposta qualche palafitta di legno in stile Thai e barche da pesca variopinte. Lungo il ponte, sulla strada principale, troverete un perfetto spot per fotografie in stile Caraibi (basta non soffermarsi sul colore dell’acqua del khlong).

Ao Noi
La baia più graziosa (e tra le più sporche) che abbiamo visto. Per metà occupata dall’ennesimo resort e per metà libera. Palme, acque color smeraldo, uno scoglio a riva e due pontili, di cui quello più spartano con magnifica vista al tramonto. Questo pontile, in legno, sorge sulle rovine di uno più vecchio e imponente in cemento armato (che testimonia forse di altri utilizzi della baia, in passato. Possiamo ipotizzare il trasporto del caucciù, di cui è ricca Koh Kood). Nel mare, gli scogli sono ricoperti da una patina viscida e antica. Qualche pesce sopravvive ancora, insieme a due bellissime cipree solitarie e ai granchi – che hanno preso possesso di alcuni scogli nei pressi del medesimo pontile. Peccato che quando il vento tira verso la spiaggia, il mare porti a riva pezzi di legno, polistirolo, reti da pesca strappate, bottiglie, bicchieri e tappi di plastica, lattine, ciabatte, stracci, cordame, e così via. A tentare di ripulire, non i gestori del resort bensì i turisti stranieri. Possiamo addirittura testimoniare che una delle responsabili si è alterata con alcuni inservienti che aiutavano i turisti (della spiaggia libera), senza tenere in conto che, nel pomeriggio, lo sporco (cambiando direzione la corrente) sarebbe arrivato diritto ai piedi dei lettini dei suoi clienti.

Infine, se avrete il coraggio di prendere il sentiero lungo il mare (che potrebbe essere una splendida camminata in stile Riviera di Levante ligure) e terrete duro, nonostante la puzza dell’immondezzaio osceno nel quale l’hanno trasformata i thailandesi, finirete nel Tolani Resort e, da lì, direttamente sulla strada principale (che vi riporterà alla Khlong Chao Beach), accorciando di molto il percorso.
Ao Taphao o Ao Ta Pao
Larga baia simile a Bang Bao Beach con sabbia color ocra, invece che bianca, palme per fare ombra ai turisti motorizzati e un resort meno lussuoso alle spalle dei bagnanti. Due lunghi pontili di legno e un lato impraticabile – perché vi si trova un altro porto probabilmente commerciale – completano il quadro. Per arrivare, si attraversa ciò che rimane di una piantagione di caucciù. Quando il mare è calmo, l’acqua è abbastanza pulita. Risacca e carico/scarico merci, i rumori di sottofondo. Non si capisce perché la denominino la baia degli snorkler visto che è priva di barriera corallina. Probabilmente si riferiscono a qualche speed boat che, dal pontile di legno, carica i turisti da trasportare al largo – dove ci sarà ancora vita marina… forse. Oppure ai pesci (e a qualche ciprea multicolore) che si trovano tra le rocce affioranti nella zona, oltre il resort.

Proseguendo e scavalcando alcune palme sradicate, che languono fra le onde, vi ritroverete in una seconda baia delimitata sull’altro lato dall’ennesimo khlong (con l’acqua davvero pece). La spiaggia, qui, si allunga placida, indenne dal turismo, contornata da un palmeto lussureggiante e ancora vergine. Eppure la rena non è cosparsa di coralli (tranne qualche sopravvissuto imbiancato dal sole) bensì di una abat-jour in vetro rosa/arancio, un deo roll-on, contenitori di plastica per alimenti e flaconi per ogni uso (dal detersivo liquido per i panni a quello per i piatti), cordame e sacchetti, dentifricio e spazzolino (sic! ), ogni genere di bevanda e lattina, i resti di un seggiolino di plastica, infradito, suole e ciabatte di varia misura, una boa dispersa… Nel punto più sporco, una donna Thai col figlio pasteggiano tranquillamente incuranti del lerciume. Nell’angolo estremo, dove si rischia che la palla finisca nel khlong e in quella che appare una landa desolante e desolata, una rete nuova di zecca coi tiranti perfetti pronta per una partita di beach volley.
Ban Ao Yak
A sud, prima di Ao Phrao, si può arrivare fino a questa spaggia, simile ad Ao Ta Pao per diverse ragioni: è affossata e caldo-umida; a livello di altezza dell’acqua, è altrettanto bassa per qualche decina di metri da riva; e la sabbia ha un colore tra il bianco e l’ocra chiaro. Oltre una serie impraticabile di rocce, si intravede una seconda spiaggetta meno frequentata. Per arrivare si percorre un sentiero largo tra qualche ristorantino ancora in legno, baracche e un container appoggiato sull’assale di un camion, un palmeto in fase di distruzione (la tecnica è sempre quella di uccidere gli alberi, buciandone la base e le radici) e i primi resort – sorti come funghi e abbastanza squallidi: in legno o muratura, direttamente sotto il sole rovente, persi nel nulla. Nuddu mischiato cu nenti – anche in mare.

Ao Phrao e Ao Yai
E chiudiamo, rispettivamente, con la spiaggia iconica di Koh Kood e il villaggio dei pescatori. Niente di nuovo sotto il sole, quindi lasciamo a voi il gusto di scoprirli e, nel caso, criticarli. A noi ha colpito il fatto che il resort di lusso, che si affaccia sulla prima, abbia una piscina; il secondo è un susseguirsi di palafitte più o meno in lamiera e ondulex, unite da una passerella in cemento armato. Ammettiamo che non ce ne siamo imnamorati.

In positivo, a Koh Kood, c’è che non troverete le cubo meduse che ormai infestano la penisola di Phuket (viste personalmente a Rawai), sebbene i cartelli avvertano della loro presenza su alcune spiagge; in negativo non vedrete nemmeno un corallo e ben pochi pesci tropicali. La barriera corallina sta scomparendo ovunque, ma in Thailandia a una velocità spaventosa. L’acqua di Koh Kood può dirsi ancora abbastanza pulita (ameno nei mesi secchi, ossia da dicembre a inizio marzo) ma non ha la limpidezza, visti i khlong sozzi che sfociano in mare trascinando liquami e spazzatura (senza scomodare il Mar Rosso), di San Vito Lo Capo, in Sicilia, o di Pisciotta e Marina di Camerota nel Cilento. Infine, Koh Kood è uno dei pochi posti turistici in Thailandia in cui si può aspettare anche un’ora prima di essere serviti al ristorante e, questo, per noi è positivo in quanto denota che i piatti sono cucinati al momento. Di conseguenza, possono essere più o meno piccanti a seconda del gusto del cliente, non conterranno eventuali allergeni, e non sapranno di cibo in scatola riscaldato al microonde.
venerdì, 19 giugno 2026
In copertina e nel pezzo: Foto della Redazione di InTheNet


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