Quando uno spot è il riflesso distorto di un Paese
di Simona Maria Frigerio
La nuova campagna pubblicitaria di uno dei marchi iconici a Stelle e Strisce è ironicamente il peggior boomerang per l’immagine degli States.
Sebbene McDonald’s importi, in Italia, semplicemente alcuni menù best seller in altri Paesi (niente di nuovo vista la quantità di ristoranti etnici che da anni proliferano come funghi nelle nostre città), il lancio di questa campagna passa attraverso un messaggio che solamente l’intelligenza artificiale non saprebbe analizzare criticamente.
Il verbo ‘rubare’ affiancato a un brand di tale notorietà fa subito pensare ad altre aziende statunitensi – per non parlare dello Zio Sam in prima persona – che sono accusati dai Paesi del Sud del mondo di appropriarsi delle loro materie prime e risorse naturali. Dal litio e dalle terre rare in Bolivia (come denunciato dall’ex Presidente Evo Morales, 1) al petrolio venezuelano o, per anni, siriano.
La rapacità neo-colonialista statunitense allunga i suoi artigli anche grazie alle multinazionali di investimento – come BlackRock o Vanguard – che ormai possiedono pacchetti azionari di società presenti in quasi ogni Paese controllandone, quindi, indirettamente anche le politiche economiche.
È di conseguenza ironico che i pubblicitari che si occupano dell’immagine di McDonald’s non si siano resi conto del cortocircuito retorico innescato dal termine ‘rubare’. A meno che non sottovalutino i clienti del brand, pensando che chi mangia – in un Paese dalla ricca, sana e variegata tradizione culinaria come il nostro – hamburger e patatine fritte o ali di pollo e cheeseburger a base di formaggi filanti dai colori improbabili, non possa avere né il gusto né la capacità critica di capire l’ironia insita in una simile campagna per gli stessi States.
(1) https://www.inthenet.eu/2026/06/05/i-neocolonialisti-green/
venerdì, 19 giugno 2026
In copertina: Il logo di McDonald’s


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