Se i diritti non sono per tutti, sono privilegi
di (e traduzioni di) Simona Maria Frigerio
Vedere su Tourist Israel le immagini festanti e i costumi colorati della parata del Gay Pride a Tel Aviv di venerdì 12 giugno è stato francamente offensivo per chi abbia a cuore la dignità umana. Mentre a meno di 100 km di distanza i soldati dell’esercito israeliano stanno portando avanti un genocidio contro il popolo palestinese; mentre i colonizzatori israeliani stanno uccidendo, brutalizzando, violentando, depredando e rubando la terra in Cisgiordania ai palestinesi; mentre Ben Gvir e Bibi Netanyahu rivendicano le annessioni in Siria, Libano e nella Striscia di Gaza, uccidendo civili, donne e bambini; vedere come funziona il pink washing lascia basiti. Israele, un regime colonialista e razzista, si presenta all’Occidente rivendicando, testualmente (come da Turist Israel) che il “Tel Aviv Pride è diventato uno tra i maggiori eventi dell’anno in città. Visitatori da ogni parte di Israele e del mondo vengono in forze per festeggiare. La città si illumina coi colori e l’energia, comprovando la propria reputazione di capitale gay del Medio Oriente e, forse, persino di capitale gay in tutto il mondo”. E non solo, perché dopo la parata: “le celebrazioni sono continuate con un party eccitante fino al tramonto, appena prima del Sabbath. Quasi 300mila tra locali, touristi, e visitatori hanno marciato danzando nelle celebrazioni gioiose del Gay Pride”.
Solo pochi giorni fa, Marina Barham, organizzatrice e produttrice teatrale che vive e lavora a Betlemme, ci raccontava – a Casoli di Camaiore, dove ha tenuto un incontro – che i palestinesi nel 2025, per la prima volta in 3 anni, avevano festeggiato il Natale (visto che ci sono anche cristiani tra di loro) e che nei due precedenti si erano astenuti perché quando accadono delle tragedie – per cultura e sensibilità – i palestinesi evitano i festeggiamenti.
Strumentalizzazione e ignavia
Quello che avrebbero dovuto celebrare i gay e le lesbiche a Tel Aviv, come i gay e le lesbiche in Italia e in Occidente, è un funerale.
La morte di decine di migliaia di bambini, la distruzione di ospedali, scuole, università e infrastrutture civili non sono solamente crimini di guerra, ma nel momento in cui una comunità partecipa attivamente o finanzia e sostiene un genocidio non vi è proprio nulla da rivendicare: i diritti si trasformano in privilegi. I privilegi di una ristretta élite che crede di essersi liberata ed è al contrario non solamente strumentalizzata da un regime genocidiario per sembrare democratico e rispettoso dei diritti umani; ma si rende sempre più ridicola e divisiva quando moltiplica le categorizzazioni che ghettizzano laddove dovrebbero includere.
Ormai ogni segnale di differenza è stigmatizzato da un aggettivo e viene solo voglia di cantare con Francesco Guccini: “Ognuno vada dove vuole andare / Ognuno invecchi come gli pare / Ma non raccontare a me che cos’è la libertà”.
venerdì, 26 giugno 2026
In copertina: Foto del gay pride dal sito Turist Israel


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