Quando ti tolgono la possibilità di scegliere
di Simona Maria Frigerio
«Non voglio, non sono pazza!».
No, lei non era pazza, era solo infelice. Profondamente infelice, lontana dalla sua terra, da quel panificio che mandava avanti con la nonna. Aveva cinque anni e già la vecchia (perché i vecchi allora non erano anziani, nella ‘terza età’, e non credevano che fosse il ‘momento migliore’ della loro vita) la svegliava tutti i giorni, tranne il lunedì, alle quattro: aveva bisogno delle sue piccole dita per arrotolare la pasta di patate degli gnocchi sulla grattugia. Così prendevano quella bella forma: due piccoli buchi da una parte e la zigrinatura dall’altra. E poi bisognava sistemare il pane appena sfornato e ancora caldo nelle ceste in negozio, la focaccia e la pizza le avrebbero impastate per ultime, in mattinata, per il pranzo. Nel pomeriggio, invece, c’era sempre qualche scocciatore di fittavolo che faceva perdere tempo alla vecchia, ma mai prima delle cinque perché lì sembrava un’eterna estate nel suo ricordo e, il pomeriggio, quando la calura liquefava l’orizzonte, lei raggiungeva sua madre, perennemente incinta, perennemente distesa a letto, perennemente a lutto per tutti quei figli che le nascevano e poi arrivava la scarlattina a portarglieli via, o il tifo, il vaiolo, la spagnola. E lui non c’era mai.
Lui lo ricordava con la chitarra al collo, il panama e il completo bianco, sempre in viaggio da e per l’Argentina, dove aveva sistemato i suoi cinque fratelli, coi soldi della moglie; che andava a trovare ogni inverno, coi soldi della moglie, perché non sopportava il freddo. Ma, alla moglie, non ce la portava mai. E lei bambina, allora, capiva che l’inverno doveva esistere: era il tempo della separazione, il tempo della solitudine, il tempo in cui sua madre lievitava come il pane, piangendo. Ma solamente quando arrivò a Milano, sposa di uno sconosciuto a 23 anni, avrebbe capito sulla sua pelle cos’è l’inverno. Il gelo delle mattine di nebbia e fuliggine che, per mesi, ricopriva di un manto grigio cose e case; il freddo che intirizziva le dita quando stendeva i panni sul balcone per ritirarli, a sera, fradici di umidità; il vento sferzante che attraversava le fessure di quelle finestrelle arrugginite del bagno e che incise, come una lama, i polmoni della sua bambina a soli 40 giorni. Pennacchi sui cavalli che tiravano il cocchio non della sposa, ma della bara – bianca. Non li aveva avuti nemmeno lei, ma li aveva pretesi per quella sposa bambina di quel Dio che preghi perché guarisca e, invece, uccide. E in quegli anni ne uccise a milioni per il freddo, la fame, la guerra. Di quella bambina col nome della sua santa le rimanevano solo due foto in bianco e nero: una di Rita morta, nella culla, circonfusa di una specie di luce candida – probabilmente solo sbiadita; e quella del cocchio, coi cavalli col pennacchio al vento.
«Non voglio, non sono pazza!», gridava mentre i due uomini tozzi la legavano: la camicia di forza, di nuovo.
Sapeva cosa l’aspettava: l’ambulanza era parcheggiata al cancello. Le cagne delle sue figlie – quando il suo dolore straziante esplodeva – per il loro decoro di impiegatucce borghesucce ‘milanèsi’, la facevano ricoverare e anche loro sapevano che le avrebbero messo un morso, come a un cavallo, e le convulsioni le avrebbero cancellato la memoria. Loro, speravano per sempre. Ma no, dopo qualche mese ricominciava a ricordare la sua terra e il profumo del pane caldo tra le mani e quel lucore biancastro che intravedeva tra le fessure della veneziana abbassata, quando si stendeva a letto nei lunghi pomeriggi di quell’estate che le sembrava perenne, accanto a sua madre vestita di nero. E ride, lei! Ride perché loro pensano di essere immuni, ma anche loro sapranno cos’è il dolore: di un uomo inetto e di un manipolatore, e anche quella lì, la più giovane, finirà su quel letto a mordere il morso, come un cavallo. Ma non tu – ti guarda: tu no.
«Non voglio, non sono pazza!».
Ormai è sfinita. Perché lottare tanto se è tutto già scritto? Lei non esiste, non ha diritto di parola, di scelta, di opporsi. La legheranno a quel letto e poi la rimanderanno a casa, imbambolata, persa, immemore, imbottita di psicofarmaci che servono solo a rintronarla come un vecchio pugile che abbia preso troppi pugni e non riesce più a rialzarsi da quel ring. Il suo cervello è rimasto a quel knock-out dal quale non si è più risollevato. Va in giro, con le braccia penzoloni, come quelli del manicomio, poi – dopo il restyling – quelli della casa famiglia psichiatrica, chiedendo la ‘sigarettina’. Come ai tempi di Čechov ‘perché tutto cambia perché nulla cambi’. Lei ti guarda: gliel’hai letto tu quel racconto; e le sedevi accanto quando avete visto il film con quel lungo ballo che non finiva mai, che vi ammorbava l’anima perché laggiù, da dove lei proviene, anche se eri ricca, come lei, e i suoi erano appellati don e donna, per lei c’era solo lavoro e fatica: il forno, le terre, i fittavoli e i mezzadri, le bestie, gli ulivi. L’unico ballo fu quello che suo padre organizzò per presentarle suo marito. Un solo ballo in un’intera vita. E le sue sorelle decisero che avrebbero ‘ballato da sole’. “Anche tu, balla da sola”, sembra dirti con gli occhi che si stanno riempiendo di lacrime. I suoi occhi nocciola, sempre più acquosi e annebbiati, dietro quelle lenti che adesso i due, in camice bianco, le strappano. Per la sua sicurezza – spiegano. Per renderla più vulnerabile – pensi tu. Tu, vigliacca, bambina di otto anni, che non riesci a muoverti, a strapparla da loro e a fuggire con lei – e lei ti trasmette il suo dolore e tu lo piangi la notte, nei tuoi sogni, e lo piangerai tutta la vita. Ma lo taci di giorno. Perché tu sai che, altrimenti, anche per te ci sarà il morso. Perché il dolore deve rimanere silenzioso, sotto-traccia, oppure va rinchiuso. Il dolore va nascosto. Come la morte. E come il rimorso. Che non si dimentica.
Sesto racconto inedito della serie Allegoria della morte (A te, nonna).
I precedenti:
venerdì, 26 giugno 2026
In copertina: Foto di Luca da Pixabay


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