Come si elabora il vuoto della mancanza?
di Simona Maria Frigerio
Sinéad O’Connor cantava “Since you been gone, I can do whatever I want / I can see whomever I choose / I can eat my dinner in a fancy restaurant / But nothing, I said, nothing can take away these blues”. La sentiva spesso quando era una ragazza, ma non avrebbe mai pensato di volerla riascoltare ossessivamente a quarant’anni.
La mette su in loop quando si sveglia e accende lo stereo, come prima cosa, per non sentire il silenzio. E poi si porta dietro il vecchio mangiacassette con le cuffiette anni 80 di suo fratello, che ha ritrovato nell’armadio facendo i bagagli e smontando casa perché le ha chiesto di liberare le stanze di tutte le sue cose: libri, poster, cd e dvd, abiti, soprammobili, persino il servizio di piatti che aveva acquistato a Tarragona. Non c’era spazio per lei adesso che stava arrivando la nuova compagna, o moglie, o magari amica di passaggio. Ma come si fa a stabilire cosa è tuo e cosa è mio dopo vent’anni? E i regali? E quel pinguino di porcellana che era la bomboniera di un lunghissimo, noiosissimo matrimonio a Lecce? E comunque almeno il mangiacassette serve: serve a riascoltare ossessivamente Nothing compares 2 U mentre va al lavoro. Quando era ragazza, in realtà, rideva ascoltando quelle parole. Era sempre circondata dagli amici, dal fracasso della compagnia. Non era mai sola. Ma poi gli anni passano. Dove sono finite tutte? Ognuna chiuso tra le quattro pareti di casa sua, con il cane o i gatti, i figli, il lavoro, le faccende domestiche da mandare avanti, e il marito – quello che lei si è persa per strada. E loro non hanno mai tempo, come lei prima. Ma adesso le si sono aperte voragini di tempo: non deve passare dalla tintoria a ritirargli i suoi completi di sartoria; o telefonare all’agenzia viaggi per rimandare il volo perché, all’ultimo, lui non può mai; né preparare cene che poi si raffreddavano in attese interminabili; e nemmeno far passare la serata di fronte alla tivù per restare sveglia – perché quando arrivava doveva per forza raccontarle dell’ultimo contratto firmato, o del nuovo stagista che sbagliava a consegnare la posta, o del suo portatile che era finito nuovamente all’assistenza perché non aveva abbastanza memoria e bla bla bla…
Adesso può uscire dal lavoro e fiondarsi al supermercato a comperare un piatto già pronto da infilare nel microonde, o arrivare a casa e fare una cosa davvero politically incorrect come chiamare un fattorino e farsi portare un piatto di sushi o una pizza, o meglio un hamburger con patatine e lasciare che il suo colesterolo si incrosti bene sulle pareti delle sue arterie perché, la sera, davvero, vorrebbe solamente morire: in quella cucina semi-abitabile dove aveva potuto sistemare un tavolino solo appoggiandolo alla parete e quello che vedeva, mangiando, erano le mattonelle di ceramica bianche e blu dell’epoca di sua madre. Che poi tornare nella casa in cui hai abitato quando avevi sedici anni non ti fa tornare giovane, ti restituisce solo l’immagine di quanto sei invecchiata: tanto quanto quei mobili vetusti che, quando li apri, emanano odore di polvere misto a naftalina. E così guarda senza più speranze il divano mordicchiato da un cane che, nel frattempo, è morto e sepolto; il comò con la bomboletta spray al posto della gamba che si è rotta perfino prima che lei nascesse; l’antina della credenza che, per quanto tenti di avvitare la cerniera, resta sempre storta; la moquette rossa chiazzata e le mattonelle nere e lucide a ricoprire le pareti, in bagno, che ne riflettono la sagoma quando è seduta sul cesso: quanto potevano essere kitsch negli anni 70?
Ma il peggio è il fine settimana. Il lavoro – quelle che, prima, considerava otto ore di schiavitù – almeno sono diventate uno spazio condiviso con qualcuno: alla macchinetta del caffè può scambiare quattro chiacchiere sul tempo; ogni tanto la collega a tempo determinato le chiede un parere perché ha una paura fottuta di sbagliare e che la lascino a casa (tanto ce la lasceranno al terzo rinnovo, ma non gliel’hanno mica detto); e poi la sua capa, con il dito nevrotico sull’interfono, la chiamerà almeno venti volte al giorno per qualsiasi cosa – tranne il thè, che si prepara da sola e, disdegnando giustamente il liofilizzato, si è portata da casa un bollitore e, in bella mostra su una mensola, invece delle foto dei figli che non ha mai avuto (come lei), espone le miscele più pregiate che compera quando è in trasferta in tutti quei posti dove sarebbe voluta andare con lui – ma lui, all’ultimo, non aveva mai tempo…
“Il fine settimana…”, rimugina tra sé. Cosa potrebbe fare? La spesa è diventata superflua. Il teatro costa troppo per le sue tasche (visto che, orgogliosa com’è, non ha voluto accettare l’assegno di mantenimento). Un cinema, magari, ma nel pomeriggio perché la sera i mezzi per la multisala latitano. Oppure una pizza con un’amica. Ma quale amica? A parte la collega a tempo determinato, non ne conosce di libere e quelle sposate non escono senza marito e figli al seguito, nemmeno in settimana: figuriamoci il sabato! Già strappare un apericena alla sua compagna dei tempi del liceo, che passa da una relazione all’altra come un’ape tra i fiori, ma con meno poesia, è un’impresa: anche lei non ha tempo da perdere. Prima o poi dovrà pure incontrare quello giusto! Ma gli anni passano velocemente. Troppo velocemente. E i filler costano. “Perché lei non è riuscita a tenerselo, il marito?”, è la domanda che le legge sempre a fior di labbra, tra un discorso banale e l’altro, anche se non ha mai avuto il coraggio di porgliela…
La domenica va un po’ meglio. Spesso va a trovare i suoi al cimitero: sai che allegria! Ma almeno è un tempo vuoto che riesce a riempire e, se c’è il sole, visto che non può più permettersi nemmeno la palestra, va a fare una corsa al parco. E poi, a volte, suo fratello ha la bontà d’animo di invitarla a cena: i suoi tre figli ormai sono abbastanza grandi da andarsene fuori con gli amici, la moglie spesso ha il turno in ospedale e, allora, la chiama – così lei cucina… Meglio che restare sola di fronte alle mattonelle. «Ma perché non mangi davanti alla tivù?», le suggerisce il fratello quando lei, grata come un cucciolo, gli fa le feste per l’invito a cucinare. «Perché in tivù sembra si parli solo di femminicidi… L’altro giorno ne ho seguito uno: ammazzata da un mafioso. E i familiari, gli avvocati, la giornalista, tutti a raccontare che la tradiva, e che lei per questo aveva deciso di lasciarlo e lui l’ha ammazzata. Capisci? Il problema era l’amante. Non che questo fosse un delinquente e dovrebbe venirti il dubbio con chi vai a letto un po’ prima di sposarlo!». «Ma perché, tu pensi che tuo marito sia meglio? Quando non concede un prestito a un commerciante che sta fallendo, e quello deve rivolgersi a un usuraio? Oppure vende azioni spazzatura e si mangia la pensione di un vecchio, che poi non riuscirà nemmeno a pagarsi la badante? O si piglia la casa di un operaio che è finito su una carrozzina perché è caduto da un’impalcatura e, magari, lavorava in nero o non aveva il casco e così è colpa sua se non ha più un lavoro per pagare le rate del mutuo? Ammazzano anche i colletti bianchi!».
Suo fratello ha la capacità di farla sempre sentire a disagio, sbagliata, mortificata: qualsiasi cosa dica, lui la contesta. Anche se di fondo stanno dalla stessa parte, la sua vena polemica è più forte del suo affetto per lei. Lui poi parla facile: lavora in Comune, il massimo della responsabilità è trascrivere i dati esatti quando c’è il rinnovo di una carta d’identità. E i suoi tre figli sono come lui: quelli che a scuola vanno anche benino, ma non si impegnano. Se la sono sempre cavata con quello che, un tempo, chiamavano ‘6 politico’ e, nel loro futuro, vedono il ‘posto sicuro’: con la madre infermiera e il padre nel pubblico non si rendono nemmeno conto di che giungla c’è lì fuori. A volte, quando suo fratello la fa davvero arrabbiare, glielo rinfaccia: «Vedremo come se la caveranno quando dovranno passare da uno stage gratuito al servizio civile a 500 euro mensili per poi finire nel ginepraio delle Partita Iva, o dei contratti a tempo determinato ad infinitum!» E si compiace del suo latino, mentre suo fratello ha già la risposta preconfezionata: «Con tutta la tua cultura dove sei arrivata? In un ufficio come mamma, che aveva fatto la terza commerciale!».
E allora meglio il vuoto. Meglio starsene sola con le cuffiette nelle orecchie mentre cammina sotto la pioggia ottobrina. Se ne torna a casa ma questa volta ha cambiato cassetta: Madonna la porta nel suo Spanish Paradise… Abbozza persino un paio di passi tra le pozzanghere e, d’un tratto, si sente leggera: “Meglio sole che male accompagnate!”, grida nella sua testa. È solo un momento di euforia passeggera, forse dovuta al bicchiere di chardonnay al quale non è più abituata. Ma adesso lo sa: se vedi un raggio di sole, anche solo uno, persino quando piove, lo capisci: andrà un po’ meglio, ogni giorno andrà un po’ meglio.
Settimo racconto inedito della serie Allegoria della morte.
I precedenti:
venerdì, 3 luglio 2026
In copertina: Immagine stock da Pixabay


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