Quando sei una balena spiaggiata
di Simona Maria Frigerio
Mia nipote si affanna intorno alla torta e alle candeline: per fortuna che adesso le vendono coi numeri, se no avrebbe dato fuoco ai bignè di quella orrenda Saint Honoré, che non mi è mai piaciuta – ma piace a mia figlia.
100. Esatti esatti: un secolo di vita o, meglio, 80, forse perfino 90 anni di vita e, poi, questo vegetare sorridente tra sconosciuti o parenti che, sotto sotto, si chiedono se, alla fine, non li seppellirai tu. Del resto, noi erbe gramigne non crepiamo mai. Ormai mio figlio ha più acciacchi di me e mia figlia, da quando è andata in menopausa, è lievitata come le mantovane che le compravo quando era bambina. Mi fissa dallo stipite della porta della sala da pranzo e so cosa si sta chiedendo: come faccio, io, a restare un’acciuga.
«Mamma, chi hai invitato per il tuo compleanno?». Mi sorprendo alla sua domanda: “Sta scherzando?”, mi chiedo. “Chi vuole che abbia invitato? Sono tutti morti!”. Mia sorella e il marito, persino la figlia. I miei tre cugini nel giro di pochi mesi, quasi si fossero messi d’accordo per un funerale comune – come quelli delle stragi di Stato. Non parliamo degli amici, che mi hanno lasciata naufragare da sola, su una spiaggia deserta, nel corso degli ultimi trent’anni…
Tento la strada della cortesia per svicolare dal discorso: « È casa tua, non mi permetterei mai!» e, nel frattempo, mi auguro capisca da sé la futilità e la mancanza di sensibilità di avermelo chiesto.
Mi guardo intorno. Un secolo fa non c’era l’acqua calda corrente a casa mia, solo un boiler elettrico da dieci litri per la doccia (mai, più di una volta la settimana!); il poco calore durante gli inverni rigidi milanesi ci era regalato dalla stufa a kerosene in sala o dalla cucina economica; gli infissi si riparavano tutti gli anni, scartavetrando e ridipingendoli e, quando non si aveva tempo, solo con una mano di bianco ma, anno dopo anno, le mani di vernice si sovrapponevano, incrostandosi, e diventava sempre più difficile chiudere le finestre con le maniglie d’ottone che, nel frattempo, s’ingrigivano come la carta da parati che – se non bastasse – si andava scollando per l’umidità… Quando racconto tutto questo a mia figlia, lei sbadiglia di noia; mia nipote fa spallucce e mi risponde che sono fortunata ad essermi buttata alle spalle quel passato; e, infine, sua figlia mi guarda con due occhioni persi e poi torna al cellulare per smanettare qualche like o un cuoricino sotto i commenti stupidi della sue compagne di classe. Un mondo al femminile al quale non sento di appartenere, come non appartengo più a questo mondo, alle sue tecnologie futili e incomprensibili. La figlia di mia nipote, Jessica (con la J perché fa tanto Stelle e Strisce), ha voluto persino che aprissi un mio ‘account’ (detesto tutti questi anglicismi) su Instagram (un social per perfetti imbecilli che guardano foto a raffica – dalle mutande in svendita, ai 20 secondi di trailer di qualche regista fallito o presunto attore o ballerino, in stile Amici). E perché tutto ciò? «Ma perché così puoi vedere me e le mie amiche quando giriamo i video delle nostre esibizioni!» – dimentico sempre che Jessica è una ‘ragazza pon pon’, come sua madre era un’attrice dilettante che ammorbava il mondo con le sue letture sceniche, sponsorizzate dal marito arricchito con le carie altrui.
Dimenticare. Sarebbe più facile se potessi farlo: le battaglie degli anni 60 e 70, quando credevamo di cambiare il mondo o, almeno, le donne. Anzi, quando noi donne rivendicavamo di cambiare gli uomini: arrivare al potere per fermare l’abominio delle guerre. E invece siamo arrivate al potere ricalcando fedelmente il modello maschile. Altro che “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”, adesso rivendichiamo di vendere carri armati e marciare noi stesse al passo dell’oca! E poi ti arriva Jessica, che ha 19 anni, e non sa ancora cosa farà da ‘grande’ e, dopo aver indossato la gonnellina pon pon, guardandosi allo specchio e fissando il mio riflesso, mi fa: «Oggi mi sento così fluida che sgambetterò pensando di essere un maschio trans!». La prenderei a schiaffi. Mezzo secolo di lotte per conquistare il diritto a un pensiero e a un agire differente e guarda cosa abbiamo generato! Anzi, cosa ha generato sua madre…
Dimenticare: sarebbe così rasserenante abbandonarsi nelle braccia di Morfeo e addormentarsi. Non mi pongo nemmeno dubbi amletici: non credo a niente. Nel mio cervello cesseranno le scariche elettro-chimiche e, con la morte cerebrale, si spegnerà la mia coscienza, che è un insieme di ricordi, esperienze e pensieri. In breve, si spegnerà questo essere senziente. Almeno io fui senziente: sono stata capace di ragionare, pormi dubbi e provare emozioni. Oggi Jessica mi sembra prenda in prestito pensieri e piaceri: imita per sentirsi accettata. Forse in tante lo hanno fatto, anche nelle generazioni precedenti. Ma i nostri modelli erano Luce Irigaray e Simone de Beauvoir: i suoi sono Chiara Ferragni (fino allo scandalo dei panettoni) perché aveva dei capelli ‘fantastici’ e Lulu Tenney perché ‘è così magrissimissima!’ E io, al contrario, ricordo i tempi in cui si facevano le battaglie perché il mondo della moda rifiutasse il modello anoressica…
Sono sopravvissuta ai miei tempi e, come una balena spiaggiata, non riesco a tornare all’oceano, al silenzio di un utero vuoto e profondo nel quale perdermi. Lasciatemi andare…
Ottavo racconto inedito della serie Allegoria della morte.
I precedenti:
venerdì, 10 luglio 2026
In copertina: Foto di Džoko Stach da Pixabay


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