La Cittadina e la Monaca: le rivoluzionarie Eleonora de Fonseca ed Enrichetta Caracciolo
di Simona Maria Frigerio
Eleonora de Fonseca Pimentel ed Enrichetta Caracciolo di Forino sono entrate nella mia vita grazie a un appassionato e appassionante monologo, Cittadine, interpretato dalla versatile Lucia Poli, nel 2011, a Teatro a Corte (1). Della serie: quando il teatro è conoscenza, cultura, rivoluzione.
Eleonora nasce a Roma nel 1752, marchesa de Fonseca Pimentel, figlia di aristocratici portoghesi. A otto anni, la sua famiglia si trasferisce a Napoli, per motivi politici. Colta, intelligente e ricca: il padre, don Clemente Fonseca, le trova facilmente marito, costringendola a sposare il tenente Pasquale Tria de Solis, allora 44enne (mentre Eleonora ha solo 26 anni). Presto, però, l’infelice matrimonio si dimostra una gabbia, in cui persino don Clemente si vergognerà di aver rinchiuso la figlia.
Pasquale è conservatore, papalino, spendaccione (coi soldi della dote di Eleonora), talmente ignorante da parlare solo in dialetto napoletano. I de Fonseca Pimentel sono colti, parsiomoniosi, poliglotti e critici verso il papato (uno dei motivi per i quali si erano dovuti trasferire da Roma a Napoli anni prima). Dopo sette anni, i de Fonseca appoggiano la figlia quando intenta la separazione dal marito. Il tenente, oltre ad avere le mani bucate, è un marito violento, possessivo (le impedisce di intrattenere una corrispondenza regolare persino col padre e il fratello) ma, nel contempo, ha molte amanti tanto da avere perfino una figlia illegittima. In pratica, oggi, lo definiremmo un narcisista perverso da Codice Rosso.
Il primo figlio di Eleonora muore a soli otto mesi. Perde un secondo bambino per le violenze subite dal marito in gravidanza e rischia lei stessa la vita. A seguire, un terzo aborto spontaneo mette fine a ogni speranza, per la giovane donna, di avere un figlio e, nel 1785, de Fonseca riesce finalmente a ottenere la separazione – trasferendosi nella casa che diverrà la redazione del Monitore Napoletano. Tra i molti scritti del periodo, ricordiamo la traduzione dal latino del saggio di Nicolò Caravita: Niun diritto compete al Sommo Pontefice sul Regno di Napoli – con note e approfondimenti personali di Eleonora sul tema.
Purtroppo, con la decapitazione di Maria Antonietta, i Borbone napoletani invece di sostenere gli intellettuali illuministi e procedere con le sperate riforme, si arroccano e introducono il reato di opinione, mentre il boia sembra lavorare con alacre rigore. A ottobre del 1798, “con l’accusa di leggere libri proibiti e tenere presso la propria dimora riunioni sediziose”, persino Eleonora, che è pur sempre un’aristocratica, è arrestata e incarcerata alla Vicaria. Vi rimarrà un paio di mesi, fino all’arrivo delle truppe di Championnet e alla fuga da Napoli dell’intera Corte.
Come in Francia si era presa la Bastiglia (ma ormai praticamente deserta), de Fonseca è tra i rivoltosi che conquistano Castel Sant’Elmo (il 19 gennaio del 1799) dove erano stati reclusi diversi patrioti filo-giacobini e dove, il 21 gennaio, i rivoluzionari pianteranno il primo albero della libertà e, il giorno dopo, la bandiera della Repubblica Napoletana.
Intanto, la cittadina Fonseca inizia a dirigere il Monitore Napoletano, bisettimanale che sarà pubblicato fino all’8 giugno 1799. Repubblicana convinta, critica anche nei confronti di alcuni atteggiamenti dei francesi, inviterà molti intellettuali del periodo a contribuire al giornale con i loro approfondimenti.
Il 7 febbraio 1799, dalla Sicilia dove si erano rifugiati i Borbone (la storia d’Italia è costellata di Re in fuga quando si mette a ‘mala parata’, sic!), inizia la marcia per la riconquista del cardinale Fabrizio Dionigi Ruffo, che recluta fino a 25mila uomini, soprattutto contadini calabresi, molti dei quali provenienti dai suoi feudi, Scilla e Bagnara.
Ruffo, nonostante riesca a vincere sul campo, disattende gli ordini dei Borbone e propone una resa onorevole agli insorti napoletani che potrebbero scappare al seguito delle truppe francesi. Ma sarà l’ammiraglio inglese Horatio Nelson (lo stesso, che un tiratore francese ucciderà nel 1805 durante la battaglia di Trafalgar) a decidere di mandare davanti al boia tutti i patrioti italiani che riesce a catturare.
Eleonora è su una nave pronta a partire per la Francia quando è condotta nuovamente nelle carceri della Vicaria, dalla quale è tratta per essere impiccata, seminuda, in piazza del Mercato mentre il popolo (che troppo spesso è ‘pecora’ o ‘bue’) canta: «‘A signora donna Lionora ch’alluccava ‘ncopp’ o triato, mò abballa miez’ ‘o mercato/ viva la forca e ‘masto Donato /Sant’Antonio sia lodato». A cui de Fonseca risponde, da donna colta e autorevole qual è: «Forsan et haec olim meminisse juvabit (2)».

Enrichetta Caracciolo: la monaca che al velo nero preferisce il tricolore
Enrichetta nasce a Napoli, due decenni dopo l’impiccagione di Eleonora de Fonseca Pimentel, il 17 febbraio del 1821. Nobile di nascita, trascorre l’infanzia e l’adolescenza, prima, a Bari e, poi, a Reggio Calabria.
Nel 1839 muore il padre e i Caracciolo di Forino tornano a Napoli, dove la ‘vedova allegra’ già prepara le sue nuove nozze, costringendo la figlia a entrare nel convento benedettino di San Gregorio Armeno. Del resto, è la quinta di sette femmine e va monacata – come da generazioni accade a tutte le figlie che non siano le primogenite: il 1º ottobre 1842, contro la propria volontà (come la celebre Monaca di Monza manzoniana) pronuncia i voti.
Enrichetta, però, al pari di Eleonora è colta e intelligente e, se la seconda non sopporta l’ignoranza del marito (oltre alle sue violenze), la prima non regge la grettezza del convento. Già quattro anni dopo stila un’istanza per Pio IX, al fine di ottenere lo scioglimento dai voti. Sebbene il parere del pontefice sia favorevole, le si oppone l’arcivescovo di Napoli (cardinale dal 1846), Sisto Riario Sforza, convinto fautore dell’intransigentismo e dei culti mariani, che avvia contro Enrichetta quella che può definirsi un’ autentica persecuzione.
Passano altri due anni e arriva finalmente il 1848. Mentre le monache pregano per lo “sterminio dei malvagi” rivoluzionari, Enrichetta innalza “taciti voti all’Onnipossente per la caduta della tirannide e pel trionfo della nazione” – da questo momento nasce “la sua fama di rivoluzionaria […] ed eretica”. Scriverà lei, di suo pugno: “Al clamoroso risvegliarsi dei popoli, al tremendo ruggito delle rivoluzioni, allo strepito delle barricate, al crollo dei troni, che tanto contrastava col sepolcrale silenzio del mio carcere, io provava una soddisfazione, uno strano contento che mi rapiva”. Un rapimento, invece che mistico, mitico: a quei tempi Enrichetta dimostra un’audacia inusitata.
Negli anni 50 dell’Ottocento tenta più volte la fuga e, ogni volta che è riacciuffata, Riario Sforza la condanna all’isolamento finché, nel 1854, ottiene di potersi curare presso i bagni termali di Castellammare (dato che persino la Sacra Congregazione dei Vescovi si rende conto che il cardinale ha superato ogni limite). Ma è il 7 settembre 1860 quando, nel Duomo di Napoli, mentre Giuseppe Garibaldi assiste al Te Deum di ringraziamento per la fuga di Franceschiello II di Borbone, che Enrichetta depone sull’altare il suo velo monacale.
Finalmente libera, nel 1864 pubblica I misteri del chiostro napoletano, la propria autobiografia in parte romanzata, con un taglio violentemente anticlericale – che le farà avere immediatamente un enorme successo in Italia e all’estero. La sua tesi finale è che gli individui rinchiusi nei monasteri dalle famiglie, per scopi grettamente dinastici e di eredità, o per evitare di occuparsi di una bocca in più da sfamare, fossero un peso per la nascente Italia, che non aveva bisogno di parassiti bensì di tutti i suoi elementi migliori.
E infine, a differenza di Eleonora, Enrichetta troverà anche l’amore, quello di Giovanni Greuther, un patriota napoletano di origine tedesca, che sposerà col rito evangelico, dividendo gli ultimi anni di vita tra giornalismo e movimento femminista.
(1) La recensione di Cittadine: https://teatro.persinsala.it/cittadine/3479/
(2) “Forse un giorno ci farà piacere ricordare anche queste cose”, verso 203 del I° libro dell’Eneide di Virgilio
venerdì, 10 luglio 2026
In copertina: Ritratto immaginario di Eleonora de Fonseca Pimentel (particolare per ragioni di layout); nel pezzo: Enrichetta Caracciolo di Forino, autore sconosciuto, incisione italiana del XIX° secolo, via https://liberliber.it/wp-content/uploads/2015/03/caracciolo_enrichetta_ritratto.jpg(entrambe di Pubblico dominio)


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