Choreographing the Chaos: geografie del presente
di Biosas con Next Audience (scritto da Francesca Cola e Marta Pastorino con Beatrice Contino, Alberto Drago, Cecilia Isoardi)
Siamo state ospiti al Festival Interplay di Torino, che si svolge ogni anno tra fine maggio e inizio luglio, e comprende qualche appuntamento fino ai primi di settembre, si tratta di uno spazio denso di intrecci. Il Festival Interplay, con le sue proposte, interroga il presente con una doppia prospettiva; la cifra specifica di questa edizione risiede infatti in un duplice movimento: uno sguardo zenitale, dall’alto, capace di mappare l’organismo metropolitano nelle sue complessità strutturali, e una successiva, radicale immersione nel nomadismo urbano delle pratiche e delle performance.
Questa oscillazione è una dichiarazione politica, etica ed estetica. È da molto tempo, infatti, che il Festival Interplay porta avanti un’opera di democratizzazione dell’arte: far uscire la danza contemporanea dai luoghi d’élite per abitare le strade, i parchi e i quartieri più complessi significa trasformare lo spazio pubblico in un territorio accessibile a tutte e tutti, capace di catturare lo sguardo di chi non è abituato a frequentare i teatri. È proprio qui che si respira un senso di libertà e apertura, quella che ci permette di incontrare il contemporaneo in ogni sua ricchezza.
È uno slancio che dialoga apertamente con la scena internazionale, dove creazioni firmate da autori di rilievo scelgono di portare sul palco ensemble numerosi e corali. Lo si vede in lavori iconici come Maldonne di Leïla Ka, People used to die di (La)Horde riadattato per Equilibrio Dinamico Dance Company, o nell’ipnotico organismo vivente di Natural Order of Things dei coreografi GN|MC; o ancora nella residenza di creazione coreografica interdisciplinare dell’artista libanese Bassam Abou Diab.
Si tratta di scelte che evidenziano per contrasto le fragilità della produzione e della distribuzione italiana, spesso costretta a orientare la creazione coreografica su duetti o terzetti per garantire la sostenibilità e la circuitazione degli spettacoli. Un limite strutturale a cui, in questa programmazione, riescono a fare eccezione Roberta Ferrara (Equilibrio Dinamico) e la ricerca di Francesco Marilungo.
Lo sguardo del Festival sembra così rompere la linearità del tempo. Scendendo nei contesti urbani e periferici — dai Bagni pubblici di Via Agliè a Corso Palermo nel cuore di Barriera di Milano, fino a COMBO a Porta Palazzo — il festival usa la concretezza del gesto artistico per illuminare le ombre della nostra epoca. Qui abbiamo potuto seguire gli immaginaridi Daniele Ninarello con I offer myself to you (Expanded version), Un’We di Ertza, DacehALL di Lost Movement e Ad Libitum di Simon Le Borgne.
A ridefinire e risignificare queste geografie urbane è un pubblico vistosamente, quasi programmaticamente, giovane. Una comunità che attraversa e abita spazi diversissimi: dalle aree verdi del Parco del Valentino e dell’Imbarchino – con le performance Los Invisible degli spagnoli Riart Company e di Pack-Back di Marilisa Gallicchio – fino alle sale del Museo GAM con Meraki di Yoy Performing Arts, per poi convergere nei luoghi storici dello spettacolo con le grandi produzioni corali di respiro internazionale, come il Teatro Astra e la Casa del Teatro Ragazzi e Giovani. Proprio quest’ultima apre uno sguardo sull’architettura della sua Arena esterna con due progetti site-specific: Noa del Balletto Teatro di Torino e We will not lower our voices di Carlos Aller e Cecilia Bartolino.
Una presenza densa, che impone di domandarsi cosa stia cambiando nei codici della ricezione e della partecipazione comunitaria alla performance d’autore. Questa rigenerazione della platea rispecchia, naturalmente, l’incrocio tra un direttivo forte di una visione curatoriale stratificata in oltre un quarto di secolo di scouting nazionale e internazionale, integrato a uno staff giovane quanto la platea che fruisce di questa collaborazione.
La struttura temporale della rassegna ne riflette perfettamente la dinamica genealogica: se la giornata inaugurale si è offerta come una celebrazione del ‘passato prossimo’ – un tributo alla memoria storica e alle radici della manifestazione con Ma l’amor mio non muore | Èpilogue di e con Carlotta Sagna, Alessandro Bernardeschi e Mauro Paccagnella, il Festival procede poi nel presente assoluto degli spettacoli contemporanei che sono fenomeni di culto internazionale come i già citati Leila Ka, (La)Horde e GN|MC, formalizzando il passaggio di testimone tra operatori del settore e pubblico, come un processo dinamico e vivo, che si integra alla sapienza di chi conduce il Talk di fine serata, primo tra cui Alessandro Pontremoli, sulle forme, sulle tradizioni e sullo sviluppo della danza nella città di Torino.
Per un pubblico giovane, per una trasmissione di competenze, cifre e stili, i talk fungono da mappa concettuale, perno intorno a cui fruire in modo consapevole delle perfomance.
L’augurio è che le nuove generazioni mantengano lo spirito fresco e genuino di questo progetto. Per noi ne è stato un esempio felice lo spettacolo Superstella diVittorio Pagani, prodotto da Codeduomo – Daniele Ninarello: una bellissima testimonianza di come l’esperienza consolidata di una carriera sapiente sappia accogliere, nutrire e far fiorire lo sguardo di chi esordisce nel mestiere con le sue dinamiche e complessità.
Al centro del Festival ci appare chiara la riflessione attenta sullo spazio, sul tempo e sul corpo, per rinnovare il nostro modo di abitare il presente.
In questo disegno territoriale, il legame con la Lavanderia a Vapore si rivela nodale: se quest’ultima si posiziona nell’ecosistema coreografico come spazio protetto della gestazione processuale, del pensiero e della ricerca pura in cui il pubblico si fa community, Interplay si assume la responsabilità di offrirne il prodotto al tessuto sociale, riflettendo sull’idea di pubblico, con un linguaggio esposto al reale e immediatamente fruibile. L’intera esperienza dello spettatore è scandita da una circolarità concettuale e geografica. Il percorso si è inaugurato dove è destinato a terminare, dalla conferenza stampa ospitata al Living Lab – l’avamposto di rigenerazione ecologica urbano-naturale finanziato tramite i fondi PNRR, dove si sono sempre svolte le residenze e che ora ospita un palcoscenico che è soglia tra il bosco e l’orizzonte aperto su Torino – il festival si è diramato capillarmente attraverso la città e i suoi margini periferici, per poi fare ritorno alla medesima sala a cielo aperto per gli atti conclusivi affidati al Collettivo Lattea. Quello che osserviamo è una chiara transizione verso immaginari più ampi e sostenibili, come dimostra l’esperienza del Living Lab.
Se da un lato gli artisti tendono ancora a frequentare un immaginario cupo e distopico – come emerge chiaramente in studi per M. di Stefania Tansini, Voluptas di Pablo Ezequiel Rizzo e Cani Lunari di Francesco Marilungo, fedeli al compito dell’arte di inquietare il presente – dall’altro si concedono una tagliente ironia per scardinare lo stesso ‘sistema danza’ e la società della performance, dinamica evidente nei lavori Pas de Cheval di Andrea Costanzo Martini e Good Vibes Only (beta version) di Francesca Santamaria. Tuttavia, è proprio nell’esperienza del Living Lab che questa oscurità si dirada: inteso come un vero e proprio presidio ecosostenibile della danza e delle sue pratiche, il progetto lascia intravedere una visione decisamente più luminosa sul futuro e su ciò che la ricerca coreografica può produrre.
Per evitare che questo slancio si disperda in un ingenuo ottimismo, restano però centrali la maturità e la nitidezza della proposta critica. Questa solidità è garantita dalla direzione storica di Natalia Casorati, che ha saputo radicare il festival nel contesto europeo. Interplay si riafferma così come un archivio vivente: una base stabile da cui esplorare il futuro restando ancorati al presente.
In definitiva il Festival ci è apparso come una riflessione sulla contemporaneità, quella di cui ne traccia il significato il filosofo Giorgio Agamben, secondo cui essere davvero contemporanei non significa seguire le mode del momento o adeguarsi passivamente all’oggi. Al contrario, significa saper prendere le distanze dal proprio tempo. Solo staccandosi dal flusso frenetico del presente, infatti, si riesce a guardarlo in modo critico e a capirne i problemi più profondi. In questo percorso, il tempo rivela la sua natura più ricca e complessa: non una linea retta, ma una superficie in cui passato e presente si piegano l’uno sull’altro fino a toccarsi. I vecchi gesti, le storie e le immagini che credevamo dimenticati riemergono così all’improvviso, l’oggi diventa il luogo di un incontro prezioso, un montaggio in cui epoche diverse si sovrappongono e si arricchiscono a vicenda.
Ed è qui che anche noi ne seguiamo l’esempio con una scrittura condivisa nata all’interno di Next Audience, un progetto che mette in atto nel concreto i principi di cui sopra e che risponde alla domanda: come educare allo sguardo, alla critica e alla restituzione di una performance, oggi? Il progetto è stato coordinato e seguito da Francesca Massaioli ed era rivolto a giovani autrici e autori dai 19 ai 35 anni, studentesse e studenti di Scuola Holden di Torino, a cui a cui è stata data la possibilità di accedere al mondo internazionale e a quello territoriale della danza contemporanea e delle performing arts. Il progetto ha attivato infatti una piccola community di giovani spettatori accompagnati alla fruizione con il fine di tradurla qui.
Potrete quindi – la settimana prossima, sempre su InTheNet.eu – leggere le recensioni di alcune performance in scena selezionate, risultato dell’essere parte di un atto vitale, culturale, politico, i cui principi fondamentali possono essere riassunti negli sticker che venivano forniti alle varie serate: Choreographing the chaos – No static bodies – No static people.
venerdì, 10 luglio 2026
In copertina: Una tra le Locandine del Festival, reperita in rete


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Reportage dal Festival Interplay 26. Seconda Parte