Chi era Ulisse?
di Simona Maria Frigerio
Cammino sotto il sole canicolare di fine maggio. Mi attendono 13 chilometri per arrivare sulla collina, dove mi aspetta – come Penelope – una minuta donna dalla volontà di ferro e i modi garbati, che mi spiegherà perché mai abbia scelto di mettere in scena Odissea. Sembrerà ridicolo ai più scarpinare tre ore per avere una risposta. Ma è anche vero che, in un universo/mondo in cui nessuno ha più dubbi o il coraggio e la voglia di porre domande e di dedicare del tempo (quel tempo limitato che dovremmo sottrarre all’ultimo caso di cronaca o allo shopping compulsivo da centro commerciale) a se stessi e a imparare, questo è un lusso che si godono pochi – e comprendono in meno.
Ma prima di arrivare alla montagna, a Maometto toccò camminare e così, eccomi qui, che marcio a passo spedito a fianco di una strada a doppio senso sulla quale le auto sfrecciano come se fossero a Le Mans e i pedoni (pari a uno, ossia me stessa) non sono contemplati. La Toscana, terra di dolci declivi da cartolina è, in realtà, una gigantesca autostrada senza caselli, che scortica i muri delle case e si fa largo dando rudi spallate a pedoni e ciclisti – che hanno come unica alternativa il finire nei fossi. Per fortuna, quando ormai il miraggio dell’ombra di un platano sembra un miraggio, appunto, ecco che la strada si dirama e io inizio a salire in collina tra ulivi in fiore, potati con geometrico rigore e ville pretenziose con alte siepi a preservarne la privacy. Tutto intorno a me è silenzio. Il tempo degli amori, per le cicale, è ancora da venire. Solo una serpe giallo-verde, improvvisamente, mi striscia al fianco e attraversa la strada rassicurata dalla mia presenza.
Dopo l’ultimo tornante la vedo: in alto, sul declivio, tra rose selvatiche e gelsomini in fiore, mi attende all’ombra. Incontrarla è come sempre una sfida perché solo lei sa cosa vorrà rivelarmi. Però, dopo 13 chilometri, è a un bicchiere d’acqua fresca zuccherata che mirano le mie gambe stanche. I racconti potranno arrivare più tardi, col rituale del tè delle 5. Molto British per una regista italiana che ha portato la sua visione di teatro nel mondo.
Trascorre il tempo del riconoscerci. Poi, dopo essermi accoccolata come una stregatta azzurra, su una delle sue sedie di ferro verniciate di bianco, all’ombra del terrazzamento inondato di gelsomini, mentre addento un dolcetto che pare un monte Fuji di frolla innevato di zucchero a velo, le chiedo: “perché? Perché dedicare uno spettacolo a Ulisse?” Infido, machiavellico e anti-eroico. Innalzato da Dante a vette filosofiche alle quali, probabilmente, nemmeno aspirava grazie a quell’unica, furbesca invettiva, che serviva solo a manipolare i suoi poveri compagni di sventura: “Fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza”.
Lei, donna e artista visionaria, come aveva potuto pensare di trasporre per il teatro, rituale visivo e carnale, un poema epico il cui protagonista è, in fondo, solo un maschio alfa, mercenario e capitano di ventura? Come evitare il tranello di una riduzione del testo, tranello nel quale cadono anche i migliori cineasti quando abortiscono film scialbi tratti da libri troppo intimi, o profondamente filosofici, che vanno letti in silenzio e solitudine, quando siamo davvero in vena di incarnare – per un attimo eterno – la penitente di La Tour, rischiarata solo dal lume di una candela. Il libro è una soglia. Una soglia che non si può varcare con impudenza, calzando scarponi chiodati.
Ma anche il teatro non è una soglia sull’abisso; uno sguardo a volo d’uccello sulla tragedia umana; un rituale di purificazione dal quale ci ritraiamo solo dopo che si è compiuto un qualcosa che è insieme scintilla di illuminazione, e dolorosa presa di coscienza della nostra fragilità? “Perché Ulisse?”
“Perché è stato il primo uomo moderno nella storia della letteratura, vincendo un popolo con l’astuzia”. “Il primo uomo moderno”, ripete decisa: “Non un eroe che è tale perché affronta le proprie paure, come il mio amato Ettore”, “né il ragazzo che sacrifica la propria vita per generosità o senso di cametarismo, come il mio amato Patroclo”, le rispondo io (che il suo Ettore, fossi stata Achille, avrei trascinato nella polvere… come infatti fece!).
Il mito di Ulisse è morto. Lo ha ucciso una donna minuta dai modi vezzosi e la volontà di ferro. Ne ha fatto un uomo, uno di quei tanti uomini che da secoli, anzi millenni, giocano con i popoli quasi fossero manovrabili soldatini di piombo. Il teatro, al contrario, è un gioco molto serio. Lo ha dimostrato quando ha trasformato il pedante Amleto che ci hanno consegnato col teschio, la calzamaglia e il suo arrovellarsi tra Essere e Non essere, in un regista che mette in scena la sua stessa tragedia, in uno scacchista che con una sola mossa dà scacco al Re. Lei ha ucciso il mito di Odisseo cantato da Dante, regalandogli semplicemente un mappamondo, allegoria epifanica comprensibile a tutti, perché inevitabilmente legata all’immagine di Hitler ne Il grande dittatore.
E ora, cali il sipario.
(A M. G.)
Nono racconto inedito della serie Allegoria della morte.
I precedenti:
venerdì, 17 luglio 2026
In copertina: Achille trascina il corpo di Ettore nella polvere per vendicare la morte dell’amato Patroclo. Foto di Dimitrios Spyridon Chytiris da Pixabay


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