Dal film di Giuliano Montaldo al libro di Massimo Recchioni
di Simona Maria Frigerio
Inquadrata la vicenda, ossia le difficoltà quasi insormontabili che affrontarono i partigiani italiani durante la Resistenza al nazifascismo (grazie la film L’Agnese va a morire, che abbiamo analizzato la settimana scorsa, 1), veniamo al caso indagato con scrupolo e affetto in Francesco Moranino. Perché si colpì dalla parte sbagliata.
Ad aprire il volume, tre presentazioni.
Lidia Menapace, in primis, riconosce a Recchioni la serietà del lavoro di storico con i limiti di tale scienza, dato che può sempre trovarsi un nuovo documento o prova che rimetta in discussione l’assunto da cui si è partiti, o le conclusioni a cui si è giunti; ma poi ‘deraglia’ fuori tema (come ci rimproveravano i professori a scuola). Ci racconta della sua amicizia con Scalfaro, delle sue vacanze in Valsesia presso la famiglia di lui, del suo essere stata compagna di classe della futura moglie – tutti fatti adatti a un rotocalco più che alla presentazione di un libro di taglio storico; e ne assume perfino le difese (in maniera poco comprensibile); così come accenna a una giovane fascista, forse collaborazionista, il cui cadavere non fu mai ritrovato (quasi a dar ragione a chi considerò i partigiani ‘banditi’).
Il grande vecchio del Partito Comunista, Pietro Ingrao, fa persino peggio: tenta la via della excusatio non petita, accusatio manifesta circa il comportamento del PCI nei confronti di Moranino e poi fa strane allusioni al pensiero di Ernesto Che Guevara, dicendo che andrebbe anche letto e non solamente esaltato come un mito. Noi che lo abbiamo letto, ci permettiamo di ricordare uno tra i più vibranti discorsi pronunciati alle Nazioni Unite (2) e il suo Diario in Bolivia, in cui si percepisce bene quali sacrifici deve sopportare un guerrigliero (pensiamo solo alle sue crisi asmatiche, che lo torturavano giorno e notte) e come, se è vero che nessuno può scegliere come morire, vero è anche che si può scegliere come vivere.
Passando oltre, la presentazione di Alessandra Kersevan (in realtà, la prima), reduce dalla pubblicazione di un nuovo ed esaustivo libro sui fatti di Porzûs – che spiega la nascita della Gladio anche attraverso alcune vicende partigiane nel Nord Est – è, al contrario, perfettamente centrata e riconosce a Recchioni di appartenere a coloro che si oppongono al revisionismo storico imperante. Del resto, la stessa Kersevan torna sui fatti, sulle omissioni e le letture fuorvianti di Porzûs, dopo trent’anni dal suo primo saggio/inchiesta. Nella presentazione puntualizza non solamente le affinità tra il caso giudiziario da lei indagato e quello di Moranino, ma ricorda come la mancata de-fascistizzazione dell’amministrazione e della giustizia portò a insabbiamenti durati quasi mezzo secolo; mentre, nel caso Porzûs o Moranino, a condanne che sembravano già pronunciate prima ancora che si iniziassero i processi (del resto, come apprendiamo nel libro, Gaetano Azzariti, Presidente del Tribunale della Razza sotto il fascismo, divenne, nel 1957, Presidente della Corte Costituzionale e, prima, collaborò addirittura con Togliatti alla famosa, o famigerata, amnistia).
Il libro di Massimo Recchioni
Dopo un preambolo in cui l’autore fa una disamina veloce ed onesta della politica italiana ed espone la sua opinione, i primi capitoli ci regalano un ritratto umanissimo di Moranino attraverso pagine dei suoi diari e lettere dal carcere. Quasi dalla sua ‘viva voce’ apprendiamo come la scuola di partito, in quegli anni di confino e prigionia per gli oppositori al regime, fu proprio il carcere – luogo di incontro, dialogo, scambio di informazioni, idee e progetti: utopia condivisa per un altro mondo possibile. Apprendiamo anche da Recchioni che, sebbene in clandestinità, sindacati e moti operai continuarono a opporsi alla cancellazione dei (pochi) diritti ottenuti nel biennio rosso e che, nel 1943, Moranino fu scarcerato anche grazie allo sciopero della fame indetto dai reclusi slavi: una grande lezione di comunismo e internazionalismo, un modo per affermare che – per loro – non tutti gli italiani erano fascisti e nemici.
Moranino, del resto, era stato condannato a 12 anni di carcere per aver cercato di coinvolgere gli operai in battaglie per la difesa dei loro e dei suoi diritti, essendo egli stesso un lavoratore tessile. Ma la libertà, nel 1943, non lo consegna a un Paese pacificato bensì profondamente diviso internamente e occupato dai nazisti. Del periodo della Resistenza Recchioni ricorda anche il ferimento di Moranino in un’imboscata: alcuni compagni li avevano informati che in un’osteria avrebbero potuto incontrare alcuni soldati intenzionati a disertare e a unirsi alla Resistenza – al contrario, trovarono quasi tutti la morte.
La difficoltà per i partigiani di avere informazioni certe – anche da parte dei comandi del CLN o degli anglo-statunitensi – sull’identità e l’eventuale missione affidata a persone a loro non note o sulle quali arrivavano giudizi divergenti, era evidente. Combattere in trincea ti permette, almeno, di riconoscere il nemico sul campo. La Resistenza, come la guerriglia del Che in Bolivia, era qualcosa di completamente diverso perché il delatore come l’infiltrato poteva essere chiunque – la tua vicina di casa per l’Agnese o un amico cresciuto con te in campagna o, perfino, quel vecchio che incontrerai anni dopo e fingerai di non sapere che ha fatto ammazzare tuo padre (come in un altro film culto, La lunga notte del ‘43).
Recchioni racconta poi come, finita la guerra di Liberazione dal nazifascismo le spinte anglo-statunitensi contro gli ideali comunisti e la naïveté (possiamo considerarla tale?) di Togliatti portarono a quello che Sandro Pertini fu tra i pochi a comprendere: i partigiani che avevano lottato nella Resistenza sarebbero passati per ‘banditi’ e i fascisti, che avevano sostenuto una dittatura e trascinato l’Italia in guerra, sarebbero rimasti ai posti di comando – sia nell’amministrazione statale sia nelle forze dell’ordine e nella magistratura. La cosiddetta Legge di Amnistia voluta e firmata da Togliatti rese possibile tutto ciò, e se il cosiddetto ‘migliore’ pensava che la stessa avrebbe portato voti al PCI e pacificato il Paese, sbagliò in maniera grossolana per un politico navigato come lui. Recchioni racconta anche che, oltre all’insabbiamento delle stragi di civili italiani a opera dei nazifascisti, furono graziati – o nemmeno giudicati – gerarchi che commisero atrocità in Somalia, Eritrea e Libia, uccidendo migliaia di civili con l’iprite (altro che “italiani, brava gente”!), e rivendicando quella superiorità razziale, che era credo aberrante condiviso, però, non solamente dai nazifascisti, viste le ben note esternazioni dello stesso Winston Churchill.

Come racconta Recchioni, mentre in Olanda, Belgio, Danimarca, Norvegia e Francia, furono prontamente istituiti Tribunali speciali per giudicare i criminali filonazisti e i collaborazionisti (in alcuni Paesi reintroducendo persino la pena capitale); in Italia “la preoccupazione fondamentale degli organi istituzionali fu quella di proteggere cittadini italiani accusati di aver commesso crimini di guerra dalle richieste di consegna avanzate dai Paesi occupati dall’Italia fascista”. Non diversamente da quanto avrebbe fatto la Germania, dove la grande industria e la burocrazia continuarono a macinare denaro e potere. I pochi condannati italiani, quasi esclusivamente in ossequio agli inglesi (della punizione contro i crimini perpetrati a scapito di jugoslavi, africani o greci non ci sono pervenute molte notizie), furono ben presto amnistiati o rilasciati per buona condotta e l’opera di de-fascistizzazione non fu minimamente sostenuta né dai cosiddetti alleati (che, al contrario, vedevano nei fascisti un baluardo contro il bolscevismo) e nemmeno dalla DC e dalle forze di Governo, che sapevano di dovere il loro potere (che avrebbero detenuto per quarant’anni) al servaggio (termine oggi più che mai pertinente per tutti i partiti della cosiddetta Seconda Repubblica) imposto dagli States.
Piccolo inciso: leggere, nero su bianco, l’elenco dei crimini di guerra e delle stragi compiute da Badoglio, Borghese o Graziani, solo per citare forse i nomi più noti, e di come se la siano ‘cavata a buon mercato’, continuando la loro ascesa sociale e politica, ci fa comprendere non solamente perché Moranino e i comunisti siano stati eliminati dai giochi del potere, ma anche perché oggi si possano sostenere Governi apertamente neofascisti come quello israeliano o ucraino senza battere ciglio (a destra, ma anche a ‘sinistra’).
Il caso Moranino
Non racconteremo per intero l’affaire Moranino, altrimenti toglieremmo al lettore il gusto di acquistare il libro e scoprirlo da sé. Ma vogliamo sottolineare che le pretese legali su cui si basarono le condanne (in primo e secondo grado, oltre che in Cassazione) sono pretestuose anche per un profano. La prima ‘colpa’ di Moranino sarebbe stata che non vi fu una deliberazione collegiale contro le sette possibili spie fucilate (fatto, tra l’altro, smentito da alcuni testi della stessa accusa come puntualizza l’onorevole Guido Bernardi, socialista e relatore di minoranza, in sede di discussione alla Camera sull’autorizzazione a procedere e sull’arresto di Moranino). La seconda accusa sarebbe quella di non aver “redatto un regolare processo verbale” – fatto anche questo smentito dalle testimonianze, visto che tali documenti, occultati per un rastrellamento nazifascista, andarono poi persi. Del resto, quando un partigiano deve scappare porta con sé il fucile, non un verbale! Ma, sempre come specifica Bernardi, se a redarre e firmare le domande “di autorizzazione a procedere è il procuratore generale della Corte d’Appello dottor Nigro, fascista e repubblichino, già epurato ma poi riammesso in servizio nel grado conferitogli per meriti nazifascisti dalla Repubblica di Salò”, lasciamo al lettore trarre le conclusioni su chi vinse realmente la guerra in Italia.
Ma è la difesa dell’ex partigiano e parlamentare comunista, Gian Carlo Pajetta, quella su cui ci soffermeremo perché esemplifica l’intero assunto: “…quando il Commissario Cutrì, il seviziatore degli antifascisti di Perugia, denunciato da noi in Parlamento, e sulla stampa, rimane alla Questura di Roma (col compiacimento dell’onorevole Saragat), quando viene decorato il Commissario Collotti, quando si fanno stendere le accuse contro partigiani dal repubblichino Nigro, ebbene, che cosa volete? Fate applaudire i Repubblichini, essi sono autorizzati a scrivere che hanno dato l’avvio e su quella strada si muovono altri, se decorate Cutrì e Cavallotti, se li promuovete; ebbene, incaricate questo Cutrì di mettere le manette a Moranino, fate interrogare da Cutrì Moranino, che già una volta è stato interrogato da quella gente: fate condannare da Nigro Moranino, che già una volta è stato condannato da quella gente, e poi promuoveteli, e poi decorateli, e poi date loro la vostra mano, se non avete paura che si sporchi. Ma noi no, noi non lo faremo. Noi li abbiamo combattuti, disprezzati quando erano i più forti, quando credevano di schiacciarci, e noi li combattiamo anche oggi”.
I capitoli finali del libro raccontano il dopo: l’esilio di Moranino come perseguitato politico, l’amnistia generale del 1966, il rientro in Italia, l’elezione a Senatore della Repubblica, il cordoglio al funerale.
Partendo dalle speranze che Moranino rivelava in una lettera alla figlia, da lui soprannominata Katiuscia (e chissà cosa avrebbe detto lo stesso nel sapere che Каtюша è una tra le melodie che non è più possibile cantare in pubblico, dal 2022, in Ucraina), Recchioni tira alcune amare conclusioni che condividiamo come Redazione: “Il Paese più prospero, giusto e libero che Gemisto auspicava sarebbe diventato invece quello di piazza della Loggia, dell’Italicus, della strage alla stazione di Bologna, della P2, degli anni di piombo, del terrorismo e delle stragi di mafia, di Genova 2001, degli «uomini soli al comando», della fine del Paese accogliente e solidale che fu”.
99 Posse (presenti anche a Genova 2001), nel 2014:
Post scriptum
Dedichiamo come direttore ed editore questa recensione a tutti noi che credevamo, proprio in questi giorni di 25 anni fa, che un altro mondo fosse ancora possibile. La dedichiamo a Carlo Giuliani, agli ideali di Porto Alegre, a quella Genova che ci gettava bottigliette d’acqua dalle finestre e spruzzi di canna dalle terrazze, in quelle torride giornate di luglio. Anche il nostro movimento fu spazzato dalla storia a colpi di disinformazione mass mediatica, sangue e trattamenti inumani (chi ricorda quanto accadde alla Diaz e a Bolzaneto? Quella fu davvero la notte della Repubblica nata dalla Resistenza).
A distanza di un quarto di secolo siamo tuttora convinti che avessimo ragione noi. Opporsi al cambiamento climatico è semplicemente ridicolo, strumentale (e anti-scientifico) se prima non si affrontano le cause (al di là dei possibili eventi cosmici): l’intero sistema capitalistico-consumistico ormai finanziarizzato e transnazionale, lo sfruttamento delle risorse umane e naturali, l’egemonia occidentale sempre più bellicosa e destabilizzante, l’aumento della produttività e della popolazione globale. Basti pensare che la battaglia contro gli Ogm non era la velleitaria proposta europea di usare farina di cavallette, o abbattere il bestiame per ridurre le emissioni di CO2 (quando per una sola mandorla occorrono 4 litri d’acqua: con buona pace di vegani e vegetariani!) o, ancora, invitare Cuba a un ritorno alla monocoltura (quella che affama Haiti). No, era la battaglia per un’agricoltura di sussistenza dove il contadino non fosse costretto a ricorrere ai semi delle multinazionali – e ai suoi insetticidi e diserbanti. Ma oggi, anche solo dire che se la UE vuole aiutare Cuba, dovrebbe investire per impiantare nell’isola aziende per la produzione locale di fotovoltaico, e si è tacciati di ‘comunismo’ – come se fosse un disonore continuare a credere in un mondo di liberi e uguali, nell’internazionalismo che nasca dal rispetto per l’altro da sé: la sua cultura, la sua lingua, il suo credo o il suo ateismo.
In questi giorni abbiamo letto una frase davvero arguta: l’Occidente si dedica e vanta dei suoi diritti civili, perché non le costano nulla, mentre quelli sociali hanno un costo economico. E allora è giunto il momento che il diritto all’acqua, alla salute, all’istruzione, al lavoro, all’assistenza, a una casa diventino finalmente diritti civili – almeno al pari di sfilare in parata a Tel Aviv, mentre i palestinesi sono massacrati a Gaza.
(1) https://www.inthenet.eu/2026/07/10/prima-lagnese-poi-gemisto/
(2) http://www.instoria.it/home/discorso_ernesto_che_guevara_onu.htm
venerdì, 17 luglio 2026
In copertina: La copertina del libro di Massimo Recchioni (particolare per ragioni di layout); nel pezzo: Italia, 1935-1936. Cartolina umoristica disegnata da Enrico De Seta e destinata alle truppe impegnate in Africa orientale, da https://www.assemblea.emr.it/cittadinanza/per-approfondire/formazione-pdc/viaggio-visivo/lideologia-nazista-e-il-razzismo-fascista/il-razzismo-fascista/limpiego-dei-gas-in-etiopia/approfondimenti/foto94bis.jpg


La morte degli ideali
Illuminazione al contrario
119 miliardi di euro: altro che asset russi!
Vecchi bambini e Il ballo del qua qua
No more hair drama!
La morte del mito, la nascita del teatro