Le recensioni delle performance
di Biosas con Next Audience (Scritto da Francesca Cola e Marta Pastorino con Beatrice Contino, Alberto Drago, Cecilia Isoardi)
Riprendiamo il discorso iniziato la settimana scorsa con una disamina dei lavori che, secondo noi, sono il “risultato dell’essere parte di un atto vitale, culturale, politico, i cui principi fondamentali possono essere riassunti negli sticker che venivano forniti alle varie serate: Choreographing the chaos – No static bodies – No static people”.
Teniamo a precisare altresì che le recensioni sono il frutto dell’impegno di giovani autrici e autori, dai 19 ai 35 anni, studentesse e studenti di Scuola Holden di Torino, che hanno partecipato al progetto Next Audience, coordinato e seguito da Francesca Massaioli.
29 maggio | Via Baltea 3. DanceALL
Workshop di Lost Movement
Quante volte ci è stato detto, prima di un saggio, che non importa se si sbagliano i passi, l’importante è divertirsi? Ebbene, è possibile metterlo in pratica con una compagnia di danzatori professionisti? Lost Movement porta in scena DancehALL, un progetto che scompone il cha cha cha, la salsa, la polka e il jive, riproponendo queste danze in una chiave coreografica contemporanea. Dei balli di coppia non rimane né il contatto né la sensualità, ma restano i gesti e i movimenti, che vengono ridotti alla loro essenzialità e compaiono in sequenze lunghe, quasi ossessive. Spogliati della loro intenzione, i passi vengono incastrati in un gioco coreografico rigoroso e matematico, in cui è fondamentale il dialogo non solo con il luogo urbano, ma anche con la comunità. In effetti, il giorno precedente, la compagnia ha tenuto un workshop in Barriera di Milano aperto a tutti, danzatori e non. I partecipanti, dunque, diventano performer a loro volta, ma come afferma Christian Consalvo, l’obiettivo è una danza accessibile, agerarchica, che livella le differenze; il nucleo del loro lavoro è tanto la riappropriazione degli spazi quanto quella dei corpi: la danza è per tutti. Non ultimo, il divertimento. Durante le prove generali, Nicolò Abbattista e Christian Consalvo insistono sul fatto che l’affidabilità alla coreografia sia relativa: nonostante nessuno dei performer abbia mai ballato il cha cha cha, nonostante la velocità della polka o le otto ottave di saltelli di jive, l’importante è divertirsi.
(C.I.)
4 giugno | Casa del Teatro. People used to Die
(La)Horde | Equilibrio Dinamico
In People Used to Die, (La)Horde trasforma il palcoscenico in un dance floor: tra transenne, luci stroboscopiche e tracce techno, un gruppo di giovani entra in scena come all’ingresso di un rave. La danza esplode in movimenti sincronizzati, corse, urla e collisioni; i performer si alternano tra momenti di energia collettiva e pause per riprendere fiato, mentre il palco si popola e si svuota continuamente. La ripetizione dei gesti sincronici e l’intensità della musica costruiscono un’atmosfera sospesa tra festa, rituale e arti marziali.
Lo spettacolo richiama le pratiche partecipative e comunitarie della danza contemporanea di Pina Bausch, ma sostituisce la teatralità dei gesti quotidiani con l’estetica del clubbing. Allo stesso tempo, la fisicità estrema e le dinamiche di gruppo ricordano coreografie di Olivier Dubois, come Tragédie, dove il movimento collettivo diventa esperienza quasi tribale. In (La)Horde, però, il rave non è solo un tema: è il linguaggio stesso attraverso cui si manifesta una comunità temporanea, fragile e pulsante.
(B.C.)
4 giugno | Casa del Teatro. Last Movement of Hope – Chapter II: Organi_short
Adriano Bolognino
In Last Movement of Hope – Chapter II: Organi_short, Adriano Bolognino mette in scena un duetto che esplora la fragilità e la forza del corpo umano attraverso una relazione fatta di vicinanze, distanze e continue ricerche reciproche. Sulla sinfonia per archi e fiati le danzatrici oscillano avanti e indietro alternando movimenti fluidi a convulsioni che evocano paura, perdita e desiderio. Quando la musica si interrompe, il respiro delle performer diventa esso stesso materia sonora, riempiendo il vuoto e trasformando l’assenza in presenza.
Per il tema del legame tra due corpi e della memoria affettiva, il lavoro richiama i duetti di Mats Ek, dove il gesto quotidiano si carica di tensione emotiva. Allo stesso tempo, la ricerca di una fisicità vulnerabile e l’uso del respiro come elemento drammaturgico ricordano alcune opere di Anne Teresa De Keersmaeker. In questa performance, la speranza emerge come fragile resistenza alla perdita.
(B.C.)
4 giugno | Casa del Teatro. Violetto Bellosguardo
Vittorio Porcelli/Equilibrio Dinamico
In Violetto Bellosguardo, la figura di Violet Beauregarde, la bambina competitiva de La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl, è un dispositivo per riflettere su identità, successo e aspettative. In scena un unico performer, vestito di blu e con il volto segnato dallo stesso colore, mastica ossessivamente una gomma da masticare mentre alle sue spalle viene proiettata una figura antropomorfa che ne amplifica i gesti e i suoni. Tra video, musica elettronica, danza e azioni ripetitive l’attore scende tra il pubblico chiedendo chi abbia trovato il biglietto d’oro, evocando il desiderio di essere scelti e riconosciuti. A questo si intreccia una poesia frammentaria e visionaria, in cui affiorano versi come «dove rompo verso e vizio ti sollecito il giudizio» e «l’agonia a questa età sta nell’incapacità».
Per l’uso di azioni ossessive e della trasformazione del corpo come linguaggio performativo, lo spettacolo richiama alcune opere di Jan Fabre. Allo stesso tempo, l’intreccio tra autobiografia, parola e movimento lo avvicina ad Alessandro Sciarroni. Porcelli costruisce però un universo pop e ironico, in cui il mito del successo rappresentato viene progressivamente svuotato e messo in discussione.
(B.C.)

6 giugno | Lavanderia a Vapore. Cani Lunari
Francesco Marilungo
Uno spettacolo che interroga e si interroga sull’evoluzione dell’essere umano con un linguaggio onirico, spirituale e magico. In quest’ottica, anche l’inizio risulta perfettamente coerente e centrato. In principio, un’esplosione, una luce: gli spalti sono completamente illuminati. Anime innocenti in vestito bianco appaiono sul palco e iniziano a muoversi e cantare in modo apparentemente non naturale. Ma d’altronde, se si parla di evoluzione, bisogna prima imparare. Queste anime conoscono la natura ballando con dei corvi finti, flirtano con la morte e si spogliano man mano, mostrando la carne, concludendo questo ciclo di evoluzione, costruzione e decostruzione in un cerchio di sabbia: simbolo spirituale per antonomasia.
Uno spettacolo che parte alla massima tensione e non scende mai, che riesce a tenere il pubblico incollato ma risulta disorientante e stancante per la lunga durata.
La musica e le canzoni anacronistiche conferiscono allo spettacolo un’atmosfera ancora più cupa. Le vocalità oniriche ricordano un’atmosfera religiosa ma ancestrale.
Nel complesso l’atmosfera evoca diverse sensazioni difficili da decifrare che ricordano i film The Witch di Robert Eggers e Bugonia di Yorgos Lanthimos, ma anche il quadro Il viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich per la parte più contemplativa sul significato dell’esistenza umana e la ricerca del vero.
(A.D.)
6 giugno | Lavanderia a Vapore. Good vibes only (beta test)
Francesca Santamaria
Può la danza contemporanea raccontare il presente? Certamente, e lo fa anche in modo ironico.
Francesca Santamaria in un one woman show mette a nudo la paradossalità del presente con una experience interattiva e multimediale in tre parti. In un loop infinito, vengono caricati all’interno del dispositivo impersonificato da lei – metafora nella metafora; il corpo che si fa dispositivo digitale – balli, da hit a meme, diventati trend grazie alla diffusione sui social. I balli si ripetono all’interno di un perimetro ben definito, in cui agisce il dispositivo in scena, che è lo stesso della nostra società occidentale. Ci auto-limitiamo a seguire i trend del momento, senza domandarcene origine o significato, svalorizzando l’opera in sé e attribuendogli un nuovo scopo: non più danza da interpretare ma automatismo funzionale all’interazione online. Una perfetta critica alla società della performance, che si conclude con l’esibizione di un codice QR sul vestito del dispositivo che, avvicinandosi al pubblico, si fa desiderare di essere inquadrato.
Divertente e intrattenente per una durata giusta che passa senza accorgersene. Una performance fisica e intensa che gioca sapientemente attorno alla noia di oggi. Uno spettacolo che può sicuramente per certi versi ricordare alcuni episodi della serie britannica Black Mirror o il film Triangle of sadness di Ruben Östlund. Seppur quest’ultimo rivolga la critica specificatamente ai super ricchi, vale il concetto del non sapersi più annoiare ignorando anche la realtà.
(A.D.)
7 giugno | Imbarchino. Los Invisible
Riart Dance Company
In trasparenza, si vede l’aria. Quanto più l’energia che arriva dal mondo della street dance, del breaking in particolare, e del parkour rafforza i movimenti, tanto più essi appaiono leggeri. Si assiste all’incontro tra due corpi, attraversati da forze non visibili ma che ne influenzano le connessioni, in un linguaggio in cui ogni gesto, anche i più piccoli, anche gli sguardi, è carico di valore. Ci sono sospensioni, movimenti lenti e contatti delicati, ma anche quando i performer strisciano a terra, quando l’erba si impiglia nei loro capelli, è evidente il dialogo con l’instabile, la ricerca non solo si un equilibrio, ma di qualcosa che salga verso l’alto, un respiro, condiviso con gli spettatori che assistono seduti nello spazio sensibile del parco del Valentino.
Si intuisce la relazione con i quattro elementi: Terra, per la fisicità e matericità della performance, Fuoco, per l’energia del breaking e del parkour, di cui si mantiene la memoria nei movimenti, Acqua, quando i performer entrano in scena e si preparano all’incontro, Aria, ciò si cerca, ciò cui si aspira, la leggerezza che si vede in trasparenza.
Riflessione sulla danza stessa e sul suo valore: la leggerezza che porta la danza in uno spazio verde, mentre gli aerei volano in cielo. Riconducibile a Dérive, performance della stessa compagnia per Interplay 2025, per l’energia, la matericità.
(C.I.)
7 giugno | Imbarchino. Pack-Back
Marilisa Gallicchio
Due danzatrici, zaino in spalla, giungono nel cerchio di spettatori. Quasi subito, una delle due cade a terra e perde i sensi. La coreografia, dunque, ha inizio con un peso non indifferente, quello di un corpo molle che deve essere spostato e sollevato, un corpo privo della facoltà di movimento che diventa parte della performance in linee precise e connessioni vitali. Quando la performer si riprende, le danzatrici cominciano a muoversi insieme. Come nella prima parte, gli zaini guidano le connessioni, vengono impiegati nei movimenti, appaiono come un prolungamento del corpo; vengono anche scambiati. Da ostacoli, diventano un’opportunità per creare nuove forme e riempire lo spazio. Alla fine, si scopre il loro contenuto: coriandoli. Le due performer sono stupite dalla leggerezza del peso altrui, e quasi si scontrano.
(C.I.)
9 giugno | Lavanderia a Vapore. Studi per M.
Stefania Tansini
La ricerca di un posto in cui stare come ricerca di senso della propria esistenza. Il corpo è una carne in movimento – rigida, poi fluida, di nuovo rigida e infine convulsa – che sbatte, si apre e si richiude, ti penetra, si nutre, ti osserva e si osserva, respira e ti disorienta; come un essere che deve ancora imparare a muoversi, ma un costante fastidio irrisolvibile glielo impedisce. Assume diverse posizioni, cambia terreno e si riadatta, prima alla luce e poi al buio, ma il corpo non riesce a stare fermo: inevitabilmente si abbandona all’assenza stessa di senso.
Un’opera astratta che gioca sapientemente con il rumore degli oggetti in scena (le due sedie nere), sfrutta la sala e lo spazio a disposizione usando le ampie finestre per conferire una maggiore inquietudine alla drammaturgia e rimanendo fisicamente ed emotivamente vicino al pubblico.
Uno specchio di due anime che vagano alla ricerca di senso: riflesso della contemporaneità o di una domanda esistenziale universale?
I corpi delle due performer si muovevano a tratti in modo molto fluido, a tratti in modo quasi robotico, alternando questi stili per tutta la durata, risultando ipnotici ed enigmatici, riuscendo allo stesso tempo a provocare nello spettatore forti emozioni non solo per l’intensità dei corpi ma per la drammaturgia in scena. Osservare due anime disperatamente alla ricerca di senso è una sensazione che forse oggi è più presente di un tempo.
(A.D.)
9 giugno | Lavanderia a Vapore. Hit Hout
Parini Secondo
Tensione: stato di rigidità muscolare o psicologica. L’azione del tendere e lo stato di ciò che è teso: portare la corda alla giusta tensione.
Ritmo: componente fondamentale non solo della musica e dell’arte, ma anche dei processi biologici e delle attività quotidiane. Nelle arti visive: la ripetizione armoniosa e geometrica di linee, forme o spazi vuoti e pieni.
Due parole antiche, che risultano però predominanti nella società di oggi. La tensione e il ritmo sono elementi che ci portiamo dietro quasi inconsciamente, ormai. Proprio come le performer nello spettacolo di Parini, che attraverso i salti con la corda mettono in scena una performance di resistenza fisica encomiabile rendendo la corda un prolungamento del corpo, la manifestazione reale della tensione fisica, visiva e sonora; un moto incessante, fin quando la lotta contro il proprio corpo finisce, si diventa di nuovo padroni di sé e la corda cade. Tuttavia, la durata dello spettacolo risulta eccessiva una volta compresa la prevedibilità della messa in scena.
La ripetizione ossessiva dello schema messo in scena può ricordare il famoso film di Charlie Chaplin Tempi moderni. Risulta anche coerente con l’attualità per la stanchezza fisica ed emotiva costante che oggi si prova e per la volontà di essere perfezionisti. Viene subito in mente un film che mette brillantemente in scena cosa può accadere se non si lascia la ‘corda’, Whiplash di Damien Chazelle.
(A.D.)

9 giugno | Lavanderia a Vapore. Superstella
Vittorio Pagani
Uno spettacolo in grado di restituire la complessità del presente.
Vittorio Pagani conduce un one man show, accessibile e ironico, diviso in tre capitoli in costante dialogo con il pubblico avvalendosi di un proiettore che è parte attiva dello spettacolo, dialogando a più frammenti con Otto e mezzo di Fellini e disegnando coreografie testuali e audiovisive che accompagnano vari momenti della performance.
Si prende gioco dell’intelligenza artificiale per aprire un discorso su cosa voglia dire fare arte e fare danza oggi, in cui il conflitto, un po’ come in otto e mezzo, è la scelta da fare. Meglio la danza classica? Meglio qualcosa che favorisca l’engagement o meglio qualcosa di ricercato? Vittorio esplora tutte queste possibilità, abbracciando diversi modi di concepire e interpretare la danza – modi di essere – regalando momenti poetici e di stupore e scene di puro divertimento; lasciando tante domande e la possibilità al pubblico di dare le sue risposte.
Uno spettacolo universale se non per la lingua parlata, che si prefissa di essere anche un manifesto politico: la volontà di poter scegliere e poter essere oggi è più importante di qualsiasi altra cosa. La rappresentazione che si può essere più moltitudini allo stesso tempo. Una bandiera che mira a rappresentare e tenere traccia di questo tempo. Oltre l’ovvio riferimento a Fellini, sarebbe difficile rintracciare o ipotizzare tutto il materiale narrativo e non che è stato di ispirazione, proprio perché comprende tantissime sfaccettature. Si potrebbe indicare il film Birdman di Alejandro González Iñárritu ed Everything everywhere all at once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert, o ancora il romanzo Infinite Jest di David Foster Wallace – oppure nessuno di questi.
(A.D.)
12 giugno | Lavanderia a Vapore. Pas de Cheval
Andrea Costanzo Martini
Andrea Costanzo Martini e Francesca Foscarini mettono in scena uno spettacolo ironico ma al contempo profondo. Sfruttando la figura del cavallo come metafora della condizione coercitiva che i performer oggi vivono, la coppia interroga la platea e se stessa su quanto e cosa si sia disposti a fare per stare sul palco. Si muovono come due entità intrappolate: apparentemente libere, ma in realtà soggiogate da un potere superiore (un segnale d’allarme che si ripete casualmente). In cerca di risposte dal pubblico, gli artisti iniziano a dialogare attraverso voci pre-registrate. Cercano condivisione, comprensione e gentilezza ma non riescono a liberarsi dalla loro condizione finché non trovano due carote, che consumano a pezzi come atto conclusivo, dichiarando che il primo strumento politico è il corpo in quanto tale.
Una riflessione satirica e accessibile che, tuttavia, risulta a tratti ridondante nei tempi della performance. Seppur interessante, l’effetto ‘sorpresa’ del dialogo, perde mordente sulla lunga distanza, poiché il fulcro del commento sociale risulta chiaro sin dalle prime battute.
Un lavoro godibile e trascinante per quasi tutta la sua durata. La performance si avvale inizialmente di un tappeto sonoro, per poi lasciare spazio al movimento e al ritmo dei due performer. A tratti sensuale, a tratti profondo; un misto di emozioni capaci di arrivare anche ai più piccoli, rendendo lo spettacolo assolutamente democratico a scapito, forse, di una parziale perdita di incisività in alcune parti.
(A.D.)
12 giugno | Lavanderia a Vapore. I offer myself to you expanded version
Daniele Ninarello
Seduti tra il chiacchiericcio nel cortile della Lavanderia, poi il silenzio: una persona tra gli spettatori si posiziona in centro, poi due, poi cinque e infine otto. Sono i performer – donne e uomini di diversa età, in abiti comuni – che emergono dalla platea. Su un tappeto di musica elettronica che alterna momenti caratterizzati da bassi predominanti, gli artisti esplorano un nuovo modo di esprimersi e di entrare in connessione con il pubblico. Uno spettacolo che richiama il mondo dell’improvvisazione teatrale e coreografica, demistificando la danza contemporanea attraverso un sottofondo musicale che detta a tratti il ritmo, senza essere determinante nei movimenti dei performer. L’azione non segue un flusso continuo ma si sviluppa attraverso moduli ripetitivi: un ciclo che si chiude esattamente come è iniziato, con i performer che, uno ad uno, si fondono nuovamente tra il pubblico senza interagire, tenendosi a distanza.
Lo spettacolo, per la scelta artistica della messa in scena, tra luogo e modalità, e la musica scelta richiama il mondo di Sirāt (film del 2025 diretto da Óliver Laxe). Persone comuni in cerca di un varco attraverso la danza, la musica e il corpo. Significativo il fatto che all’inizio il pubblico ci abbia messo più di qualche secondo ad accorgersi che la performance fosse iniziata; una provocazione che suona come un monito sulla nostra attuale difficoltà a concentrarsi e sul costante bisogno di esser intrattenuti.
(A.D.)
12 giugno | Lavanderia a Vapore.Voluptas
Pablo Exequiel Rizzo
La luce sul pubblico, un rumore intenso si fa sempre più cupo, i riflettori si abbassano e tre donne di spalle compaiono sul palco. Le performer si spogliano al buio, esibendo il solo corpo: oggetto narrativo principale di questo spettacolo e chiara dichiarazione politica, oltreché artistica. Attraverso la carne, l’illuminazione e le musiche originali, la messinscena voca una dimensiona ancestrale che si contrappone ad un immaginario pop che richiama gli anni Novanta.
Il rito primordiale del sacrificio diventa così un’esplorazione anatomica attraverso un gioco di luci enigmatico. L’atmosfera onirica e antica si mischia perfettamente alle musiche anacronistiche. Un effetto che non produce dissonanza, ma coinvolge lo spettatore nella ricerca di una risposta a una questione esistenziale. Qual è l’evoluzione del corpo in quanto tale e cosa significa essere dotati di un corpo oggi; è politica, è funzionalità, è strumento o desiderio?
Lo spettacolo richiama il mondo cinematografico di David Lynch, per atmosfera e costruzione estetica, rimanendo tuttavia assolutamente accessibile e godibile.
(A.D.)
14 giugno | Combo. Ad libitum
Simon Le Borgne
“L’incontro tra due personalità è come il contatto tra due sostanze chimiche: se c’è una reazione, entrambe vengono trasformate”, diceva Carl Jung. Simon le borgne e Ulysse Zangs nel cortile di Combo mettono in scena esattamente questo, un incontro.
La performance è una ricerca primitiva e sensoriale sul corpo che abitiamo, destinata a evolvere nel momento in cui si apre all’altro. Una tensione palpabile dai primi istanti, quando i performer si alternano nel respiro al microfono, scandendo il tempo di una presenza solitaria: prima Simon, poi Ulysse. Nel momento in cui si incontrano, la coreografia muta radicalmente, rivelando l’intensità dello scambio. L’azione si trasforma in un’indagine continua e inarrestabile – come l’evoluzione del corpo – del senso di sé attraverso l’altro dialogando strettamente tra danza e musica, esplorando nuove forme di movimento ad ogni transizione energetica. Un corpo che, da mero contenitore dell’inconscio, si sprigiona per incarnare quel sentimento di pienezza dell’anima che l’essere umano insegue per tutta una vita. Un’indagine che, partendo dal punto d’origine biologico di ognuno di noi – il respiro – suggerisce come la scoperta del proprio corpo e del sé possa essere lunga un ciclo di vita e anche altrettanto inafferrabile.
Nella relazione con l’altro risiede la cura, ci si protegge e ci si riferisce per poi rinascere e continuare. Varie sensazioni attraverso i corpi dei due performer si alternano: da un desiderio primordiale di attrarre ed essere attratti, al dolore da attraversare quando ci si sente distanti. Ogni legame, d’altronde, è il tentativo di fondare una sinergia reciproca co-creando qualcosa di inedito. Processo che, come ci dicono Simon e Ulysse, non può avvenire senza l’invito – silenzioso e melodico – a guardarsi dentro.
(A.D.)
Introduzione alle recensioni su:
venerdì, 17 luglio 2026
In copertina: Superstella, con Vittorio Pagani. Nel pezzo: Maldonne, di Leïla Ka, con le performer Océane Crouzier, Lise Messina, Adèle Bonduelle, Mathilde Roussin e Flore Ruiz-Moiret; e Natural Order of Things, di GN|MC, che ritrae Alfonso Aguilar, Maria Campos, Joana Couto, Guy Nader, Pierre Lison, Jovana Zelenovic, Francesco Grilli, Olatz Larunbe e Mimi Wascher. Tutte le foto sono di Andrea Macchia, gentilmente fornite dall’organizzazione di Interplay International Festival


Sokubaku / Bodyscaping / David Geringas e Ian Fountain
Rigetto / Bandiera / Your Tactile Identity
BombaBomba
Tacet
Lathe Biosas
Con l’estate torna Tempi Moderni