Se non puoi rapirlo, fallo arrestare
di Luciano Uggè
Ormai il Sud America è ben noto per alcuni ricorsi storici. Pensiamo solamente all’ex Presidente del Brasile, Dilma Rousseff (attualmente alla guida della Nuova Banca di sviluppo dei BRICS), la quale fu destituita tramite impeachment nel 2016 ma i Tribunali brasiliani non l’hanno mai riconosciuta colpevole. In quel momento, però, si vede che serviva alle élite – che detengono il potere economico-finanziario – un cambio di regime; e, guarda caso, le succedette, prima, Michel Temer (famigerato per aver sostenuto la cancellazione della riserva amazzonica sì da renderla disboscabile e terreno per aziende agricole e allevamenti) e, poi, Jair Bolsonaro (che ha continuato sulla strada dell’azzeramento dei diritti dei nativi amazzonici e della distruzione del fragile ecosistema).
Oppure, possiamo pensare al rapimento del Presidente del Venezuela. Il Cartel de los Soles, narcotrafficante o terrorista che fosse secondo il Dipartimento di Giustizia statunitense, è ormai scomparso dall’imputazione a carico di Nicolás Maduro (1). Ma, nel frattempo, il Tesoro Usa “supervisiona i conti petroliferi e approva i bilanci mensili del governo ad interim, nell’ambito di un meccanismo di controllo finanziario […]. La spiegazione di Rubio è stata data […] davanti alla Commissione Affari esteri del Senato di Washington. I fondi sono depositati su conti gestiti dal Tesoro statunitense e il Venezuela potrà utilizzare il denaro per pagare i servizi di polizia o acquistare medicinali, ma sotto stretto controllo per verificarne l’utilizzo autorizzato” (2). Ormai, checché ne scriva il collega Travaglio, la rivoluzione chavista è stata sepolta e, al suo posto, la Presidenta in pectore sta privatizzando tutto, dagli idrocarburi alle miniere, rendendo gli States sempre più ricchi e il suo popolo sempre più povero. Amen!
Di questi giorni, anche un terzo caso che dovrebbe far riflettere sul funzionamento della cosiddetta giustizia. L’Onu ha infatti concluso, circa l’ex Presidente del Perù (dove, nel frattempo, è tornata un’altra rappresentante dell’establishment liberista, Keiko Fujimori) che la “detenzione di Pedro Castillo era arbitraria e ha chiesto la sua scarcerazione immediata”.
Come scrivono alcune testate sudamericane e TeleSur, secondo l’Onu la detenzione di Castillo, arrestato il 7 dicembre 2022, ha violato diverse norme della Dichiarazione dei Diritti Umani, quali la detenzione arbitraria e la possibilità di essere giudicato da un “tribunale indipendente”, oltre alla presunzione di innocenza. Nel giudizio degli esperti si denuncia altresì una “presunta discriminazione contro l’ex Presidente a causa delle origini contadine e della sua condizione sociale”. L’avvocato Carlos Rivera ha spiegato che le opinioni espresse dal Gruppo di Lavoro dell’Onu “hanno rilevanza giuridica dato che il Perú ha sottoscritto il Patto Internazionale dei Diritti civili e Politici. D’altro canto ha precisato che, sebbene non si tratti di una sentenza giuridica, lo Stato peruviano deve tenere in considerazione le raccomandazioni emesse dall’organismo internazionale”.
Visto che ormai il Perù è nelle mani della figlia (e collaboratrice stretta) di Alberto Fujimori – condannato per crimini contro l’umanità, tra cui la sterilizzazione forzata di centinaia di migliaia di donne indigene, e come mandante di uccisioni extragiudiziali – chissà che il campesino Pedro Castillo non possa almeno tornare a svolgere il suo lavoro di insegnante.
(1) https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/maduro-ora-gli-usa-cambiano-idea-non-e-il-leader-di-un-cartello-di-narcos_107665299-202602k.shtml
(2) https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/01/30/news/il-petrolio-e-il-bilancio-venezuelano-ora-e-sotto-tutela-americana–127746
venerdì, 24 luglio 2026
In copertina: L’allora Presidente Pedro Castillo in una cerimonia ufficiale del 2022 (CC BY 2.0)


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