Un asilo chiamato Rsa
di Simona Maria Frigerio
Ci sono molti modi per morire: lottando per un ideale, o suicidi – ma quello ti accade solo a 26 anni… In un incidente aereo, soprattutto se nei cieli sfrecciano i francesi… o su una funivia, se i top gun in circolazione sono statunitensi. C’è la morte cerebrale quando il cuore si intestardisce a pompare sangue ma la tua mente ha già varcato la soglia; e poi decine di lutti quotidiani che, a volte, ci toccano: un licenziamento, un divorzio, la perdita di un figlio.
E però ritrovarmi a fare l’apericena (io che sono astemia!) in una tavolata di quasi – e ultra – novantenni, in sedia a rotelle, che mangiano in squallidi piattini di plastica qualche stuzzichino che non stuzzica, mentre l’infermiera urla che: “qui si sta allegri” e intona Il ballo del qua qua, spronandoci a battere le mani e ad accompagnarla in coro… ma anche no! “Siamo vecchi, non rincoglioniti!”, vorrei urlarle in faccia.
È strano ritrovarsi d’un tratto all’asilo – in ogni senso. Mi volto e vedo occhi acquosi e persi che aprono la bocca come i pulcini, freneticamente; muovono il becco per chiedere un altro boccone, rigurgitato dai genitori pennuti. Imboccati come bambini. Oppure aiutati a muovere pochi passi stentati – ma saranno gli ultimi, non i primi. La palestra, in realtà, dove dovremmo fare ginnastica riabilitativa, è ridotta a uno schermo televisivo dal quale ci fissa sorridente una ventenne che fa yoga o pilates, non ho capito bene. Quelli che vedo attorno a me, due volte la settimana, sono vecchi in carrozzina o su una scomoda sedia di plastica, che cercano di alzare le mani a tempo, ruotare i polsi, la testa – ma senza farsi prendere da un capogiro e finire a terra! Tutto quel ballare e sculettare e usare pesi e palle ed elastici mi sembra una presa per il culo: ma se nemmeno muovono un piede senza essere sorretti, come pensa quella in tv che possano fare aerobica o quel che l’è… E mi esce una grassa risata – ma mi trattengo ricordandomi che mi mancano ben quattro incisivi!
Che tristezza, non riesco nemmeno più a mordere un pezzo di pane, come facevo un tempo. Me lo devo ammollare nell’acqua o, la mattina, nell’orzo. Eh sì, perché qui niente caffè: mi rende nervosa, dice lo psicologo. “E ci credo!”, vorrei rispondergli: “Come si sentirebbe lui, a 80 anni, a essere trattato come un bambino di 4? Un po’ frustrato a fare quegli insulsi bigliettini per Natale o la Festa della mamma, come me li faceva mia figlia a quell’età?”. Ricordo che non sapevo mai che farmene, al punto che in terza elementare le ho detto di smettere di darmeli, che non avevo più spazio per simili sciocchezze! E lei ha smesso. O se li è tenuti nascosti da qualche parte, visto che credo che la maestra la costringesse a farli nell’ora di disegno… Oppure deve averli buttati via. Più probabile. Me la immagino, tornando a casa da scuola, gettare quei pezzi di carta con cuoricini e angioletti nei cestini dei rifiuti o, alla mal parata, accartocciarli e buttarli in un rigagnolo a lato del marciapiede. Povera figlia: non è mai stata dotata per il disegno. E nemmeno per il canto. Era solo un’odiosa secchiona con quei brutti occhiali, spessi come fondi di bottiglia che, una volta ruppe, giocando a pallavolo durante la lezione di educazione fisica. E ricordo ancora che io, con il mio ex, la obbligammo ad andare in giro per non so quanti mesi con gli occhiali attaccati con lo scotch – almeno fino alla visita oculistica successiva con relativa prescrizione di nuove lenti. “Così impari”, le dicemmo lo spilorcio e io… Ogni anno peggiorava e le lenti si ispessivano mentre i suoi occhietti si facevano sempre più piccini, sempre più piccini. Del resto, non è mai stata bella: tutta suo padre. Una scialbetta biondina anemica – al tempo si diceva linfatica – con quegli occhi grigi nascosti dietro lenti sempre più spesse: l’unica cosa bella che avesse, ed era costretta a nasconderla! Rido, e questa volta con un tale gusto che non mi vengono nemmeno in mente gli incisivi e i miei vicini di tavola mi guardano pensando mi stia divertendo (sì, alle loro spalle, mica col Ballo del qua qua!).
Il tempo è sempre regolato da altri – la scuola dell’obbligo, poi l’ufficio 8 ore al giorno, il giovedì all’ora di pranzo dal parrucchiere, il sabato a fare spese in corso Vercelli e la domenica mattina, la Messa; due settimane a Rimini, tre ad annoiarsi in montagna perché il mio ex era allergico alla tintarella quanto all’incenso… settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno fino alla pensione, sempre più lontana: ogni volta che sembrava avvicinarsi, come la coda della volpe sulla giostra, mi sfuggiva – e via con un altro giro…
E alla fine eccomi qui, in una squallida, impersonale Rsa controllata 24 ore su 24 finché pago – e caro – perché qualcuno mi controlli e diriga ogni minuto della vita che mi resta, riempiendolo di centrini all’uncinetto che nessuno dei miei parenti userà, che regaleranno alla parrocchia per qualche pesca di beneficienza o, semplicemente, butteranno nella spazzatura come i bigliettini di mia figlia. Colazione, pranzo, merenda e cena sempre alla stessa ora per riempire gli intermezzi, e sempre lo stesso menu – col pesce il venerdì, la pizza collosa da forno elettrico il sabato e il passato di verdura il martedì sera. Una volta al mese l’apericena col Ballo del qua qua, ogni tanto un fornaio o un pasticcere che offre, in cambio di pubblicità su Facebook o di un posto in paradiso (non l’ho ancora capito), le brioche a colazione. E la domenica pomeriggio, dopo la merenda delle 5, la santa messa. Quella non manca mai. Giorno dopo giorno, mese dopo mese – spero non anno dopo anno.
Decimo racconto inedito della serie Allegoria della morte.
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venerdì, 24 luglio 2026
In copertina: Foto di Carola68 Die Welt ist bunt da Pixabay


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