Report da Kilowatt Festival del 24 luglio 2026
di Simona Maria Frigerio
Folgorante inizio, finale struggente. E in mezzo? Con questa domanda si apre la nostra seconda giornata a Kilowatt Festival. Lo spettacolo è Rigetto – con la regia, la drammaturgia, le scene e le luci di Dino Lopardo e l’eccellente immedesimazione di Angela Ciaburri e Claudia A. Marsicano. Eppure… l’atto unico che, nell’epilogo trova il nocciolo, per un’ora scorre, purtroppo, solo a tratti sfiorando il frutto proibito, il perché della bulimia – quell’immenso bisogno di affetto, quel vuoto, che nemmeno un intero frigorifero straripante riesce a riempire, che nemmeno tutte le più squallide latrine potranno svuotare.
Se di fronte al cesso il pubblico, tra il riso e il disgusto, riesce a percepire la furia volutamente sguaiata di Ciaburri; se chiunque abbia visto America Oggi di Robert Altman non potrà che ammiccare alle professioniste del sesso (telefonico ieri, online oggi); chiunque abbia avuto un rapporto malato con la madre e ancor più malato con il cibo, si vedrà costretto ad ammettere che, su questo palco, manca ancora un mondo di senso. E da ex anoressica posso testimoniarlo. Purtroppo, la maggior parte degli spettatori, alla fine, non uscirà nemmeno con un briciolo di consapevolezza in più o, al massimo, con la sensazione che una sana educazione alimentare passi dal non sforzare i bambini a mangiare, così come a non svilirne o esaltarne troppo l’aspetto fisico o caratteriale. Troppo poco – e ne abbiamo anche parlato con lo stesso Lopardo che, proprio in questo periodo, sta cercando di affilare il testo per renderlo più incisivo, più tagliente. Il peso della farfalla come la voragine del vuoto intimo sono abissi della carne e della mente difficili da sondare – ma il drammaturgo e regista ci sembra più che in grado di farlo.
Alle 20.10, presso il Teatro della Misericordia, CapoTrave presenta uno studio del nuovo spettacolo della Compagnia, intitolato Bandiera.
Il fulcro è Debt: The First 5,000 Years, un libro dell’antropologo David Graeber, pubblicato nel 2011, che ricostruisce la storia del debito attraverso i millenni, le civiltà e le istituzioni sociali, affermando che esiste una forma spontanea di comunismo che è affine al principio: “A ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, enunciato nella Critica del programma di Gotha (Karl Marx, 1875). Graeber scrive: “La visione di fratellanza dei contadini non nasceva dal nulla. Bensì, era radicata nella reale esperienza quotidiana: nella conservazione dei terreni comuni e delle foreste, nella collaborazione di ogni giorno e nella solidarietà del vicinato” (t.d.g.). Visione questa, riproposta in linea matrilineare per la cultura sarda, dal documentario della Rai, Eresias (1). Concorda anche lo storico e politologo belga Eric Toussaint, che: “Ripudiare il debito si può e, se si tratta di ‘debito odioso’, si deve”, ovvero, quando è stato “contratto contro l’interesse della popolazione e con creditori che ne erano consapevoli, o che avrebbero dovuto esserlo dopo aver fatto le necessarie verifiche”. Il riferimento è sia alla tesi formulata nel 1927 dal giurista russo Alexander Sack, sia ad alcuni casi emblematici come la Grecia nei confronti dei prestiti della Troika europea (che hanno portato al depauperamento del Paese ellenico e dei suoi cittadini); ma potremmo anche citare l’Argentina e i continui debiti con il Fondo Monetario Internazionale che, nei decenni, si è dimostrato un grimaldello dei Paesi egemoni e del liberismo finanziario transnazionale contro il Sud del mondo e i diritti sociali residuali (anche in Europa).
Interessante, quindi, il nocciolo del discorso anche se si comprendono meno bene i parametri dello stesso. Il comunismo come fine della proprietà privata, da un lato, il debito tossico degli Stati della periferia dell’impero (Samir Amin docet), dall’altro. Nello spettacolo, purtroppo (ma è ancora in fase di studio), i due principi si confondono e sembra che azzerare i debiti contratti dai singoli sia la soluzione, la quale – come visto – è più complessa.
Dal punto di vista prettamente teatrale, i due suggerimenti che daremmo – dato che si tratta di uno studio – è di affidare a una voce off le spiegazioni sul prosieguo, e di chiudere lo spettacolo senza voler per forza raccontare tutto. In altre parole, risulta più incisivo il finale con la protagonista borghese che cerca inutilmente di aprire la scatola di calviniana memoria, mentre i personaggi a latere scompaiono senza che se ne sappia più nulla. Il viaggio alieno o celeste è meno pregnante della testardaggine malata di una borghese di sinistra (autentica contraddizione in termini) che cerca, come il vetero Pd, di far quadrare atlantismo e riarmo con salvaguardia del welfare e articolo 11 della Costituzione.
In chiusura di serata, intorno alle 23.00, sul palco del Chiostro di Santa Chiara prende corpo Your Tactile Identity, un progetto di YoY Performing Arts, Ivona e Tyche / Michele Ifigenia – una composizione di tre universi coreutici e artistici. Il risultato, affascinante e perturbante, ha però ancora qualche sbavatura. E proprio dalle sbavature partiremo. In un mondo dove gli esseri umani devono proteggersi da ciò che li circonda, avendo reso irrespirabile persino l’aria, non si comprende perché non indossino (oltre alle tute e alle maschere antigas) anche i guanti. E perché, a un certo punto, solo uno tra di loro si toglie la maschera, ma tutti sembrano subire una trasformazione che li porta a ribellarsi a quel distanziamento forzato per ritentare un approccio più naturale, tattile e al fine perfino intimo. Anche l’uscita di scena dei cinque performer in tuta gialla è troppo affrettata – quasi che il quadro non sia stato delineato in ogni passaggio coreografico. Non convincono del tutto nemmeno le scelte musicali, che dovrebbero subire un’evoluzione più armoniosa a misura che i performer sperimentano l’ambiente e l’altro da sé. Infine, la scenografia ci sembra ancora tutta da sviluppare: un tavolo e una sedia, sebbene forniscano due piani di appoggio (soprattutto il tavolo) per creare tableaux vivants e geometrie prospettiche, non riescono a restituire né la distopia iniziale né il paradiso, forse, ritrovato.
Convincono, al contrario, le performance coreutiche, i tableaux vivants, gli assoli e i passi a due; la difficoltà, addirittura il terrore (si noti l’urlo trattenuto) di rimettersi in contatto con quanto ci circonda, la volontà di potenza insita nell’essere umano e capace di superare ogni ostacolo, il timore del contatto e il suo bisogno connaturato, la necessità di sperimentare e di cambiamento, l’intensità delle passioni che riaffiorano in questo magma prometeico.
Domani ultima giornata festivaliera, la settimana prossima il nostro reportage.
Gli spettacoli sono andati in scena nell’ambito di Kilowatt Festival:
Sansepolcro (AR), varie location
venerdì 24 luglio 2026, ore 17.00
Auditorium di Santa Chiara
Rigetto
regia, drammaturgia, scene e luci Dino Lopardo
con Angela Ciaburri e Claudia A. Marsicano
ore 20.10
Teatro alla Misericordia
CapoTrave presenta:
Bandiera (studio)
ore 22.50
Chiostro di Santa Chiara
YoY Performing Arts – Ivona – Tyche / Michele Ifigenia presentano:
Your Tactile Identity
(1)
venerdì, 7 agosto 2026
In copertina: Particolare della Locandina di Rigetto, ospite a Kilowatt Festival 2026


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