Una storia, due destini
di Simona Maria Frigerio
A volte esistono momenti di svolta, nella vita di ognuna di noi, in cui una scelta di coerenza politica può cambiare per sempre la nostra esistenza. Questo quanto accomuna e divide le vicende di due figure emblematiche che, negli anni della guerra statunitense in Vietnam e dell’affermazione dei diritti civili degli afroamericani e delle donne, hanno militato nel Black Panther Party e nel Partito Comunista statunitense.
Angela Yvonne Davis nasce a Birmingham (quella in Alabama) il 26 gennaio 1944. Fin da bambina subisce la prevaricazione dei Wasps e la segregazione razziale (la casa dei suoi vicini è fatta esplodere dai suprematisti bianchi, i quali non vogliono che gli afroamericani vivano nello stesso quartiere, soprannominato non a caso Dynamite Hill).
Grazie alla sua intelligenza e volontà ottiene una serie di borse di studio che le permettono di laurearsi cum laude in letteratura francese a Parigi e, in seguito, in filosofia alla Johann Wolfgang von Goethe University in Germania con il teorico marxista, Theodor Adorno. Torna negli States nel 1967, sia per prendere attivamente parte al movimento per i diritti civili sia perché, mentre viveva a Parigi, una bomba esplosa nella Chiesa Battista di Sixteenth Street, a Birmingham, aveva ucciso alcune ragazze, amiche della famiglia Davis.
Diventa ben presto una tra i leader del Partito Comunista statunitense, ma il suo presunto coinvolgimento nel tentativo di fuga del 7 agosto 1970, in cui Jonathan Jackson e altre Pantere Nere sequestrano il giudice Harold Haley, la costringe a una lunga latitanza e, infine, al carcere. Il fatto di sangue avviene nell’aula del Tribunale di San Rafael, in California, mentre si celebra il processo contro tre detenuti afroamericani del Partito delle Pantere Nere. Ha solo 17 anni Jonathan Jackson quando, armato di un fucile, prende in ostaggio il giudice, il procuratore distrettuale e alcuni giurati, distribuendo altre armi ai tre imputati. Durante la fuga, a causa di un posto di blocco, i sequestratori sono uccisi nella sparatoria con la polizia, insieme al giudice Haley. Davis è coinvolta nel tentativo di fuga in quanto una pistola Browning usata da Jackson risulterà intestata a lei. Solo su queste basi (ma che in tempi di leggi speciali anti-terrorismo hanno rinchiuso in carcere per anni anche molti italiani vicini, sebbene non affiliati, alle Brigate Rosse), Davis finisce nella lista dei dieci criminali più pericolosi degli States – su mandato dell’FBI. Inoltre, per le leggi della California, chi forniva un’arma era colpevole quanto chi commetteva un reato e, pertanto, è accusata di rapimento, cospirazione e omicidio al pari di Jackson. Del resto anche in Italia, oggi giorno, non esiste più differenza a livello penale tra il cosiddetto palo e il rapinatore che entra effettivamente in banca e commette, magari, anche altri reati, quali un omicidio.
Davis alla fine sarà assolta con formula piena grazie soprattutto all’appassionata difesa che conduce efficacemente in prima persona, ma l’esperienza carceraria le farà elaborare tesi importanti sulle origini sociali ed etniche della detenzione di milioni di afroamericani; teorizzerà anche lo sfruttamento della classe lavoratrice quale radice dell’oppressione, e al suo affrancamento unisce istanze antirazziste e per la parità di diritti tra uomini e donne. Membro attivo del Partito Comunista statunitense fino al 1991 e, dopo la caduta del Muro di Berlino, tra i fondatori dei Committees of Correspondence for Democracy and Socialism, sul fronte dei diritti civili ha più volte denunciato la degenerazione del movimento afroamericano (già non scevro di una buona dose di machismo nero) nella Nazione Islamica di Louis Farrakhan, movimento islamista e maschilista – lontanissimo dalle istanze comuniste di Davis.

Giurie di propri pari?
Silvia Baraldini nasce a Roma il 12 dicembre 1947, ma cresce negli Stati Uniti dove partecipa, prima, ai movimenti contro la guerra in Vietnam e, poi, diventa membro dell’Organizzazione Comunista 19 maggio, legata al Black Liberation Army (BLA) – un gruppo clandestino fuoriuscito dal Black Panther Party.
Baraldini è anche membro del Committee to Free the Panther 21 (1), che è bene ricordare sono stati tutti dichiarati innocenti, nel 1971, per ben 156 capi di accusa; e ha sostenuto la battaglia legale del giornalista e attivista afroamericano, Mumia Abu-Jamal (2), accusato di omicidio (probabilmente con prove e testimonianze false) e condannato a morte (pena poi convertita nel carcere a vita), per il quale si è spesa anche Amnesty International.
Nel 1983 – rifiutandosi di denunciare i suoi compagni di lotta all’FBI – Baraldini è condannata a 43 anni di carcere per i reati di concorso in evasione e di associazione a delinquere per commettere cospirazione, in base alla legge RICO (originariamente nata per combattere la criminalità mafiosa e organizzata, che addebita a un imputato anche le accuse contestate al gruppo di appartenenza), similmente a Davis; e ingiuria al tribunale. Baraldini – come Davis – non ha partecipato direttamente a fatti di sangue, come cantava anche Francesco Guccini: “mi chiedo se ci sono idee per cui valga restare là in prigione, / e Silvia non ha ucciso mai nessuno e non ha mai rubato niente”. Ma Baraldini è sempre stata convinta che esista una responsabilità politica e, per questo, come ha dichiarato anche in un’intervista, ha rifiutato due offerte dell’FBI, la prima di 15mila dollari e la seconda della libertà, in cambio della sua collaborazione. Proprio questo diniego le è costato anche il carcere duro a Lexington.
Ma torniamo al primo capo di imputazione di Baraldini. Il 2 novembre 1979 un commando fa evadere Assata Shakur, nata JoAnne Chesimard, leader carismatica del Black Liberation Army (BLA), che poi si rifugerà a Cuba (come esiliata politica). Il commando, di cui avrebbe fatto parte Baraldini, prende in ostaggio una guardia carceraria e l’autista del furgone grazie al quale si dà alla fuga – entrambi saranno liberati senza spargimento di sangue.
L’arresto scatta, però, dopo una rapina nota come la Brink’s Robbery, avvenuta il 20 ottobre 1981 a danno di un furgone blindato e che causa la morte di una guardia giurata, autista del furgone, e di due poliziotti di Nyack. Alla rapina – che frutta 900mila dollari partecipano anche membri dell’Organizzazione 19 maggio (e, quindi, per la legge RICO, Baraldini ne è co-responsabile). È bene ricordare che le rapine, negli anni della lotta armata, anche in Italia, servivano per finanziare le attività dei gruppi rivoluzionari.
Baraldini (come Renato Curcio delle Brigate Rosse) è accusata altresì di essere tra gli ideologi dell’Organizzazione 19 maggio e di altri movimenti afroamericani di liberazione; e di aver preso parte ai preparativi di due rapine mai portate a termine – di un furgone blindato a Danbury, nel Connecticut, e di un altro della Chemical Bank di Nanuet, a New York. In breve, la condanna è di 20 anni per il concorso in evasione di Assata Shakur; 20 anni per associazione sovversiva (la rapina andata a segno ma a cui non ha partecipato in alcun modo e i due preparativi di rapina mai avvenuti); 3 anni per ingiuria al tribunale, essendosi rifiutata di fornire i nomi di altri militanti del movimento.
Rinchiusa a Lexington, un carcere sotterraneo inventato per tre detenute considerate irriducibili, tra le quali Baraldini, è sottoposta a isolamento totale, luci sempre accese, perquisizioni indecenti, utilizzo di bagni senza porte, e per tre mesi alla tortura della sveglia notturna ogni venti minuti. Saranno le denunce delle stesse recluse, sostenute da Amnesty International, a far chiudere Lexington – definito ‘la vergogna di un Paese civile’.
Dei 43 anni di carcere a cui è condannata in via definitiva il 15 febbraio 1984, ne sconta oltre la metà. Estradata in Italia nel 1999, liberata per effetto dell’indulto il 26 settembre 2006, la giustizia italiana anticipa di soli due anni la libertà sulla parola che Baraldini avrebbe potuto ottenere, secondo la legge federale statunitense, nel 2008.
Nella canzone Still crazy after all these years, Paul Simon canta: “I fear I’ll do some damage one fine day / But I would not be convicted / By a jury of my peers” (3). Baraldini e Davis, in fondo, con i medesimi ideali, coerenti ancora oggi con se stesse, e accusate in primis di un tentativo di fuga, perseguitate dall’FBI soprattutto in quanto vicine alle posizioni comuniste e ai movimenti anti-razzisti e femministi, “senza aver mai ucciso nessuno o rubato niente”, hanno finito per essere giudicate dalle famose giurie di propri pari in maniera diametralmente opposta e per Baraldini, questo, ha significato oltre 20 anni di prigione.
(1) https://rozsixties.unl.edu/items/show/705.html
(2) https://www.britannica.com/biography/Mumia-Abu-Jamal
(3) Live dal Central Park:
venerdì, 14 agosto 2026
In copertina: Angela Davis nel 2017, Premio Lenin per la pace 1978 (Columbia GSAPP • CC BY 2.5); nel pezzo: Silvia Baraldini nel 2008 (Iaconianni family • CC BY-SA 3.0)


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