Se un sindacato non firma i contratti ha senso che esista?
di Federico Giusti
Amara e triste la considerazione di alcuni lavoratori all’orologio marcatempo, in quanto commentare la firma di un contratto rompe la consuetudine diffusa, in estate, di dedicarsi ai soli ameni argomenti come le temperature elevate, le ferie in arrivo, la campagna acquisti della propria squadra di calcio, le svendite e i saldi.
Anni di intese sottoscritte al ribasso hanno trasformato un momento saliente della vita dei lavoratori, il rinnovo contrattuale, in una sorta di rito privo di attrattiva: non ci chiediamo se sia giusto sottoscrivere aumenti inferiori al costo della vita – pochi, maledetti e subito meglio di una lunga vertenza che comporti anche degli scioperi.
Sono anni che arriviamo alla firma dei contratti senza una reale discussione; un abisso separa le piattaforme iniziali dai testi poi sottoscritti; in sostanza ci si adegua alle istanze datoriali senza mai apportare dei cambiamenti tangibili a impianti che, nel tempo, hanno decretato la perdita del potere di acquisto e di contrattazione. Il sindacato delle firme rituali è il prodotto della concertazione ma anche di cambiamenti epocali: sono entrati direttamente nella testa dei lavoratori e delle lavoratrici spingendoli a una supina accettazione dello status quo.
Gli under 45 non hanno memoria delle vecchie discussioni contrattuali, la stragrande maggioranza della forza lavoro non sa leggere una busta paga, non conosce il proprio CCNL, disabituata a porsi semplici domande. Davanti a obiezioni basiche e ragionate è possibile trovare dei muri di gomma. Non si comprende nemmeno la realtà, immaginiamoci se saremmo capaci di analizzare la direzione intrapresa dalle dinamiche contrattuali. Nel frattempo, la CGiL è tornata a firmare i contratti nazionali della Pubblica Amministrazione: cronaca di un cedimento annunciato dopo l’esclusione dai tavoli negoziali della contrattazione locale, dopo qualche mese vissuto nelle piazze con palesi difficoltà e mal di pancia dei corpi intermedi del sindacato, lontani anni luce dall’agire conflittuale.
Chiediamoci senza livore o polemica di sorta se esistano reali motivi per sottoscrivere questi contratti pubblici, se tra il contratto siglato da Cisl e Uil a inizio anno e quello odierno sottoscritto anche dalla CGiL ci siano segnali di discontinuità.
Letti i due testi è difficile trovare delle sostanziali differenze o dei punti di autentica rottura, le linee guida sono sempre le stesse, non si recupera il potere di acquisto perduto, permane l’impianto divisivo e iniquo di tanti istituti contrattuali, non si ferma l’erosione degli organici (le funzioni locali sono ridotte a 403mila dipendenti), del potere di acquisto e di contrattazione.
Abbiamo cercato con pazienza qualche motivazione per giustificare questa firma ma non l’abbiamo trovata. Non ci sono aumenti tali da recuperare il potere di acquisto dei salari perduto nel tempo, il codice Ipca è ancora al suo posto, le norme che limitano le assunzioni e le spese di personale restano inalterate – demandate, come i buoni pasto, a norme nazionali. E si prevede perfino una nuova norma che ammette maggiore finanziamento ai ruoli apicali in cambio di minori assunzioni, smentendo quella filosofia di fondo che negava fino a oggi il baratto tra assunzioni e aumenti salariali.
Con la solita enfasi si annunciano arretrati medi di circa 1.136 euro per costruire una comunicazione già proiettata a presentare il contratto come una grande conquista.
Annunciato in pompa magna un titolo contrattuale dedicato all’intelligenza artificiale e a sostegno dell’innovazione tecnologica, siamo certi di avere discusso di questo argomento con la forza lavoro?
Le risorse restano inadeguate. Non lasciamoci ingannare dalle cifre sbandierate dall’Aran: non si comprende la ratio di incrementi per tredici mensilità differenti tra i vari Enti locali, alle disuguaglianze nella PA subentreranno quelle interne allo stesso comparto.
Alcune risorse sono finalizzate all’incremento del trattamento accessorio a conferma che il livello decentrato, magari in deroga al CCNL, avrà sempre maggiore spazio. Invece di valorizzare le figure professionali esistenti se ne costruiscono altre e a uso e consumo dei ruoli apicali come il social media e digital manager. Si continua ad applicare il codice Ipca che è l’origine di tutte le perdite economiche, pur promettendo una vacanza contrattuale più elevata della attuale miseria pari a una dozzina di euro al mese. Non ci sono ostacoli normativi ai processi di privatizzazione. Ma la lista potrebbe essere ben più lunga e, in sostanza, chiediamoci se sia lecito e ammissibile sottoscrivere intese del genere, se il sindacato non finisca con l’auto-delegittimazione pensando invece di tutelare la forza lavoro.
Domande che necessitano di risposta. Chiedere un domani alla forza lavoro di astenersi dal lavoro sarà sempre più arduo, sottoscrivendo intese del genere.
venerdì, 14 agosto 2026
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