Come chiudere i battenti dopo una sola stagione
di Simona Maria Frigerio
Riproponiamo la recensione apparsa al debutto, dato che la serie, dedicata a uno tra i criminologi più celebri e scorbutici dell’universo crime statunitense, sarà in onda su Top Crime dal 25 aprile.
Lincoln Rhyme, personaggio inventato da Jeffery Deaver, il genio del cliff-hunger (il finale sospeso tra capitoli, espediente narrativo molto usato, in Italia, ad esempio da Donato Carrisi), aveva trovato il suo perfetto interprete nel corpo e nella grinta – insieme sorniona e nevrotica – di Denzel Washington nel thriller culto di Phillip Noyce, The bone collector (Il collezionista di ossa), nel lontano 1999.
Ora, raggiungere i livelli narrativi di Deaver e il ritmo tra tensione e romanticismo sempre ben calibrati di Noyce (precisi quanto quelli del maestro del genere, Alfred Hitchcock) non è facile, ma la serie ideata da VJ Boyd e Mark Bianculli mostra la corda fin dal primo episodio. Eppure avrebbe potuto essere un’impresa possibile.
Negli ultimi anni, ad esempio, c’è riuscito Bryan Fuller, Deus-ex-machina dell’horror raffinato, Hannibal, coadiuvato da un eccellente e ambiguo Mads Mikkelsen nel ruolo di Hannibal Lecter (all’altezza di Sir Anthony Hopkins, interprete del film The silence of the lambs, ossia Il silenzio degli innocenti, accanto a Jodie Foster) e di un Hugh Dancy, credibile e in parte nel ruolo di Will Graham (tanto quanto William Petersen nel capolavoro di Michael Mann, Manhunter). Accanto a loro, a rendere ancora più sfumati i contorni tra bene e male, attrazione e repulsione, Gillian Anderson (applaudita recentemente nei panni di Stella Gibson, insieme al collega Jamie Dornan, nel thriller psicologico fortemente anticonvenzionale The Fall – Caccia al serial killer). E proprio la capacità di infrangere le convenzioni del genere, ribaltare i ruoli decodificati e utilizzare una fotografia fredda, che esalta ogni scena come ci si trovasse in una sala autoptica, hanno reso Hannibal e The Fall due gioielli tra le serie gialle.
Al contrario, spiace ammettere che Lincoln Rhyme – Caccia al collezionista di ossa appare come una serie pomeridiana, dove gli elementi horror e la tensione risultano parecchio edulcorati. I protagonisti sono sbiaditi stereotipi da telefilm seriale – pensiamo al discorso sull’eutanasia o allo stizzoso e dispotico carattere del protagonista che, anche nel film del ‘99, avevano il loro giusto peso nonostante la limitatezza del tempo di un lungometraggio, e qui non trovano spazio. Mentre i personaggi di contorno (a parte Sellitto) non risultano per nulla centrati; la tensione è da calma piatta; la fotografia è priva di guizzi stilistici che contraddistinguano immediatamente il girato; e per finire il montaggio è piattamente televisivo.
La serie ha chiuso dopo soli dieci episodi. Nove di troppo.
venerdì, 23 aprile 2021
In copertina: Lincoln Rhyme, la serie tv.


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