Da I racconti del tempo che non sarà più
di Simona Maria Frigerio (tutti i diritti riservati, vietata la riproduzione anche parziale)
I morti tornano sempre. Sono i vivi a lasciarci. I morti no. E una notte sono tornati: i vivi dimenticati, che sono come morti – almeno per noi – e i morti, che mi hanno affollato la mente e che volevano tornare a parlare, a correre nei cortili del Giambellino, a cantare I giardini di marzo (di quel primo Battisti che aveva vissuto tra di noi) e mi hanno chiesto di cantare quel quartiere, quello di allora, la nostra via degli Apuli, prima della ‘gentrification’, dei giardinetti spelacchiati rinominati ‘Parchi Calisthenics’ – come se fosse una denominazione a poterli nobilitare – delle biblioteche prefabbricate che possono andare a fuoco ma almeno sanno di rionale, come il mercatino, e non di progetti svedesi biocompatibili, di quando tutto era autentico: non vero o falso, bello o brutto – ma autentico. Sporchi brutti e cattivi? Noi stessi. Nessuno a pretendere di essere ciò che non era.
I morti sono tornati e hanno cominciato a parlare, a volte speditamente e chiaramente, altre in maniere flebile e sconnessa: mi chiedevano di tradurre, di ricongiungere i pezzi mancanti – perché il puzzle della loro vita era stato scomposto troppo tempo prima e ormai si erano perse le tessere e altre… se l’era mangiate il topo. I morti anche quelli ancora vivi erano solo ricordi sbiaditi di un tempo che non tornerà, seppellito sotto i grattacieli di una tra le tante asettiche metropoli che fagocitano e deturpano ogni parte del globo, appiattendo la diversità meravigliosa creata da dio o dall’evoluzione in una superficiale apparenza di benessere che non ci appartiene ma che ci abbacina e ingoia, espellendoci come rifiuti (umani?).
I morti hanno preso la parola e la parola è fluita in me senza che me ne rendessi conto, come se io fossi le loro mani e i loro occhi e il mezzo per imprimere un segno su un foglio bianco attraverso una tastiera di computer – né più né meno di una penna d’oca o la prima Bic. E non so quanto la loro voce sia risuonata intatta e quanto la mia mano sia riuscita a restituirla: io non sono una musicista e il mio spartito potrebbe aver bisogno di correzioni, come il mio canto risuonare tra stecche, ma io ho disperatamente tentato di intonarmi sulla loro melodia e di risvegliare dal tempo i nostri ricordi seppelliti sotto decenni di infingimento.
I morti adesso mi hanno lasciata. Svuotata. O forse finalmente libera. Libera di ricominciare a morire. Perché la vita era altrove. Ed è passata.
Fine?
I capitoli precedenti per chi se li fosse persi:
venerdì, 19 agosto 2022
In copertina: Foto di Pexels da Pixabay.


La morte sociale
Veglia di fiele
La lenta agonia dell’hospice
La ragazza della nebbia
La Brigata ebraica
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