A Galleria Continua torna Antony Gormley
di Simona Maria Frigerio e Luciano Uggè
San Gimignano ospita nuovamente l’artista britannico con una serie di sculture in argilla, basalto, granito e una imponente installazione costruita con scatole di cartone. Tutte sembrano accomunate, non solamente dal consueto sovrapporsi di blocchi che rimanda alla figura umana, ma da alcune tematiche che paiono ritornare – indipendentemente dalla materia prescelta. L’esposizione, intitolata What holds us pare rispondere a quella che, noi, abbiamo interpretato non come un’affermazione, bensì come una domanda: cosa ci tiene legati/uniti? Secondo noi, la matrice archetipica – il gioco, la caducità della vita e la morte.
Purtroppo, avendo visitato solo in parte l’esposizione, durante una serie di performance andate in scena per Orizzonti Verticali Festival 2026, non possiamo che riallacciare fili emotivi sparsi o suggestioni che potremmo definire – con un termine pittorico – impressionistiche.
Le prime tre grandi statue di Gormley, tutte in basalto e del 2026 – anche grazie alla disposizione accanto a tre pareti della sala d’ingresso di Galleria Continua – ci immergono in un cortile di una casa popolare degli anni 70 o in un giardinetto pubblico di una qualunque periferia dove Big side è il sognatore, l’adolescente con il capo appoggiato al tronco di un albero, perso nel suo mondo, in attesa di evadere da un universo che gli sta stretto. Big counter, poco distante, è la bambina che conta, giocando a nascondino, completamente immersa in quel playing che appartiene al fanciullo e resta per sempre parte di noi: negli archetipi mitologici (Dioniso o Achille con Aiace non giocavano a dadi?), nelle istanze psicanalitiche (dal gioco simbolico ai meccanismi terapeutici), nel teatro. E infine, un po’ in disparte, scorgiamo Big back, il teenager con la schiena appoggiata al muro della scuola che, magari, ‘bigia’ la prima ora per farsi una sigaretta.
Due figure sdraiate ci attendono nel piccolo corridoio, a piano terra, e in fondo alla scalinata, prima di entrare in quella che fu la platea del cinema, oggi sede di Galleria Continua. Sono, rispettivamente, Small Earth (2026, granito) ed Earth (2025, argilla). Come sempre in Gormley l’antropomorfizzazione della statuaria prevale perché, in fondo, vediamo con gli occhi della mente; e quei blocchi, nel solco della storia antica e del mito, paiono rimandare a due sarcofaghi egizi. Laddove qualcuno potrebbe intravedere il susseguirsi di abitazioni di un agglomerato urbano o lo skyline di una metropoli, noi non possiamo che cedere alla tentazione di ritrovare la figura umana, qui più che mai esemplificativa di quella caducità che ci appartiene come genere: dai Faraoni pronti a salpare sulla feluca di Ra ai fragili atomi che, dopo aver preso forma apparente, torneranno terra alla terra, polvere alla polvere.
E la dimensione liminale, la soglia tra onirico e reale quando si sollevi il velo di Maya, ma anche le suggestioni che regalava Alberto Savinio coi Momumenti ai giocattoli, tornano in Small harbour (2026, argilla), una piccola scultura in cui due bambini che sembrano fatti della stessa materia dei loro giochi, ossia con simil-blocchetti di Lego, sublimano il principio della metafisica aristotelica, ovvero che ogni cosa materiale è costituita di due elementi: la materia, che è il principio passivo, e la forma, che è il principio attivo.
E arriviamo infine nella spaziosa platea di Continua, dove troviamo un’installazione che la riempie al punto da trasmettere al visitatore, immediatamente, un senso di angoscia e oppressione. Ci immergiamo nel dedalo di Innercity (2026, cartone da 25 mm) con una performance che, agendo un femminicidio, rende ancora più angosciante questo labirinto di costruzioni apparentemente caotiche e che rimandano, ancora una volta, al mito (da Icaro al Minotauro). Ma è soprattutto James G. Ballard che ci torna alla mente con il suo racconto, Billennio, dove la fantascienza ricalca inaspettatamente il mondo che ci circonda e ci assedia: in vista del traguardo degli 8 miliardi di esseri umani, la città-mondo di Ballard impone che ogni essere umano abbia per sé solo 4 metri quadrati – di conseguenza, si vive in qualsiasi cubicolo disponibile, compreso un sottoscala. Come scrivevo anni fa in una recensione di quella raccolta di racconti: “Una città-mondo dove bisogna affrontare una fiumana di persone che incessantemente riempiono marciapiedi e strade, impedendo a chiunque di voltarsi indietro o cambiare direzione”. Anche qui, a San Gimignano, mentre vediamo la giovane strattonata e violata dal maschio di turno (nella performance Bodyscaping: Corpi di guerra), sperimentiamo la claustrofobica dimensione del nostro esser-ci nel mondo, ma in un mondo distopico dal quale non riusciamo a evadere.
Infanzia e caducità in un’altalena che ci appartiene, come la vita.
venerdì, 14 agosto 2026
In copertina: Antony Gormley, Innercity, 2026, cardboard, 15 figures, variable dimensions, Courtesy: the artist and Galleria Continua, Copyright: © the Artist Photo: Ela Bialkowska, OKNO Studio (foto gentilmente fornita dall’Ufficio stampa di Continua)


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