Dall’Irlanda a Gaza
di Simona Maria Frigerio e Luciano Uggè
Esistono film piccoli, nel senso che non vogliono trattare temi di ‘capitale importanza’ come una battaglia intergalattica (sic!). Esistono film piccoli perché la star di turno rientra nei panni dell’uomo comune e li veste senza preoccuparsi della sua immagine. Esistono film piccoli perché la regia e gli interpreti lavorano in sottrazione, le scenografie sono talmente aderenti alla realtà da scambiarsi coi paesaggi urbani reali, le riprese sembrano effettuate attraverso l’occhio del passante e scelgono di non esaltare l’estetica ma di aderire fedelmente a un contesto socio-economico (Nouvelle Vague docet). E infine i colori e le luci sposano le brume di un inverno irlandese che pare privo di luce, come i suoi protagonisti – i quali trovano un po’ di calore solamente di fronte a un camino acceso o accanto a una stufa a carbone, ma tutto intorno a loro è freddo, plumbeo, pesante come era pesante la consapevolezza di ciò che accadeva nei confessionali o nelle Magdalene – che, in Eire, hanno continuato a sottrarre alle madri e a ‘vendere’ bambini nati da donne nubili fino al 1998 (ben prima dell’utero in affitto e in linea con le politiche di Pinochet per i figli delle comuniste) e a sfruttare le giovani come forza lavoro tra sevizie fisiche e psicologiche.
Il primo film a trattare l’argomento fu Magdalene (The Magdalene Sisters) già nel 2002 con la sceneggiatura e la regia di Peter Mullan. Qui si torna sul tema da un punto di vista diverso: quello del figlio di una ragazza nubile che, però, è stata accolta da una signora gentile che le ha offerto alloggio e sostegno. Il figlio, diventato adulto, entrerà in contatto con una ragazza – come sua madre – ma rinchiusa contro il proprio volere in una Magdalene (del resto, in Italia, le giovani recalcitranti finivano direttamente in manicomio o in convento).
Ma ciò che tratteggia questo film è anche qualcos’altro. La pervasività della Chiesa in Eire. Come ci ha anche raccontato un irlandese doc ormai anziano, fino ai primi anni 2000 la Chiesa era uno Stato nello Stato: gestiva scuole, ospedali, assistenza sociale. In pratica fungeva da servizio pubblico ed era impossibile opporvisi perché avrebbe significato non sapere a chi rivolgersi per l’istruzione dei figli o una visita medica. L’Eire aveva demandato all’istituzione ecclesiastica i servizi pubblici alla cittadinanza e, come afferma la co-protagonista del film, era quindi indispensabile non vedere quanto accadeva se si voleva vivere e prosperare nel Paese più cattolico d’Europa – insieme alla Spagna franchista.
Il ricatto, questo è il cuore del film. Al contrario dell’Eire di oggi, laico e schierato politicamente a fianco della Palestina, allora occorreva voltarsi dall’altra parte per proseguire con la propria esistenza come meglio si poteva (magari acquistando un paio di scarpe vezzose alla moglie). Dove trovare il coraggio di rischiare la propria sicurezza economica e quella della propria famiglia? Il medesimo dubbio che sorge oggi, di fronte al genocidio del popolo palestinese a opera di Israele e di quell’Occidente che lo sostiene e foraggia. Solo che oggi l’Irlanda non ha più paura di schierarsi politicamente (1).
Piccole cose come queste
(Small Things Like These)
regia Tim Mielants
soggetto Piccole cose da nulla di Claire Keegan
sceneggiatura Enda Walsh
produttore Matt Damon, Cillian Murphy, Alan Moloney, Drew Vinton e Jeff Robinov
produttore esecutivo Ben Affleck, Kevin Halloran e Michael Joe
casa di produzione Artists Equity, Big Things Films
fotografia Frank van den Eeden
montaggio Alain Dessauvage
musiche Senjan Jansen
scenografia Paki Smith
costumi Alison McCosh
interpreti e personaggi: Cillian Murphy, Bill Furlong; Eileen Walsh, Eileen Furlong; Emily Watson, Suor Mary; Michelle Fairley, signora Wilson; Clare Dunne, Suor Carmel
Irlanda, Stati Uniti, Belgio, 2024
(1)
venerdì, 5 settembre 2025
In copertina: La Locandina del film (particolare per ragioni di layout)

