Terrorismo e resistenza: come interpretarli nell’attuale ‘1984’
di La Redazione di InTheNet
Premessa. Nel 2024 la stampa italiana si indignò – secondo noi, giustamente – per la cosiddetta ‘legge bavaglio’, che avrebbe impedito la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare, almeno fino a conclusione delle indagini preliminari o dopo l’udienza preliminare – modificando l’articolo 114 del Codice di Procedura Penale. Legge voluta – ufficialmente – per dare attuazione alla direttiva UE N. 2016/343 che, all’art. 4, prevede: “Gli Stati membri adottano le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole” (1 e 2). La stampa italiana obiettava che, con la nuova normativa, si sarebbero date notizie che avrebbero potuto essere imprecise, in quanto frutto di riassunti; e che altre, magari, non si sarebbero date del tutto, quando al contrario sarebbe stato necessario informare puntualmente una comunità in merito, ad esempio, a una falda inquinata o a un ponte privo della manutenzione necessaria.
Poi, come sempre in Italia, il silenzio è calato – come sul Digital Service Act europeo (3) – e gli ambiti in cui esercitare la libertà di informazione, opinione e critica si sono ulteriormente ristretti.
Quando i mass media si trasformano in cassa di risonanza politica
In questo clima apparentemente più ‘garantista’, d’un tratto, cambia qualcosa nel periodo natalizio. Il Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e il Procuratore della Repubblica di Genova, firmano un comunicato stampa congiunto di più pagine in cui affermano “che sia di interesse pubblico la divulgazione di informazioni riguardanti indagini preliminari riferite a condotte di appartenenza e finanziamento ad organizzazioni con finalità di terrorismo”. Naturalmente, “fatta salva la presunzione di innocenza – in base agli artt. 27 della Costituzione, 6 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, 47 e 48 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea – delle persone sottoposte ad indagini preliminari, nonché la possibilità per le medesime e per gli enti coinvolti nelle di seguito indicate attività di supporto finanziario di far valere, in ogni fase del procedimento, le ragioni della propria estraneità ai reati per cui si procede”.
Sappiamo tutti a chi e a cosa si fa riferimento: ad associazioni, giornalisti, membri di organizzazioni che da anni sostengono il popolo palestinese nella sua legittima Resistenza contro una potenza occupante, colonialista e accusata di genocidio, ovvero lo Stato di Israele. Ma la domanda è: perché sarebbe indispensabile informare la pubblica opinione, visto che siamo solo in fase di indagini preliminari? Dal punto di vista degli indagati (dato il richiamo della nostra normativa a quella europea), non sarebbe più garantista verso gli stessi evitare che diventino gli obiettivi degli strali politici, ancor prima di essere stati prosciolti o condannati, di fronte a un Tribunale, nei tre gradi di giudizio? E per i magistrati inquirenti, non sarebbe più proficuo tacere così da stendere le proprie maglie su tutti i possibili complici di presunti colpevoli?
I reati: difficile comprenderli da un comunicato stampa
Quali sarebbero esattamente i capi di imputazione? Leggiamo, ad esempio, che i magistrati accuserebbero una serie di persone e associazioni di aver fornito “supporto” anche per “il sostentamento dei familiari [palestinesi] di persone coinvolte in attentati terroristici ai danni di civili” – israeliani. Dato che, in base all’Articolo 27 della nostra Costituzione, si sancisce il principio della responsabilità penale personale, non si capisce perché si dovrebbero lasciar morire di fame i figli, le mogli o magari i genitori di un individuo accusato da Israele di terrorismo o arrestato arbitrariamente – pratica che sappiamo di lunga data e denunciata da un rapporto di Amnesty International (4).
Più oltre, nel comunicato stampa, si afferma (ma su quali prove non è dato sapere) che gli aiuti umanitari “dei parenti di detenuti per reati con finalità di terrorismo” avrebbero, in realtà, “rafforzato l’intento di un numero indeterminato di componenti di HAMAS di aderire alla strategia terroristica e al programma criminoso dell’organizzazione, anche compiendo attentati terroristici suicidi”. E qui ci piacerebbe proprio leggere l’ordinanza cautelare per intero perché l’implicazione logica del comunicato stampa sarebbe che se nessuno aiutasse più i palestinesi e li si lasciasse morire di fame, freddo, inedia, omicidi perpetrati dai coloni, razzie e bombardamenti (come sta accadendo), i palestinesi non aderirebbero più ad Hamas – in quanto verrebbe meno la nostra solidarietà via Hamas.
Possiamo credere alle accuse di terrorismo di uno Stato condannato per Apartheid?
Il terzo punto che ci fa restare basiti è che l’indagine della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo si sia anche “sviluppata attraverso: documentazione trasmessa ufficialmente dallo Stato di Israele nel contesto della cooperazione giudiziaria: in relazione ad un originario procedimento n. 15003/2003 R.G.N.R. (per il quale è stata ottenuta la riapertura delle indagini), in risposta ad alcune richieste di assistenza giudiziaria formulate dalla DDA di Genova”; e grazie ad “atti trasmessi spontaneamente da parte delle Autorità Israeliane, ai sensi dell’art. 11 del Secondo Protocollo alla Convenzione Europea di Assistenza giudiziaria fatto a Strasburgo l’8.11.2001 e ratificato con legge n. 88 del 24 luglio 2019”. Cosa ci fa specie? Risponde meglio di noi il Partito della Rifondazione Comunista di Torino in un suo comunicato ufficiale: “Riteniamo particolarmente allarmante che elementi dell’inchiesta derivino – secondo quanto riportato da più fonti – da segnalazioni e dossier prodotti da Israele, nel quadro della cooperazione internazionale. In un contesto in cui Israele qualifica come ‘terrorismo’ gran parte dell’attivismo palestinese, questa cooperazione rischia di importare nel sistema giudiziario italiano la lettura politica israeliana di ogni forma di sostegno alla Palestina come fiancheggiamento del terrorismo” (5).
Hamas: non è solo il braccio armato, ma anche un’entità politica
Proseguendo nella lettura del comunicato stampa, apprendiamo che: “Secondo la tesi accusatoria, in base agli indizi raccolti in anni di indagine, gli indagati si sono resi consapevolmente responsabili di aver sottratto capitali alle finalità assistenzialistiche della da’wa (trattasi delle attività svolte dall’organizzazione nei settori della religione, dell’istruzione, del benessere e della salute allo scopo di creare saldi legami con la popolazione palestinese) in favore di un finanziamento diretto dell’organizzazione terroristica e delle sue attività criminose”. Ciò che colpisce è che si ammette implicitamente che Hamas (la quale, ricordiamo, è anche una forza politica, votata dalla popolazione di Gaza), pur occupandosi di tutte quelle attività che qualsiasi Governo deve garantire – quali istruzione e salute – facendo ciò sarebbe da considerarsi ‘riprovevole’, perché tali azioni ovviamente ne aumentano il consenso. Traslando, sarebbe esatto affermare che ai politici nostrani non debba interessare ciò che pensa o vuole l’elettorato? Forse sarà vero in Italia, visto che il Presidente Mattarella ammette che le spese militari sono “impopolari ma necessarie” – ovvero ‘armiamoci e andate in guerra’.

Il 7 ottobre 2023 è il frutto di un albero malato piantato nel 1948
Più oltre arriva il quinto punto che ci ha fatto riflettere: “Come ovvio, le indagini e i fatti attraverso esse emersi non possono in alcun modo togliere rilievo ai crimini commessi ai danni della popolazione palestinese successivamente al 7 ottobre 2023 nel corso delle operazioni militari intraprese dal Governo di Israele, per i quali si attende il giudizio da parte della Corte Penale Internazionale, da rendersi in conformità allo Statuto di Roma, ratificato da 125 Stati Membri, fra i quali, in un ruolo di impulso e sostegno, l’Italia”.
Quindi, Israele è innocente – al momento? In realtà, sentenze ben più gravi sono state emesse dalla Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite (un organismo di maggior peso rispetto alla CPI), che ha dichiarato che “Israele è colpevole di apartheid contro i palestinesi e che l’occupazione militare e l’annessione dei territori palestinesi sono illegali”, e questo “dopo aver confermato la plausibilità del genocidio israeliano contro 2,3 milioni di palestinesi a Gaza a gennaio” (6). A questo punto ci parrebbe obbligo che la Magistratura italiana ponesse il massimo zelo ad accusare e recludere chi ha finanziato Israele – e non dal 2023 a questa parte ma anche nei 75 anni precedenti. Israele come Stato, i suoi colonizzatori e membri del suo esercito si sono resi colpevoli ben prima del fatidico 7 ottobre 2023, di crimini contro l’umanità, come emerge nel Rapporto di 182 pagine redatto da Amnesty International e intitolato Israel’s Apartheid against Palestinians: Cruel System of Domination and Crime against Humanity, nel quale si “documenta come le importanti requisizioni di terre e proprietà, le uccisioni illegali, i trasferimenti forzati, le drastiche limitazioni di movimento e il diniego della nazionalità e cittadinanza a danno dei palestinesi siano tutti elementi parte di un sistema che costituisce apartheid secondo il diritto internazionale. Il sistema è mantenuto da violazioni che, secondo Amnesty International, costituiscono apartheid come crimine contro l’umanità, così come definito dallo Statuto di Roma e dalla Convenzione sull’apartheid” (7).
Ma tornando ad Hamas come braccio armato, andrebbe ricordato che è anche un partito politico (questione che suscita non poco timore nell’ANP, tanto che da alcuni anni in Cisgiordania e nei Territori Occupati si rimandano le elezioni per tema di perderle). In maniera simile a Sinn Féin – partito di sinistra che sosteneva l’indipendenza dell’Irlanda dalla Gran Bretagna, e che aveva legami con l’IRA. Aprire un dialogo con la parte politica di Hamas sarebbe inaccettabile? Abū Muḥammad al-Jawlānī, prima di prendere il potere in Siria con un golpe, ci risulta che fosse un membro dell’ISIS, sotto il comando di Abū Bakr al-Baghdādī e, poi, di al-Qāʿida. In pratica, un tale ‘pericolo pubblico’ da essere inserito, nel 2013, nella lista dei terroristi redatta dagli Stati Uniti. Ma si sa che gli statunitensi cambiano idea a seconda dei propri interessi del momento, e adesso il miliardo d’oro stringe tranquillamente la mano all’uomo che, per dieci anni, è stato considerato un terrorista. Così come, dopo aver fatto guerra ai talebani martirizzando l’Afghanistan per difendere i diritti delle donne e la democrazia, ce ne siamo andati lasciando il popolo afghano proprio nelle mani di coloro che abbiamo preteso di sconfiggere. Se non fosse atroce, sarebbe ridicolo.
Mantenere l’equilibrio a volte è difficile se si usano due pesi e due misure
Tornando ai crimini contro l’umanità commessi da Israele, il comunicato stampa afferma: “Allo stesso tempo, tali crimini non possono giustificare gli atti di terrorismo (compresi quelli del 7 ottobre 2023) compiuti da Hamas e dalle organizzazioni terroristiche a questa collegate ai danni della popolazione civile, né costituirne una circostanza attenuante”. A tale affermazione, e ai presunti milioni di euro elargiti alle associazioni palestinesi negli ultimi vent’anni, che sarebbero stati dirottati verso Hamas e non per scopi umanitari, risponderemo prendendo a prestito quanto scritto da Andrea Zhok: “Dal 7 ottobre 2023 ad oggi gli Stati Uniti hanno trasferito 21 miliardi di dollari in aiuti militari ad Israele, che li ha usati per bombardare 7 Paesi, aggredirli unilateralmente, commettere omicidi mirati di militari e civili, uccidere al minimo 65.000 palestinesi (di cui 18.400 bambini). Questo naturalmente non è terrorismo, è legittima difesa” (8).
Ciliegina sulla torta, ci sembra d’uopo la lezione su cosa sia il terrorismo – che prevederebbe, vista la sproporzione delle forze in campo, semplicemente che i palestinesi si facessero finalmente ammazzare tutti, possibilmente in silenzio. “Per la giurisprudenza di legittimità costituiscono, infatti, atto terroristico le condotte che, pur se commesse nel contesto di conflitti armati, consistano in condotte violente rivolte contro la popolazione civile, anche se presente in territori che, in base al diritto internazionale, devono ritenersi illegittimamente occupati”. Ma a questo punto, se si vuol far tornare la bilancia in equilibrio, occorrerebbe fermarsi e chiedersi: «I cosiddetti coloni sono civili?». Invadono dal 1948 terre che non appartengono loro (come da risoluzioni delle Nazioni Unite), le occupano, incendiano villaggi, distruggono uliveti, rubano l’acqua, costringono all’esilio forzato un intero popolo, uccidono uomini, donne e bambini impunemente e fanno tutto ciò armata manu, costruendosi poi città bunker nelle quali si rinchiudono tra alte mura, filo spinato e difese militari. Sono ‘civili’? E nel frattempo, lo Stato a cui appartengono, li aiuta con arresti arbitrari e depredando delle sue risorse quel poco di Territorio in cui si affollano i palestinesi, che si rifiutano di lasciare la propria patria – con un amore e un senso del sacrificio che, da soli, dovrebbero farci vergognare.
Non chiuderemo su una nota così disperata e disperante
Nel dare la notizia dell’indagine anche su una collega giornalista torinese, il Partito della Rifondazione Comunista di Torino ha emesso un comunicato molto preciso che denuncia il tentativo di “criminalizzazione del movimento di solidarietà con la Palestina nel nostro Paese”, oltre che della “solidarietà internazionale, del dissenso radicale, della critica alle politiche coloniali e di apartheid portate avanti” da Israele.
Più oltre si legge: “Respingiamo con forza l’equazione tra solidarietà e terrorismo. Respingiamo l’idea che sostenere un popolo sotto occupazione equivalga a un reato. Respingiamo l’uso selettivo della ‘sicurezza’ per colpire chi contesta l’ordine politico dominante”. E tra tanti ‘sepolcri imbiancati’ (Zhok docet) ci sembra doveroso che compagne e compagni scrivano: “Difendere Mohammed Hannoun oggi significa difendere uno spazio politico collettivo, il diritto di organizzarsi, di dissentire, di praticare solidarietà internazionale senza essere criminalizzati. La solidarietà non è un reato. La Palestina non è un crimine. Il dissenso non si arresta”.
(1) https://www.inthenet.eu/2024/01/19/linformazione-sempre-piu-nel-mirino-della-censura-politica/
(3) https://www.inthenet.eu/2023/09/22/la-censura-come-forma-di-liberta/
(6) https://bdsitalia.org/index.php/la-campagna-bds/ultime-notizie-bds/2855-cig-lug-24
(7) https://www.amnesty.ch/it/news/2022/israele-apartheid-palestinesi
venerdì, 2 gennaio 2026
In copertina: Immagine di Gerd Altmann da Pixabay; nel pezzo: lettera aperta al New York Times del 2 dicembre 1948, firmata tra gli altri da Hannah Arendt e Albert Einstein, in cui si paragona per filosofia politica, metodi e organizzazione il Freedom Party – ovvero, Herut – israeliano, che è poi confluito nel Likud, ai partiti nazista e fascista; comunicato stampa ufficiale della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Genova

