L’eredità partigiana e il rischio dittatura, oggi, mentre si sfalda il ‘cielo finora protettivo’*
di Maurizio Prescianotto
“…mio padre è un ragazzo tranquillo
la mattina legge molti giornali
è convinto di avere delle ideee
suo figlio è una nave pirata
e anche adesso è rimasta una scritta nera
sopra il muro davanti casa mia
dice che il movimento vincerà
i nuovi capi hanno facce serene
e cravatte intonate alla camicia” (2).

Disagio ai tempi del neofascismo
Oggi si è avverata “la scritta nera sul muro” e abbiamo per sgovernarci nuovi capi del “movimento che vincerà” dalle “facce serene”, propinati in versione di corretta tendenza di genere: madri, cristiane ed europee “convinte di avere delle idee”.
Siamo rimasti sprovvisti di “navi pirata”, mentre i sinistri PDini in EU votano l’ennesimo finanziamento di 90 miliardi Euro al regime UkronaziNATOstan contro i russi non più comunisti. In Italia, invece, attraverso la collaterale ANPI si millanta “antifascismo di maniera British” ri-presentando il libro (3), Quello che ci ha fatto Mussolini, di Paolo Treves (1908-58), scritto a Londra nel 1940, sulle memorie antifasciste della sua famiglia borghese.

Ricordiamo che il padre Claudio Treves fu dirigente socialista esule dal 1926 a Parigi, dove morì nel 1933. L’autore, invece, da esule ebraico col fratello Piero, a Londra, fu membro della Fabian Society, docente al Bedford College (1938), e collaborò con gli ‘Alleati liberatori’ a Radio Londra (1940-45). Dalla recensione del libro Quello che ci ha fatto Mussolini leggiamo che il pronome ‘ci’ indica una famiglia di persone travolte da difficoltà emotive ed intellettuali. Racconta della solitudine che colpiva chi non si allineava al regime, il silenzio in casa dovuto al telefono che non squillava più, degli sguardi evitati per strada dalla paura che svuotava le relazioni umane. Da Alphabet Inc. Google leggiamo che Paolo Treves, rientrato dopo la Guerra, fu ‘socialista diffidente’ (4), scissionista dal PSI, poi dirigente ‘anticomunista’ del PSDI e deputato con incarichi governativi nel parlamento italiano (1946-58).

Rileviamo che furono diverse la vita, le vicissitudini e le scelte del partigiano Sandro Pertini, l’unico socialista del PSI a divenire Presidente della Repubblica (1978-85). Pure lui fu esule (1927-29) in Francia, ma lavorando come muratore. Perseguitato fu costretto a rientrare in Italia e incarcerato a Rebibbia fino alla liberazione nel 1944. E ci chiediamo se anche allora ci fu “chi non poteva permetterselo l’antifascismo circoscritto al solo disagio emotivo” non disponendo dei mezzi, o risultasse non confacente a qualcuno che lo ospitava? In attesa di risposta, quindi, lascia perplessi la scelta dell’ANPI di promuovere la propria immagine nell’anno 2026 abbinata a un autore i cui contenuti risultarono perlomeno divisivi nel campo antifascista del suo tempo.
La Signora Elide subì il disagio dal padrone
A proposito del ‘disagio emotivo’ mi furono raccontate le contemporanee vicissitudini di una popolana proletaria, la Signora Elide, nata prima della grande guerra a Ceco Beppe che, invece di ‘farla la Storia’, come i citati sopra, fu presto abituata a ‘subirla la Storia’ dai suoi infausti attori. Figlia di padre ‘operaio in zuccherificio’, primogenita di 11 fratelli, come usava allora, non ebbe mai il telefono a casa evitando il rischio che restasse muto. E invece, aiutando la madre lavorante sarta a casa, si dilettava nel cambiare pannolini alla prole ed era spesso obbligata – raccontava con rammarico – a dover marinare la scuola quando il suo aiuto era necessario. Si trattava allora di frequentare 2 anni d’obbligo scolastico per imparare solo a leggere, scrivere e fare di conto.
Appena affrancata dalla cura della prole di casa, per contribuire al sostentamento familiare, andò a lavorare da Colombina servetta (5).

Divenne purtroppo attenzionata e ingravidata dal figlio del padrone e come usava, senza riconoscimento di alcuna responsabilità paterna, fu subito allontanata. Da ragazza madre fu costretta a lasciare lavoro e casa per colpa reietta, esiliata dopo la nascita del figlio. Arrivò a Bolzano dove il Regime offriva lavoro nelle mense delle fabbriche che attiravano operai da ogni dove. Senza tessera di partito mai ottenne una casa convenzionata, mentre la città cresceva da 18mila a 100mila abitanti nei neo-costruendi quartieri Littorio, Dux-Semirurali, Shangai-Don Bosco, Vittoria-San Quirino, Tiberio-Gries, Agruzzo, Piani, eccetera, pagandosi sempre un affitto privato senza sovvenzioni. A causa della guerra, col figlio dovette (nel 1943-45) scappare dai bombardamenti alleati e dalla fame – che attanagliò gli italiani poveri di Bolzano, nel frattempo ceduta dal Regime fascista al Reich nazista. Fame mai sofferta da padroni e gerarchi coi figli balilla, diventati poi giornalisti che oggi ci raccontano la storia di ‘Bolzano scomparsa’ sul giornale. A Liberazione avvenuta ritornò a casa, ubicata accanto la sede del giornale La Provincia di Bolzano che, nel frattempo, aveva cambiato denominazione in Alto Adige. E scoprì che molti padroni, gerarchi, giornalisti avevano cambiato di casacca riciclandosi nel CLN.
Si affrancò lavorando tutta la vita nelle cucine di mense e ristoranti, curò il figlio procurandogli un mestiere sicuro. Si sposò e lasciò molti oboli al prete della messa in latino che ripeteva a memoria senza comprendere.
Cultura antifascista da autodidatta
Ho letto Descolarizzare la società di Ivan Illich e penso che, con l’estensione del suffragio universale, l’inculturazione e l’orientamento di massa furono, per le élite padronali, delle necessità finalizzate alla formazione qualificata dei lavoratori e al controllo politico. Quindi ricordo che non fu la scuola a spiegarmi l’antifascismo e la guerra partigiana in Italia (1943-45). Fino agli anni 70 di partigiani e ANPI, quando ancora erano vivi testimoni, a Bolzano non se ne parlava. Negli anni 60 a scuola si seguivano i programmi ministeriali DC coi tanti maestri del Ventennio ancora in cattedra che, dopo aver approfondito lo studio dei periodi antico romano e risorgimentale, al massimo arrivavano alla vittoria della Grande guerra (1915-18). Solo in seguito realizzai che fu una inutile strage con 600mila morti. Ma negli 8 anni di scuola dell’obbligo nei quartieri popolari, dove oltre il 50% a 14 anni iniziava a lavorare in fabbrica, neppure di socialismo e dittatura fascista si parlava.

Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi (6) era il libro di lettura alle Scuole Medie. Dagli sfocati ricordi: “una guerra persa dai nostri eroici alpini inviati a combattere, senza scarponi adatti, coi cattivi tedeschi nelle steppe del Don, ma che seppero farsi benvolere e rifocillare dalla popolazione russa”. Successe che la supplente, per intrattenerci, ci leggesse in classe Racconti romani di Alberto Moravia che, poi, saprò essere stato antifascista ebreo. Nulla su antifascismo e partigiani fino al completamento degli 8 anni di scuola dell’obbligo (anno 1972).


La conoscenza della guerra antifascista che coinvolse 200mila partigiani in Italia tra il 1943 e il 1945 (7.a.b.c.), di cui il 50% nelle Brigate comuniste, la affinai successivamente – da attivista coinvolto nel movimento studentesco dell’ITC Cesare Battisti. Frequentando i 5 anni da studente-lavoratore, autonomamente acquistavo in compravendita e leggevo testi che costituiranno, assieme a giornali, film e musica, il mio patrimonio di conoscenze integrativo ai programmi scolastici e, vi assicuro, che non risultò pratica comune tra i coetanei. Qui di seguito alcuni contenuti sul tema antifascismo fondanti le mie presenti considerazioni critiche.


Il Conformista (8) e Gli Indifferenti (9) di Alberto Moravia, che descrive la decadenza borghese che aderí al fascismo. L’avventura di un povero cristiano di Ignazio Silone, fondatore del PCI, esiliato, lo portai all’esame di maturità (10).

Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, ambientato in Liguria durante la Resistenza partigiana, narrato attraverso gli occhi di un bambino, Pin (11). Il massacro di Oradur di Jens Kruuse, che descrive una tra le più feroci stragi compiute dalle SS (12).


Operazione Barbarossa di Ronald Seth, sulla strategia che condusse a Stalingrado (13). Storie dell’Italia partigiana di Giorgio Bocca (14) e molti altri. Il partigiano Jonny di Beppe Fenoglio (15), come lettura proposta oggi a scuola, lo trovo una rivisitazione limitata storicamente che misconosce il ruolo maggioritario della Resistenza comunista partigiana (50%). Conformata purtroppo dalle multinazionali dell’informazione ICT che su Alphabet inc. Google scrivono: “Le brigate partigiane comuniste furono di ideologia autoritaria equiparabile al nazismo” (16).



Inconfutabile che fu il sacrificio dei comunisti dell’URSS (coi partigiani), in Europa, a distruggere le velleità dominatrici nazifasciste promosse dalle élite padronali che ancor oggi ‘ci’ dominano. ‘CI’ prima persona del pronome plurale A NOI!
Canta Claudio Lolli: “Attenzione lo so che il mantello di quel vecchio partigiano è sempre in prima fila lì sull’attaccapanni, e poi che la pazienza è una virtù e che il sole nascerà con l’acqua e con la neve di chissà tra quanti anni. Attenzione lo so che il fucile è lì nascosto in quel libro di racconti, però che non diventino ricordi o fantasie, che non sia caricato solamente a sogni”. (17)

Tra i film ricordo Roma Città Aperta (Roberto Rossellini, 1945) col cristologico partigiano Giorgio Manfredi torturato e fucilato, col quale si rappresenta la morte di 40mila partigiani in Italia. A Bolzano, dalla Gestapo, il dirigente CNL Giannantonio Manci fu arrestato, torturato e ‘suicidato’ suicidato (6 luglio 1944); e il direttore Manlio Longon fu impiccato il 1° gennaio 1945 (18). Paisà (sempre Rossellini, 1946), con l’episodio con il cartello Achtung Banditen sui cadaveri dei partigiani galleggianti nel fiume Po (19).

Mentre oggi i titoli di giornali e media rappresentano come Achtung Banditen i manifestanti ProPal e AntiTav, mentre in Parlamento si approvano leggi per il fermo preventivo, e il divieto di sciopero e di critica al sionismo. E ancora, Mussolini ultimo atto (Carlo Lizzani, 1974) con la cattura e la fucilazione che lasciano molti dubbi (20).


La settimana prossima, la conclusione
(Sottotitolo, 1) King Crimson, The Sheltering Sky, Indiscipline, 1980
(2) Francesco De Gregori, Le storie di ieri, Rimmel, 1975
(3) Quello che ci ha fatto Mussolini, Piero Treves, 1940
(4) Andrea Ricciardi, Biografia di Paolo Treves un socialista diffidente, F. Angeli, 2018
(5) Colombina è una maschera veneziana della Commedia dell’Arte, la servetta furba e vivace XVI secolo
(6) Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio, Mursia, 1963
(7) a.RSI e guerra civile, b. Brigata Garibaldi, c. Brigata Matteotti
(8) Alberto Moravia, Il conformista, Bompiani, 1951
(9) Alberto Moravia, Gli indifferenti, Bompiani, 1929
(10) Ignazio Silone, L’avventura di un povero cristiano, Mondadori, 1968
(11) Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Mondadori, 1947
(12) Jens Kruuse, Il massacro di Oradur, Longanesi, 1974
(13) Ronald Seth, Operazione Barbarossa, Longanesi, 1964
(14) Giorgio Bocca, Storie dell’Italia partigiana, Laterza, 1966
(15) Beppe Fenoglio, Il partigiano Jonny, Einaudi, 1968
(16) Alphabeth inc. Google, motore di ricerca: che ideologia avevano i partigiani?
(17) Claudio Lolli, Attenzione, Disoccupate le strade dai sogni, 1977
(18) Giannantonio Manci e Manlio Longon uccisi CLN BZ/TN
(19) Banditen, Paisà, Roberto Rossellini, 1946
(20) Dubbi, Mussolini ultimo atto, Carlo Lizzani, 1974
venerdì, 27 febbraio 2026
In copertina e nel pezzo: Foto e immagini scelte dall’Autore del pezzo

