Unione Europea e tecnologie: cosa non ha funzionato
di Federico Giusti
A trainare oltre cinquant’anni di sviluppo economico e tecnologico europeo abbiamo avuto le macchine – quelle vetture francesi, tedesche e italiane vendute in mezzo mondo. L’automobile è stata l’acquisto più ambito per intere generazioni, sinonimo di autonomia e libertà.
Dovremo abituarci all’idea che il settore automotive non funga più da traino per le economie. Un giorno, forse, guarderanno agli stabilimenti, anche quelli moderni, produttori di vetture come modelli di archeologia industriale. Questo non significa che, nel mondo, si producano meno vetture, ma arrivano dall’Asia. Ad esempio, in soli 25 anni la produzione cinese è passata da 4 a oltre 33 milioni di automobili. La scommessa dell’elettrico si è rivelata, almeno per Stellantis, perdente visto che ha accumulato 22, 2 miliardi di Euro di debito. Le vetture elettriche arrivano da fuori Europa a prezzi decisamente inferiori e con tecnologie avanzate. E se qualcuno pensa che produrre armi sia la soluzione per salvare i posti di lavoro si sbaglia, basti tenere a mente che, ove una azienda si è riconvertita al militare, mediamente ha perso la metà dei suoi dipendenti.
Ma torniamo a Stellantis: correva l’anno 2025 quando la multinazionale lanciava l’Elettrico facile salvo poi, un anno dopo – ovvero a inizio febbraio 2026 – rinunciare all’elettrico puro, dopo una rimessa economica di oltre 22 miliardi di Euro (nel secondo semestre del 2025). Cosa è successo in un solo anno?
La domanda alla quale rispondere è, tuttavia, un’altra: perché alcune aziende dell’Est asiatico vanno avanti nella ricerca e nello sviluppo dell’auto elettrica, acquisendo tecnologie avanzate mentre l’Occidente e, soprattutto, il Vecchio Continente, sono rimasti indietro?
L’idea, errata, che le vetture cinesi siano tecnologicamente arretrate stride con la realtà dei fatti. I marchi orientali, parte dei quali legati da joint venture a multinazionali europee, sono decisamente avanti: sfornano prodotti di alta qualità e a prezzi decisamente inferiori agli europei tanto da guadagnarsi quote crescenti di mercato in Paesi storicamente produttori di automobili come quelli europei. I produttori di auto nel mondo sono cambiati, se prima riconoscevi i modelli riconducendoli a pochi marchi oggi tutto diventa complicato.
Dietro alla rinuncia alle auto elettriche da parte dell’ex Fiat ci sono varie motivazioni: l’appiattimento sulle politiche trumpiane, la scommessa di allargarsi nei mercati statunitensi dopo avere delocalizzato le produzioni e impoverito gli stabilimenti europei (nel caso di Stellantis, quelli italiani), le difficoltà a reperire metalli rari e quant’altro è indispensabile per le batterie e le componenti dell’elettrico.
Per capire questa crisi dovremmo guardare a un dato: quanto spendono le multinazionali e gli Stati in ricerca e sviluppo per le auto elettriche.
Secondo una vecchia retorica colonialista l’Occidente sarebbe attento all’ambiente, avrebbe – per intenderci – un’anima verde, al contrario delle potenze emergenti. In teoria il Vecchio Continente avrebbe dovuto essere all’avanguardia nella produzione di vetture a zero impatto ambientale; al contrario, si scopre un’altra verità. Nel frattempo Stellantis abbandona in parte, con tanti debiti, l’elettrico – pensando di beneficiare delle norme a favore del fossile di Trump.
L’Europa storicamente dipende da materie prime che non possiede: manganese, litio, cobalto, grafite, nichel da acquistare dalla Cina – che i metalli rari, invece, possiede e in grande quantità.
Il green cambia innumerevoli equilibri: escono rafforzate le potenze in possesso dei metalli rari e, in base ai rapporti di forza, si influenzano le politiche energetiche e ambientali. L’abbandono delle fonti fossili è irreversibile ma, prima che avvenga, ci saranno colpi di coda e anni di incertezze.
L’Europa non ha una filiera dell’elettrico, ha tutte le competenze necessarie ma è ancora indietro, dilaniata da divisioni interne. La Germania da anni sta premendo nella direzione green consapevole di dover colmare le lacune rispetto alla Cina. Paesi economicamente più deboli sono ancora indecisi e pronti a saltare sul carro Trumpiano schierato senza remore a favore del fossile.
La Germania da anni contesta i sussidi dello Stato cinese ai propri produttori, eppure i marchi cinesi sono entrati prepotentemente nei mercati europei, a partire da quello italiano, guadagnando quote crescenti e in tempi decisamente rapidi. I dazi europei ai prodotti cinesi avevano come obiettivo impedire l’arrivo di auto tecnologicamente avanzate e a prezzi decisamente più bassi dei prodotti UE ma, al contempo, la scelta di chiudersi all’elettrico potrebbe determinare danni ancor maggiori all’industria europea, oltre a peggiorare la qualità della vita e dell’ambiente con tassi di inquinamento che dovrebbero essere drasticamente ridotti. Il green deal sembrava avere unito la UE ma, con l’arrivo alla presidenza US di Trump e i dazi imposti ai prodotti europei, gli equilibri hanno iniziato a cambiare. La decarbonizzazione, fino a un anno fa, appariva un’occasione da prendere al volo anche per ammodernare il sistema produttivo e ridurre, allo stesso tempo, l’impatto ambientale.
Il conflitto in Ucraina e l’economia di guerra hanno determinato un sostanziale arretramento della UE. A farne le spese sono stati gli investimenti in ricerca e sviluppo e anche la produzione dell’auto elettrica, che non è riuscita a far valere decenni di esperienza nel settore. Tutto dipenderà dall’autonomia politica del Vecchio Continente, dagli investimenti in ricerca e sviluppo, dall’approvigionamento energetico e dei metalli rari. Di certo se il polo imperialista europeo ha un futuro non lo troverà rimanendo subordinato agli Stati Uniti.
venerdì, 27 febbraio 2026
In copertina: Il logo di Stellantis

