Dove sono finiti i 13 miliardi di dollari in mano agli US?
di Luciano Uggè (traduzioni di Simona Maria Frigerio)
Secondo il Financial Times e diverse testate finanziarie l’amministrazione Trump, da gennaio a luglio di quest’anno, avrebbe incassato 13 miliardi di dollari dalla vendita del petrolio venezuelano, ma non si sa che fine abbiano fatto detti fondi.
Solamente nei primi 4 mesi del 2026 sarebbero stati estratti quasi 100 milioni di barili a un prezzo stimato di 8 miliardi di dollari – proventi che nemmeno il Congresso degli Stati Uniti sa precisamente in quali casse siano finiti e per quali scopi siano stati utilizzati. Le uniche, generiche affermazioni dell’amministrazione Trump a tale proposito sarebbero state che dei fondi avrebbero ‘beneficiato’ entrambi i Paesi (sebbene noi non si capisca perché dovrebbero guadagnare gli US da una risorsa di uno Stato sovrano estero e ufficialmente indipendente),
Basandosi sui dati di Bloomberg le esportazioni di petrolio controllate da Washington sarebbero aumentate dai circa 380.000 barili al giorno di gennaio 2026 a 1,1 milione di barili, ad aprile. I tre maggiori acquirenti del petrolio venezuelano sarebbero stati gli stessi US (con il 43%), l’India che ha rinunciato a quello russo per depredare i venezuelani (con un 26%) e l’idolo delle sinistre europee, ossia la Spagna di Pedeo Sánchez (con l’8%); ma tra gli altri Paesi che hanno acquistato questo petrolio letteralmente sottratto – come in un tipico regime coloniale – alla sua popolazione vi sono Israele, e la nostra beneamata Italia, oltre all’Olanda.
I guadagni per il Venezuela della Presidenta
Al Congresso statunitense, il Segretario di Stato Marco Rubio ha testimoniato a gennaio di quest’anno (come abbiamo già riportato altrove), che 300 milioni di dollari, attraverso un conto temporaneo in Qatar, sarebbero stati versati al Governo venezuelano, mentre sul medesimo conto, all’epoca, dovevano essere ancora presenti 200 milioni di dollari. A febbraio, secondo altre fonti stampa, la Segretaria all’Energia, Chris Wright, avrebbe affermato in un’intervista che l’intera somma sarebbe stata trasferita al Venezuela e che l’amministrazione Trump avrebbe utilizzato i conti del Tesoro statunitense per il futuro.
Di certo il Governo venezuelano ha creato un sito web per monitorare le entrate derivanti dalle vendite di petrolio gestite dagli Stati Uniti (1/4 del Pil del Paese Sudamericano), ma l’unica voce che comparirebbe sullo stesso sarebbe un trasferimento di 300 milioni di dollari – avvenuto a marzo 2026. Del resto, Rubio aveva testimoniato di fronte al Congresso che il Venezuela aveva acconsentito a presentare al Dipartimento di Stato un rapporto mensile per le richieste di budget – sì da averne l’approvazione e per ricevere la propria parte di introiti sulle vendite petrolifere. Altrove la stampa ha riportato che sempre Rubio avrebbe affermato, genericamente, che tali fondi sarebbero andati ai bisogni del popolo venezuelano (in farmaci, eccetera).
Nel frattempo, l’unica a guadagnarci è stata certamente la Presidenta Rodríguez che è stata riconosciuta nel suo ruolo di Capo di Stato e si è vista togliere le sanzioni personali. Mentre l’amministrazione Trump ha varato una serie di misure temporanee per autorizzare le aziende statunitensi e i privati a operare in Venezuela, in settori quali quello petrolifero, minerario e finanziario – ma siccome le stesse sono misure provvisorie, revocabili a piacere, non sono molte le società che hanno accettato l’invito a operare nel Paese Sudamericano senza un quadro normativo certo.
Nemmeno i 5 miliardi di dollari del Fondo Monetario Internazionale sono stati sbloccati e tutte le mosse della Presidenta, in primis la riapertura dell’Ambasciata di un Paese che aveva appena rapito il Presidente Maduro, paiono solo tese a impoverire economicamente e a deprimere psicologicamente i venezuelani.
Executive Order 14373
Qualcosa di cui si parla poco, almeno in Italia, è l’Executive Order (EO) 14373, che stabilisce che per i fondi in deposito di proprietà del Governo venezuelano, detenuti dal Dipartimento del Tesoro US, sia il Segretario di Stato statunitense a dover dare istruzioni per la loro assegnazione. A parte i pochi dettagli di tale EO, l’amministrazione Trump non ha fornito altre spiegazioni sul sistema grazie al quale – dal rapimento del Presidente Maduro – gli States si impossessano e vendono il petrolio venezuelano, ne intascano i profitti, e come utilizzino tali fondi; né quali accordi abbia stipulato Trump con la Presidenta Rodríguez o con aziende, istituti di credito, e altre entità coinvolte. Soprattutto nel caso di società quali Trafigura e Vitol – che avrebbero dovuto occuparsi del commercio petrolifero solo nel primissimo periodo – diversi analisti fanno altresì presente che entrambe, in passato, sono state coinvolte in illeciti nel settore e continuano a operare in Venezuela a distanza di mesi.
Ma non solo. Gli States oggi controllano ben più del petrolio, in Venezuela, essendo entrati anche nel settore minerario e nell’estrazione dell’oro (la riforma, se così si può appellarla, in tal senso è stata sottoscritta dalla Presidenta Rodríguez lo scorso 29 giugno). Ricordiamo che, sempre a causa delle condizioni imposte per la sospensione temporanea delle sanzioni, i profitti derivanti dall’estrazione ed esportazione dell’oro e di altri minerali sono incamerati dal Tesoro statunitense con il medesimo sistema ben poco trasparente usato per il petrolio.
Mentre molti analisti politici occidentali giudicano le mosse dell’amministrazione Trump come una opportunità mancata per imporre al Venezuela un regime ‘autenticamente democratico’ (politicamente bipartitico, sarebbe più preciso scrivere, e socialmente plutocratico), attraverso ‘libere elezioni’, che avrebbero segnato la fine della rivoluzione bolivariana e, per loro, l’inizio dell’era della ‘Nobel’ Machado; a noi pare di essere semplicemente di fronte all’ennesimo esempio di neo-colonialismo occidentale, appoggiato da una ristretta élite del Paese/provincia dell’impero egemone.
Un’ennesima vittoria del capitalismo transnazionale e della visione distorta dello Sceriffo a Stelle e Strisce (e dei suoi ‘compari’), che non accetta istanze o scelte economiche e/o politiche diverse, soprattutto quando a propugnarle sono i popoli del Sud del mondo.
venerdì, 31 luglio 2026
In copertina: Brasilia, il Presidente Lula con gli omologhi di allora: Hugo Chavez e Néstor Kirchner (foto di Ricardo Stuckert/PR Agenzia Brasil, CC BY 3.0 br)


‘Autunno caldo’ per l’IMA?
Intervista di TIME a Delcy Rodríguez
Sotto la superficie. Radix di Tania Candiani all’IVAM di Valencia
Come fai a criticare chi ti finanzia?
Privacy bye-bye. Minority Report welcome!
Sign O’ The Times