I ‘progenitori’ di Lucy avrebbero 4 milioni di anni
di Luciano Uggè
Razzisti e colonialisti, ci spiace, ma non potrete negarlo: veniamo tutti dall’Africa, lì si trova la culla dell’umanità ed è persino più a sud di quanto si pensasse.
Finora la nostra cosiddetta progenitrice, l’australopiteco Lucy, datava tra i 3.200.000 e 3.400.000 anni. Eppure, le nuove scoperte di Darryl E. Granger, Dominic Stratford, Laurent Bruxelles, Ryan J. Gibbon, Ronald J. Clarke e Kathleen Kuman, già pubblicate nel 2022, analizzando i crani di 4 australopitechi provenienti dalla Repubblica del Sudafrica, dimostrerebbero che le nostre radici sono ancora più antiche e profondamente radicate nel Sud del mondo. Le rocce nella grotta di Sterkfontein, che ospitava i fossili, avrebbero una datazione tale da smentire la precedente teoria che gli australopitechi sudafricani sarebbero stati una diramazione del più antico australopiteco afarensis – proveniente dalla Depressione di Afar, in Etiopia, scoperto nel 1974 (la succitata Lucy). A cambiare le carte in tavola sarebbe stato un nuovo metodo per la datazione geologica ideato da Darryl Granger, professore al Purdue University’s College of Science – grazie al quale si sarebbe accertato che i crani ritrovati risalirebbero a quasi 4 milioni di anni fa. Il sito denominato Culla dell’Umanità è protetto dall’UNESCO e comprende diverse grotte, inclusa quella di Sterkfontein. Il primo ritrovamento nell’area risale al 1936 ma è stato Darryl Granger, insieme al suo team – composto anche da ricercatori della University of the Witwatersrand di Johannesburg e della University Toulouse Jean Jaurès, a datare con maggior precisione i fossili ritrovati. Il problema, finora, era stato che il sito ha ospitato ominidi per centinaia di migliaia di anni e le rocce, come i resti, sono precipitati in una fossa profonda così da rendere difficile la datazione dei sedimenti, dato che non vi era una sovrapposizione esatta di strati ma un miscuglio degli stessi. In passato si usavano le ossa delle specie animali fossilizzate per stimare una datazione. Ma proprio il fatto che le ossa si siano infiltrate in strati più o meno profondi di ‘fogli’ di calcite rendeva le stime imprecise. Il passo avanti compiuto dal gruppo di lavoro di Granger è stato quello di analizzare direttamente la cosiddetta breccia, ossia la roccia sedimentaria composta da frammenti che possono essere legati da una matrice di particelle più piccole, che contiene i suddetti 4 crani. Usando la spettrometria di massa con acceleratore, Granger e la sua squadra di ricercatori ha potuto misurare i nuclidi radioattivi presenti nelle rocce, così da determinare con esattezza l’età dei crani degli australopitechi esaminati – andando oltre alle supposizioni in base ai fossili animali adiacenti, o ai fogli di calcite.
Entrando più nel dettaglio, i nuclidi cosmogenici sono isotopi rarissimi che si producono quando un raggio cosmico ad alta energia interagisce con il nucleo di un atomo, provocando l’espulsione di protoni e neutroni. In questo modo si generano isotopi nuovi radioattivi nei cristalli minerali – tra di essi una lega speciale di alluminio che decade nel corso di milioni di anni, trasformandosi in magnesio. Ovviamente perché si formi tale lega, la roccia deve essere stata esposta in superficie, e quindi è possibile – se la si trova in una grotta – essere certi della sua datazione e dei fossili rinvenuti in essa. Il team di Granger, misurando i livelli di alluminio-26 e di un altro nuclide cosmogenico, il berillio-10, e dimostrando nel contempo come i fossili animali di epoche differenti si siano mischiati durante gli scavi degli anni 30 e 40 del Novecento (e perciò non sia attendibile la loro datazione), hanno ricostruito un importante tassello mancante nella storia dell’evoluzione umana.
Per chi volesse approfondire lo studio, intitolato Cosmogenic nuclide dating of Australopithecus at Sterkfontein, South Africa (di Darryl E. Granger, Dominic Stratford, Laurent Bruxelles, Ryan J. Gibbon, Ronald J. Clarke e Kathleen Kuman), datato 27 giugno 2022, questo è il link:
https://www.pnas.org/doi/abs/10.1073/pnas.2123516119?doi=10.1073%2Fpnas.2123516119
venerdì, 25 settembre 2026
In copertina: Immagine di Gerd Altmann da Pixabay


Il fascino del buio
Le donne che ho amato: Amelia Earhart e Grace O’Malley
Gallipoli: non solo in estate
Pasta fredda al sapore di mare
Lo sapevate che?
Benevento: meta per ogni stagione