Quando Antonioni predisse il nostro presente
di Simona Maria Frigerio
In occasione dell’anniversario della nascita di Michelangelo Antonioni (29 settembre 1912) sono stati riproposti in tv alcuni tra i suoi film più famosi e noi abbiamo rivisto Blow-up che, insieme a Professione Reporter, resta forse il suo capolavoro.
Ma perché scriverne? Partiamo dal punto di vista della critica cinematografica e mettiamo subito le mani avanti: vederlo in lingua originale con la recitazione sincopata e nervosa di David Hemmings e doppiato da Giancarlo Giannini, con voce asettica e priva di coinvolgimento emotivo, è disorientante. Vederlo, oltretutto, censurato (in particolare, della gioiosa scena di sesso a tre) come ai tempi in cui uscì e, per di più, con l’avvertenza ‘vietato ai minori di 14 anni’, è semplicemente ridicolo – in quanto poi non si comprende il senso di alcune battute, e quel che resta del film è più morigerato di qualsiasi serie crime di prima serata.
Fatte queste precisazioni, il fascino di Blow-up più che nel descrivere un preciso milieu o contesto storico – liberazione dei costumi sessuali, edonismo rampante, pre-yuppismo, ma anche critica alla guerra in Vietnam e presa di coscienza politica di una nuova generazione (a metà strada tra la Swinging London e il Flower Power) – risiede nel ‘montaggio delle attrazioni’ (come insegnava Ėjzenštejn) e nella sovrapposizione di diversi piani di interpretazione.
Riguardo a quello che abbiamo definito ‘montaggio delle attrazioni’, è evidente come Antonioni usi incursioni di sequenze che restituiscono allo spettatore una sensazione di straniamento, o di assistere a uno spaccato di realtà con sfasamenti temporali surreali. Non solamente l’irruzione dei mimi (che darà al finale una spiegazione circolare dell’intera sceneggiatura, tratta da un racconto di Julio Cortázar), ma i continui scarti temporali giocati sul carattere incostante e la recitazione sincopata di Hammings non ci permettono di assistere al film passivamente – siamo continuamente punzecchiati dalla sensazione che qualcosa ci sfugga. E proprio questa sensazione è la più prossima alla definizione di giallo o noir che è stata data al film. Difatti, sebbene il protagonista cerchi di capire se abbia o meno assistito a un omicidio, lo stesso sfugge alla nostra percezione (ovvero non è il fulcro del film, come sarebbe in un normale thriller) perché, da una parte, siamo catturati dalle mille sollecitazioni esterne che scandiscono la giornata di Hammings (fotografo di moda ma anche fotoreporter impegnato con velleità di grandezza e arricchimento speculativo e, nel contempo, un aborto di coscienza di classe forse solo a fine narcisistico; sommerso dal lavoro patinato delle riviste di moda e da quell’esistenza frenetica che si respirava nelle notti londinesi degli anni 60: tra musica, locali, sesso, amicizie superficiali, incontri casuali eppure intimi, alcolici e spinelli). E dall’altra parte, è il finale stesso, sospeso, a negare il genere al quale il film dovrebbe appartenere in quanto nei thriller si scopre sempre il colpevole – al massimo, lo stesso è il diavolo e, come il diavolo, scompare (Keyser Söze docet).
Una doppia interpretazione del finale
Il film si chiude con due possibili letture critiche anche alla luce di quanto sta accadendo non solamente nel mondo dell’informazione, sempre più omologata e degradata a propaganda, ma anche al ruolo dell’immagine che, ad esempio, dovrebbe aver reso palese a tutti il genocidio in atto a Gaza e, al contrario, ha perso di efficacia in quanto ci siamo abituati alla violenza a un punto tale, non solamente da non distinguere quella reale dalla bombastica e roboante produzione hollywoodiana – o dei vari canali a pagamento ormai sbarcati sulle nostre tv; ma anche da non riuscire più a compartecipare il dolore, troppo presi dal nostro meschino egoismo, dal senso di superiorità occidentale e dalla certezza che, non interessandoci direttamente, in fondo quel dolore non ci appartiene.
In Blow-up la partita a tennis coi mimi, a cui Hammings alla fine partecipa accettando di vedere e persino raccogliere una pallina che non esiste, può essere interpretata – visto anche che il suo lavoro è quello di fotografo di moda, da un lato, e di fotoreporter di inchiesta, dall’altro – come l’abdicazione al primo: accettare di vedere ciò che non esiste, solo perché è in sintonia con la società a cui appartieni, e smetterla di tentare di provare un omicidio, che la società nega o seppellisce sotto un cumulo di menzogne e l’azione dei poteri forti. Tutto ciò sembra presagire quello che sta accadendo al mondo dell’informazione oggi.
Ma esiste anche una seconda interpretazione (del collega Luciano Uggè) che, al contrario, ravvisa in quel vedere e raccogliere una pallina da tennis che non esiste, l’adesione a un mondo diverso, a quell’immaginazione al potere di marcusiana memoria che, a breve, avrebbe conquistato Parigi con il maggio francese.
Quale delle due o un’altra ancora? Il potere dell’arte è instillare dubbi, mai consolare con false certezze.
Blow-up
regia Michelangelo Antonioni
soggetto Michelangelo Antonioni
(ispirato a un racconto di Julio Cortázar)
sceneggiatura Michelangelo Antonioni, Tonino Guerra ed Edward Bond (collaborazione ai dialoghi in inglese)
fotografia Carlo Di Palma
montaggio Frank Clarke
musiche Herbie Hancock
scenografia Assheton Gorton
costumi Jocelyn Rickards
trucco Stephanie Kaye e Paul Rabiger
produttore Carlo Ponti
interpreti e personaggi:
David Hemmings: Thomas
Vanessa Redgrave: Jane
Sarah Miles: Patricia
John Castle: Bill, il pittore
Jane Birkin: la ragazza bionda
Gillian Hills: la ragazza bruna
Peter Bowles: Ron
Veruschka: modella
Julian Chagrin: mimo
Claude Chagrin: mimo
Jill Kennington: modella
Peggy Moffitt: modella
Susan Brodrick: l’antiquaria
The Yardbirds: se stessi
lingua originale inglese
1966, Italia, Uk, US
durata 111 minuti
venerdì, 9 ottobre 2026
In copertina: Particolare (per ragioni di layout) della Locandina del film


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