Il volto di Adolf Eichmann si incarna 24 volte
di Simona Maria Frigerio
In questo periodo (nonostante si dovrebbe discutere del DDL che equipara anti-sionismo ad anti-semitismo), sui social impazza la solita tifoseria isterico-calcistica, ma declinata tra due film che, da punti di vista differenti ma con il medesimo obiettivo, denunciano la pulizia etnica compiuta dai sionisti (anche ben prima che esistesse lo Stato di Israele) contro il popolo palestinese. La ‘colpa’ di Naza sarebbe – per le belle anime di sinistra – quella di essere stato girato da israeliani e, quindi, ancora una volta, l’unica narrazione possibile in Occidente sarebbe la nostra e non, in questo caso, quella dei palestinesi. Traslando, potremmo pensare a quanto accade con l’informazione di Sputnik o Russia Today, vietata in Unione Europea come tutto ciò che è russo, in quanto bollata come ‘propaganda’ – visto che dobbiamo sentire solo la ‘campana’ ucraina.
Polemica puerile, sterile e al servizio degli scopi di quell’élite, che fa parte di una specie di polizia politica al soldo di Bibi (come racconta uno dei suoi membri in Naza), che controlla e censura ogni critica o denuncia rivolta contro Israele e il genocidio che sta compiendo, fino al punto di ricattare (con la minaccia di rivelare segreti riguardanti la vita privata) le vittime palestinesi (dello Stato/nazione del popolo ebraico) per impedire loro di testimoniare di fronte alla Corte di Giustizia Internazionale dell’Aia. E possiamo immaginare cosa faccia a livello di algoritmi, visto che sui social non passa notizia che Israele non voglia – tanto è vero che i nostri post quando non sono de-indicizzati sono rimossi perché non conformi alla policy (‘contenuti espliciti’ è l’accusa più ricorrente, ovvero mostriamo l’orrore senza le ‘fette di salame’ del politically correct) di questa o quella piattaforma.
A conferma, Naza ha il pregio di fare innanzi tutto i conti con la storia e sfatare falsi miti creati ad hoc dall’Europa (in primis, dal Regno Unito). Tel Aviv – i cui grattacieli che si stagliano nella notte fanno da sfondo ai racconti di 24 membri di vari servizi segreti, dell’intelligence e delle forze armate israeliani – non è stata costruita sulle sabbie del deserto come infiorettava la propaganda dell’epoca, bensì abbattendo con le ruspe le abitazioni dei palestinesi. Con buona pace del famoso slogan sionista “una terra senza popolo per un popolo senza terra” (coniata, però, da un reverendo cristiano e usato a scopi economico-geostrategici dalla potenza coloniale britannica, già nell’Ottocento, per arginare l’espansionismo egiziano e impedire l’accesso russo ai Dardanelli). In maniera icastica, Naza denuncia la falsità di tale rilettura storica, dimostrando come Tel Aviv sia stata costruita sulle macerie – la stessa sorte che, nel tempo, Israele sta facendo subire non solamente a Gaza, ma ai Territori Occupati in Cisgiordania e a Gerusalemme – con il silenzio/assenso dell’Occidente e, soprattutto, con il supporto politico e la vendita di armi da parte di Stati Uniti, Germania e Italia.
E così, mentre sul tetto di un palazzo di Tel Aviv, Yuval Abraham intervista questi burocrati del genocidio, la vita scorre dietro alle finestre dei grattacieli, in case illuminate, accessoriate e spesso lussuose a soli 60 chilometri dai palazzi, altrettanto abitati ma rasi al suolo, di Gaza. E se qui ci sono vita, cibo, comodità, il lungo mare dove fare jogging, i bar dove sedersi ai tavolini all’aperto per bere un cocktail, la movida e l’entertainment colto – dai film d’essai ai teatri – e la faccia di Bibi impazza sui televisori promettendo, in pratica, pace e vendetta (o, come afferma il membro della sua polizia politica, di continuare la guerra, contenendo i danni all’immagine e permettendo agli israeliani di godersi la normalità); cosa ci sarà a Gaza, a un pugno di chilometri di distanza? Lo scopriremo solo alla fine delle testimonianze.
Perché Naza non piace a Israele?
Solo per il fatto che questo film sia avversato da Netanyahu & Co., dovremmo andare a vederlo. Naza è simile – sebbene in maniera meno prolissa e macchinosa – ai vari documentari sul processo ad Adolf Eichmann. Stessa freddezza. Stesse scuse. Stessa disumanizzazione della vittima, degradata a numero – per gli ebrei, nei lager, quello tatuato sul braccio; per i palestinesi quello calcolato con la IA: quanti Naza vale un membro di Hamas? – dove ‘Naza’ significa vittime collaterali: donne, bambini, vecchi, malati. Questi sono omicidi di massa, afferma Yuval Abraham durante le interviste. “Ma quando si diceva che Gaza era rasa al suolo, cosa pensavate significasse? Perché nessuno ci ha fermati?” chiede, più o meno con queste parole, un intervistato.
“Ho eseguito gli ordini, non sono stato io a darli. I gerarchi nazisti è giusto siano stati condannati a Norimberga perché erano responsabili. Io ho solo eseguito i loro ordini, non potevo oppormi”, così si giustifica Eichmann di fronte a un Tribunale dove è stato condotto con una extraordinary rendition ante litteram (ovvero è stato rapito dal Mossad in un Paese straniero, per la precisione in Argentina). Ma qui chi sono i Göring o gli Himmler? Chi ha deciso e continua a decidere, prima, di attaccare i membri di Hamas non di giorno bensì la notte a casa loro; e poi, che fosse giusto per uccidere un solo uomo, demolire un intero palazzo, giudicando freddamente il numero di Naza, ossia di civili, che si possono sacrificare? È la tanto decantata Intelligenza Artificiale che, da macchina, può freddamente, senza alcuna empatia, estrarre il numero in base ad algoritmi impostati, però, da tecnici umani – che non si sentono in colpa non perché disumani (come la IA) bensì perché affermano di essere solo una rotella di un ingranaggio più grande di loro. Come Eichmann rivendicava di essere un burocrate che spostava la popolazione ebrea dai territori orientali, conquistati dalla Germania, nel modo più efficiente possibile (e ciò che accadeva poi non era di sua competenza), così questi israeliani che si autodefiniscono con termini quali ‘élite’, ‘di sinistra’ e ‘colti’, affermano di essere tecnici e di aver fatto al meglio il loro lavoro (peraltro secondo loro invidiato da molti), ma che non competono loro giudizi morali.
Eichmann era più umano quando ammetteva la colpa dello sterminio, umanamente, ma non legalmente.
Ubbidire agli ordini giustifica un genocidio?
“Ubbidivo agli ordini” è la frase che ricorre sia nell’interrogatorio di Eichmann di fronte al Tribunale israeliano, sia nelle interviste. Insieme alla giustificazione – che deresponsabilizza – di “essere solo un ingranaggio” (di una macchina di morte). Quello che ha sviluppato l’algoritmo non stabilisce l’obiettivo e quest’ultimo non è colui o colei che sgancia la bomba, a sua volta deresponsabilizzato dal fatto di non aver deciso – lui o lei – chi colpire.
Il racconto si fa sempre più crudo a misura che procede. Prima gli israeliani ammettono di aver ricevuto l’ordine di colpire i presunti membri di Hamas a casa loro; poi di distruggere direttamente un intero palazzo; quindi di radere al suolo tutti i quartieri, uno dopo l’altro, sistematicamente – sapendo ogni volta, grazie all’IA, quanti Naza avrebbero eliminato e, a un certo punto, non considerando nemmeno più i civili palestinesi come danni collaterali dato che l’ordine era svuotare Gaza Nord. “Qualcuno tirava una linea e se loro erano al di qua, li ammazzavamo. Loro non sapevano dove posizionavamo la linea ma questo non contava”. Non contava se quei palestinesi erano vecchi, malati o donne incinte, gli israeliani avevano deciso la deportazione di massa e, adesso, tranquillamente, in una notte tiepida su una terrazza di Tel Aviv, lo rivendicano. Finché arrivano al punto, alcuni, di raccontare come uccidessero i palestinesi che uscivano dalla fila da loro imposta per correre ad accaparrarsi un po’ di cibo o una tazza d’acqua – nei punti di distribuzione fissati dagli israeliani. Il disegno quasi infantile dei palestinesi che cadono, massacrati dai militari dell’Idf, mentre i corpi si ammonticchiano uno sopra l’altro, è ributtante. È l’immagine della soluzione finale. Radere al suolo Gaza, affamare i palestinesi costretti in quel lager a cielo aperto, costringerli all’esodo verso sud e, intanto, massacrarli – lasciando che i loro corpi siano dilaniati dai cani. Alla Senatrice Segre vorremmo chiedere se tali descrizioni non le ricordano la sua tragica infanzia nel campo di sterminio.
E però l’azione è anche un’iniezione di adrenalina e i soldati sul campo o i piloti che sganciano le bombe devono averla provata, come ammette candidamente uno di loro: ancora eccitato (sebbene con qualche dubbio, adesso che parrebbe tornato alla vita civile). La stessa eccitazione di giocare alla PlayStation o con XBox?
Ma ciò che poteva forse rivendicare Eichmann come giustificazione, ossia aver eseguito gli ordini, non può valere oggi per l’esercito israeliano. Le 4 Convenzioni di Ginevra del 1949, nate dalle ceneri della Seconda guerra mondiale, dai camini dei crematori nei lager, dall’immane tragedia dell’Olocausto ma anche delle stragi di civili perpetrate in vari Paesi, tra i quali l’Italia, dai nazi-fascisti, stabiliscono altro. Secondo il diritto internazionale, oggi, chiunque commetta crimini di guerra, anche se ha “solo obbedito agli ordini”, può e deve essere portato di fronte a un tribunale, giudicato e, se colpevole, punito. A qualsiasi livello.
“Perché non se ne sono andati? Perché non se ne vanno?”, hanno chiesto in molti, in troppi – politici, giornalisti, commentatori comodamente seduti in studi televisivi occidentali. Per citare un altro documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor perché i palestinesi non hanno un’altra terra (promessa) ad attenderli, No Other Land.
Perché vedere Naza: infastidire Bibi e capire cosa successe davvero il 7 ottobre
Vi sono due ragioni perché questo documentario va visto e dà tanto fastidio a Netanyahu, ma anche ai Governi occidentali.
A parer mio, a pelle, il primo motivo è che finché sono le vittime a mostrarsi, a lamentarsi, a denunciare, tu spettatore ne soffri (se sei empatico) ma poi te ne dimentichi. Vedi ogni giorno le pubblicità di testimonial che ti chiedono di mettere mano al portafoglio per portare cibo o acqua ai bambini di Gaza. Nessun accenno al motivo per cui sono affamati o mancano di tutto. Non una parola sui carnefici. Al massimo qualcuno blatera di ‘guerra’ e dei ‘civili gazawi usati come scudi umani da Hamas’ (tesi irrisa dagli intervistati, in Naza, visto che i membri di Hamas sono uccisi di notte, quando vanno a casa a dormire e le vittime civili sono già computate nei calcoli dell’IA).
Siamo ormai avvezzi alla tv del dolore. Tra la pubblicità di un assorbente e nostro figlio che ci chiede 50 euro per uscire con la ragazza, ci siamo abituati ai bambini gazawi amputati senza anestesia – come decenni fa ci abituammo ai bambini africani del Biafra, che alla fine erano diventati un cliché. Ma la banalità del male, che Hannah Arendt denunciò assistendo al processo di Eichmann è altra cosa. La macchina burocratica della morte raccontata con sfrontatezza e dovizia di particolari, smentendo la narrazione che a Gaza ci fosse una guerra, puntandoci il dito contro perché abbiamo permesso e, anzi, venduto le armi a Israele per radere al suolo un’intera città, è un pugno nello stomaco. Naza è il granellino nel perfetto ingranaggio propagandistico di Israele, così fastidioso perché rivendica tutto ciò che loro negano da sempre, ossia il genocidio.
Il secondo motivo è che nel documentario i membri dell’intelligence affermano che da sempre, avendo Israele il controllo delle comunicazioni a Gaza, ascoltano tutto. Come i loro algoritmi, analizzando il messaggio di una bambina che scrive: “Papà è a casa”, avvertono i tecnici che comandano i droni affinché ne inviino uno per far esplodere la casa con tutti i suoi abitanti o diano le coordinate al pilota per sganciare la bomba su un intero palazzo, così dovevano aver rilevato parole che potevano far ipotizzare l’attacco del 7 ottobre. E mentre gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto lasciano trapelare di aver avvertito Israele dei piani di Hamas, ecco che emerge la seconda questione scomoda per Bibi e il suo Governo: se ascoltavano ogni conversazione e sapevano tutto, qual è stato il calcolo che hanno fatto? Permettere una strage per giustificare un genocidio? Potremmo davvero trovarci nuovamente di fronte al medesimo calcolo delle élite ebree statunitensi, durante la Seconda guerra mondiale, di lasciare i loro correligionari a morire a milioni nei campi di sterminio per ottenere, in cambio, la nascita di Israele? Se qualche collega, giornalista d’inchiesta, approfondisse sarebbe interessate.
Quello che emerge chiaramente, dichiarazione dopo dichiarazione, è che ci troviamo di fronte a un nuovo Olocausto ma perpetrato da coloro che furono le vittime (o meglio, dai loro eredi) del nazi-fascismo. Oggi Primo Levi si chiederebbe Se questo è un uomo di fronte al soldato che dice che fa solo “pulizia” incendiando le case dei palestinesi – perché questa è pulizia etnica. E continua anche in questo momento, in cui mi leggete.
Finale scioccante che vale, da solo, l’intero documentario.
Naza
regia Yuval Abraham e Rachel Szor
fotografia Rachel Szor
montaggio Rachel Szor
musiche Mica Levi
produttore James Wilson
produttore esecutivo Jonathan Glazer
casa di produzione The Guardian, JW Films, Placeholder Films, Unseen Hand
distribuzione in italia noI Wonder Pictures
lingua originale ebraico, inglese (doppiato in italiano)
Regno Unito, 2026
durata 80 minuti
venerdì, 2 ottobre 2026
In copertina: Una delle Locandine del documentario presenti in rete (particolare per ragioni di layout)


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