Carlo Lucarelli torna in tv con un format che ha perso smalto
di Simona Maria Frigerio
Per tutti gli appassionati di gialli Mistero in blu (targato 1998 e riproposto da RaiPlay) è un must. Così come le prime due stagioni di Blu notte, trasmesse nel 1999 e nel 2000, in cui Lucarelli si avvaleva della collaborazione sul campo di Alessandro Riva e Lorenzo Viganò e di quella tecnica dell’allora esperto della Polizia Scientifica di Stato, Silio Bozzi. Poi sono seguiti gli anni dei misteri italiani che, per chi si è sempre interessato di politica e muri di gomma, non aggiungevano granché alla narrazione – seppure scrupolosa.
Da qualche settimana, però, Carlo Lucarelli è tornato al giallo, al true crime dell’inizio con Misteri dimenticati – ma qualcosa si è perso lungo il cammino, la magia di quel primo format è scomparsa. Perché?
Analizziamo le differenze tra le stagioni del ʻ99 e 2000 e l’ultima e cerchiamo di comprendere cosa non funzioni. Partiamo dalla semplice constatazione che ormai il genere è bulimico. Se ai tempi del Minculpop fascista in Italia non avvenivano omicidi, ora sembra che non accada altro: femminicidi e delitti irrisolti (o risolti ma con prove indiziarie) riempiono le giornate vuote di troppa gente, mentre la propaganda televisiva dirotta la mente degli spettatori su questi fatti (gravi ma privati) invece che sulle stragi compiute con le nostre armi a Gaza o in Donbass, sulla guerra infinita in Yemen voluta dall’Arabia Saudita e dagli States (nostri alleati e amici) o in Iran (puro atto terroristico degli US che, se non rapiscono un Presidente, possono permettersi di uccidere una guida religiosa). Meglio far credere agli italiani che il problema sia l’assassinio nostrano – ovviamente, non ricollegabile alle mafie (perché, altrimenti, si intralcerebbero altri affari).
Gli esperti, i testimoni, i familiari isterici e che pretendono ‘un’ (non ‘il’) colpevole, gli avvocati di parte civile (quasi che le figure del Gip e del PM non contino più nulla nella ricerca della verità), i giornalisti di cronaca con modellini in studio e le rampanti intervistatrici della tv del dolore, soubrette tuttologhe, criminologhe sempre più sexy e scrittori con l’ultimo libro al seguito sul caso di cronaca, ormai impazzano a reti unificate. Persino RaiPlay si riempie di corti di pochi minuti che aggiornano in tempo reale su ogni caso di ‘nera’ (come si diceva un tempo), rinfocolando le tifoserie innocentiste o colpevoliste e dando al pubblico, non solamente qualcosa che devia il pensiero dalle stragi reali ma che dà l’impressione che i delitti in Italia siano in aumento. Quando, al contrario, sono in netta diminuzione. I femminicidi (termine che ormai ingloba qualsiasi omicidio nei confronti di una donna, indipendentemente da chi lo commetta e per quali ragioni) già nel 2025 erano diminuiti del 18% rispetto al 2024, passando da 118 a 97. Se pensiamo alle migliaia di donne uccise in Yemen dai raid aerei sauditi o a Gaza da quelli dell’Idf si direbbe che soffriamo di strabismo. Per quanto riguarda gli omicidi, più in generale, sono addirittura in costante diminuzione da anni e nel 2025 si è registrato il minimo storico di 286: forse per questa ragione occorre riportare in tivù casi chiusi (tra poco, non ci sarà più di che sparlare, sic! ).
Dalla bulimia allo standard asettico
Ciò che, però, Mistero in blu sconta maggiormente è l’aver abbandonato il suo format familiare rivestendosi di una patina fredda, da laboratorio, camice e vetrino. In Blu notte Lucarelli si muoveva tra quelle che sembravano le stanze della casa-studio di uno scrittore: il vecchio computer con il salvaschermo con la ‘dimora infestata’, la libreria con i gialli, e i poster di film e festival noir appesi alle pareti. Entravamo con passo leggero nella dimora per ascoltarlo raccontare storie di fantasmi. L’atmosfera era quella di una favola nera, grazie anche a quel cantilenare della sua voce che, a tratti, si interrompeva (come accade a chiunque cerchi di ricordare un particolare che gli sfugge, nella realtà quotidiana). Le citazioni erano sempre letterarie e attingevano sia dai libri di genere sia da Calvino e dalle sue città invisibili.
Oggi ci troviamo in uno studio asettico, simile a tanti altri, con scrivanie dietro alle quali vengono fatti accomodare i soliti esperti: la criminologa, la patologa e l’ex poliziotto (Silio Bozzi), che è l’umico a riportarci alla mente il passato e anche il più originale nel suo essere sempre un po’ al di fuori dei canoni – decisamente spontaneo e mai impostato, chiaro nelle spiegazioni e con una bella voce che vira tra un leggero accento palermitano e qualche inflessione bolognese. Mentre Lucarelli, invece di citare romanzi e thriller, spiega i termini citando il dizionario: anche questa scelta, che denota un abbassamento del livello del racconto, trasmette una sensazione di distacco, freddezza, quasi fossimo invitati a una dissezione in un teatro anatomico.
Mancando Alessandro Riva e Lorenzo Viganò viene a mancare anche la dimensione relazionale con i luoghi e i personaggi secondari dei fatti di cronaca nera. Di solito la provincia italiana, paesini arroccati sui monti o sentieri tra i boschi, gente normale che aveva aiutato a ritrovare un corpo o assistito al fatto quando era un ragazzetto. La bruma del tempo sembrava ricoprire ogni suppellettile e la narrazione difficilmente si faceva precisa come una lama di coltello ma assumeva, al contrario, i contorni indistinti della fabula.
Lucarelli stesso raggiungeva Viganò e Riva sul posto e gli incontri potevano svolgersi in un bar, un’osteria, la hall di un albergo, lungo qualche stradina che, forse, era stata percorsa dall’assassino ed era servita come via di fuga. E poi il Lucarelli scrittore pareva prendere appunti per un nuovo romanzo mentre descriveva Genova vista dal mare, scendeva nei sotterranei di Bologna, saliva su un traghetto e percorreva lento un tratto di lago che, nel limite, trovava la quiete (a differenza del mare), si faceva accompagnare in taxi mentre ammirava distese di campi coltivati o risaliva tra viuzze impervie che delimitavano uno di quei borghi dimenticati che, se non ci sei nato, non penseresti mai che esistano davvero. Vi era calore e compartecipazione in quei racconti: la vittima tornava a essere una persona in carne e ossa e, proprio per questo, il suo omicidio pareva più insensato e brutale.
Infine troviamo non azzeccata nemmeno la scelta dei casi: troppo famosi, troppo raccontati, inflazionati o, al contrario, ‘montati ad arte’. Facciamo tre esempi. Il primo, Simonetta Cesaroni: sembra quasi di dover tornare sul suicidio di Pietro Vanacore per trovare un aggancio con il caso che risulti originale per il pubblico. E poi il caso del ‘mostro di Modena’ che, secondo tutti gli esperti in studio, non è mai esistito – ma si vede che il cosiddetto ‘chirurgo di Udine’ (probabilmente davvero un omicida seriale vista la ‘firma’ sul corpo di alcune delle vittime esaminate) doveva essere per forza affiancato a un altro caso che presentasse alcune similitudini dato che, in Italia, i serial killer per fortuna non abbondano (anche perché, probabilmente, se sadici capaci di intendere e volere sono al soldo delle mafie). E terzo, il caso di Francesca Alinovi (già affrontato da Lucarelli e con un colpevole almeno per ciò che riguarda la giustizia, il quale avrebbe forse diritto all’oblio). Quello che colpisce è l’analisi del rapporto tra la stessa e il suo presunto (noi non professiamo verità assolute) assassino. La lettura manichea donna vittima v/ maschio carnefice non funziona. Primo, perché non tiene in considerazione il periodo storico (rivoluzione sessuale e dei costumi); secondo, l’uso di stupefacenti (come apprendiamo dal programma): eroina lui, cocaina entrambi (che sappiamo può provocare ansia, attacchi di panico, paranoia, sbalzi d’umore e ben altro e, quindi, non è detto che tutto ciò che Alinovi può aver scritto o riferito fosse elaborato in piena lucidità). Terzo, va considerato il milieu artistico in cui dominava (e domina) una concezione arte/vita dove non è raro (nelle arti figurative come in teatro o nel cinema) che si creino liaison (e qui usiamo il maschile come neutro) tra critici e artisti, registi e attori, coreografi e ballerini, eccetera. Del resto, nel documentario si descrive Alinovi come docente e critico che si innamorava degli artisti, li aiutava a emergere, costruiva con loro un percorso umano e professionale e poi li lasciava per passare ad altri. Era una figura di potere. Non si capisce perché trasformarla in debole vittima di un femminicidio. Tenuto conto del periodo storico e dell’ambiente di lavoro, se proprio si vuole ricadere nella divisione manichea di cui sopra, andrebbe valutato cosa diremmo se si descrivesse il medesimo comportamento ma attuato da un docente e critico uomo (ossessionato da una allieva anche a livello amoroso, che non vuole avere rapporti sessuali con lui), e della studentessa/giovane artista che rifiuta le avance, ma accetta l’amicizia e l’aiuto del Maestro – probabilmente perché affascinata dalla figura di potere, dall’intelligenza e dalle porte che lo stesso può aprirle. Anche in questo voler rincorrere analisi psicologiche che ormai si ripetono uguali a se stesse in ogni caso in cui è uccisa una donna, non depone a favore di questa nuova incursione nel crime di Lucarelli.
Casi, quindi, inflazionati o senza particolari fondamenta, quando al contrario in Blu notte e in Mistero in blu si cercavano luoghi e delitti ‘periferici’, lontani nel tempo e dimenticati o del tutto sconosciuti al pubblico dei true crime.
Forse oggi la vera novità sarebbe tornare ai grandi del giallo e riesaminare con i tecnici e le tecniche odierne i misteri di Agatha Christie o Maigret, viaggiando tra l’Egitto e la Mesopotamia o nelle campagne francesi – per ritrovare quel clima che era davvero di mistero. O forse è impossibile, visto che il Medio Oriente è a ferro e fuoco e la Francia cova rivolte sotto le ceneri della sua passata grandeur.
venerdì, 23 ottobre 2026
In copertina: Carlo Lucarelli in una foto in rete della RAI – Ufficio stampa


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